Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Alberto Lubelli Prasca » domenica 10 novembre 2013, 9:21

Caro de vineis, cari forumisti,
Si, le leggi furono disapplicate.
Senza entrare nel merito delle infinite discussioni sulla materia nobiliare, furono disapplicate perché alla fine della fiera (espressione piemontese popolare molto efficace) non regolano beni concreti, denari, patrimoni...
Perché con la frase: "Un sigaro e una croce di cavaliere non si nega a nessuno". il primo re d'Italia ha lapidariamente spiegato in quale considerazione teneva l'argomento.
Perché con la frase precedente: "Ho trovato una corona per terra e me la sono messa in testa" si sarebbe ufficialmente aperta la gioiosa fase del fai da te.
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 10 novembre 2013, 9:42

Alberto Lubelli Prasca ha scritto:[..]Senza entrare nel merito delle infinite discussioni sulla materia nobiliare, furono disapplicate perché alla fine della fiera (espressione piemontese popolare molto efficace) non regolano beni concreti, denari, patrimoni...[..]


Secondo me la questione nobiliare stavolta non c'entra.
Alcuni non pagarono la tassa perchè non lo ritennero giusto, perchè non avevano i soldi, perchè non gli andava di pagare.
Nè più nè meno di oggi, quando qualcuno non paga le imposte dovute allo stato.

La "consuetudine" fu una scusa per non pagare.
Da che mondo è mondo i diritti si pagano e non importa che il padre o il nonno avessero già avuto quel diritto.
Cerco di trovare un esempio al giorno d'oggi:
il lavoro è un diritto ma se mio padre è stato ciabattino così come mio nonno e tutte le generazioni prima di lui, io comunque per svolgere la professione di ciabattino devo pagare le tasse e non posso appellarmi alla "consuetudine di famiglia".
Altrimenti se non pago si chiama "evasione fiscale".

Come detto mi piacerebbe sapere se all'estero ci furono situazioni simili a questa.
Ho l'impressione che solo in Italia ci sia questo tipo di mentalità "elastica" in fatto di pagamenti di tasse.
Lasciatemi un piccolo sfogo finale : io credo che proprio questa mentalità e la parallela tolleranza dello Stato hanno creato nell'Italia degli ultimi 100 anni notevoli danni.. :(
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda GENS VALERIA » venerdì 15 novembre 2013, 18:54

La protesta del ceto medio contro i privilegi fiscali aristocratici furono una concausa della Rivoluzione Francese . Dall'albore dei tempi fino a tre secoli fa, a subire i balzelli non erano certo i nobili , in quanto godevano di abbondanti esenzioni fiscali , ma le classi medio-basse.
Le transizione di denaro dalle famiglie distinte alla Corona era dovute ad un vero e proprio acquisti di feudi o baronie, ovvero un bene fondiario con annesso titolo.

In Europa solo nel XVI secolo ci fu una netta chiusura di ceto che fu istituzionalizzata solo nel Secolo XIX.
A partire dall'Ottocento il passaggio di denaro per acquisire un titolo attraverso un' “elargizione” ad un'istituzione di regio interesse ( es. un reparto d'ospedale un orfanotrofio) fu unidirezionale volentieri concesso, ed altrettanto volentieri accettato dalle monarchie. A volte le famiglie neo nobilitate ottenevano uno “sconto” attraverso una concessione Motu Proprio, bypassando la Consulta..
Pare che solo gli Imperi Centrali fossero immuni a questa pratica diffusa soprattutto in Inghilterra ed nell'Italia post 1860.

Come già precedentemente accennato , la “pigrizia” nel perfezionare pratiche ricognitive raccogliendo prove ed allegate “spese di segreteria” era dovuto ad un diffuso senso di superiorità un po' spocchiosa dovuta alla consapevolezza di portare uno titolo concesso , recepito ( non a torto ) e tramandato “all'infinito”.

Volendo fare un passo indietro :
Nell'Europa moderna gli Stati avevano lasciato una certa libertà ai Nobili circa la definizione della loro natura ma erano le istituzioni cavalleresche ( Malta , Calatrava , del Cristo ) esaminavano a fondo le domande dei postulanti . La possibilità di accesso costituiva prova di nobiltà certa.
Nel suo “ Le blason de la noblesse”(1683)il p. Ménestrier si domandava ad esempio se le “Ciutadans honrars” di Catalogna e di Maiorca, - èlite urbana distinta dalle formazioni di mercanti ed artigiani - fossero realmente nobili. E lo erano - egli dice - perchè i loro discendenti erano accolti nell'Ordine di Malta .

Nel Settecento gli Stati non vollero più lasciare nell'indecisione il riconoscimento della qualità di nobile, la quale venne regolamentata in Svizzera , in Polonia, in Danimarca. Tuttavia provvedimenti limitativi fecero la loro comparsa prima del XVIII Secolo, cosi nel Sacro Romano Impero per il Patriziato. Nella Transilvania ungherese vennero condotte inchieste per stabilire quali fossero i “boiardi” idonei alla nobiltà.

Austria Spagna e Francia diedero prova di uno zelo incisivo.
In Spagna dal1768 al 1797 il numero di nobili venne diminuito da 722,000 a 400,000. La monarchia francese, in età moderna ebbe la costante preoccupazione di snidare i falsi nobili ma l'impressione è che il governo di Luigi XIV escogitò un modo per rimpinguare le casse asfittiche. l' “inchiesta sulla qualità” del 1666 ( “la grande recherche” ) , chi non poteva dimostrare almeno un secolo di condizione nobiliare avrebbero pagato mille livres di ammenda, le ricerche continuarono fino al 1718 , vi furono famiglie che conservarono il loro status tramite il grazioso dono di “mantenues de noblesse “ Inoltre vi erano zone escluse dalle indagini, tra le altre il Béarn in virtù dei suoi privilegi.
Tali disposizioni ( più o meno ) rigide trovavano qualche correttivo in eccezioni con cui si pensò di sistemare alcuni casi particolari.

Nulla di nuovo sotto il sole.

L' Inghilterra costituì un eccezione : entrare nella nobiltà minore ( gentry) non fu mai particolarmente complicato per una famiglia abbiente, era sufficiente acquistare un'importante tenuta fondiarla , abitarla , tenere una condotta di vita “more nobilium”, farsi notare per le proprie doti di liberalità ed ospitalità ed ottenere la fiducia dei nobili locali e si era ammessi a pieno titolo nel ceto ( in una oppure due generazioni ).
Un altro mezzo era fare una brillante carriera in una professione liberale dopo aver conseguito un titolo accademico.
La nobiltà e élite avevano ampi modi per intrecciarsi.

Per scrivere queste note ho attinto abbondantemente da “ Le Nobiltà europee dal XV al XVIII Secolo” di Jean-Pierre Labatut.
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 15 novembre 2013, 19:31

Grazie per il tuo contributo ;)
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda contegufo » venerdì 15 novembre 2013, 20:16

Salve

Il problema di fondo contrappone due tesi diverse;

1) Si è nobili sempre e comunque.
2) Senza adempiere a regole la decadenza è automatica per non avere corrisposto le tasse dovute indice di un tenore di vita mutato in peggio.

La prima considera che la Nobiltà una volta acquisita divenga un diritto perpetuo e inalienabile, la seconda invece la regolamenta inquadrandola in un settore da cui estrarre tasse e tributi pena l'esclusione.
E' singolare che una famiglia iscritta nel Libro d'oro del 1628 della Repubblica di Lucca non faccia parte dei successivi datati 1796 e 1820 pur essendo ancora in essere ma evidentemente uscita di scena da quel ristretto numero di famiglie di cui all'epoca del Ducato era richiesta una certa continuità nell'esercizio della carica pubblica.
La Nobiltà civica ovvero Patriziale escludeva dal novero anche famiglie di primaria importanza persino col titolo comitale non sufficiente però a garantire che si era stati "servitori" della Repubblica.
Era sì garantito il titolo di Nobile ereditario ma non quello di Patrizio.

Saluti
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda dpascale » venerdì 15 novembre 2013, 21:21

De Vineis ha scritto:Secondo esempio, riguarda un mio parente che fu vescovo a fine Ottocento: come stemma episcopale scelse ovviamente quello gentilizio, arricchito oltre che dalle insegne del suo stato clericale anche da una corona marchionale. Preciso che la famiglia in questione mai ottenne (mai richiese) alcun riconoscimento presso la Consulta araldica. Lo stemma vescovile fu abbondantemente pubblicato, scolpito e dipinto e, in questo caso, non sorse alcuna polemica, neppure da parte dei - numerosi - anticlericali. E ricordo che a quell'epoca la nomina di un vescovo non era qualcosa di estraneo per il governo, essendo ancora richiesto l'assenso da parte dell'autorità civile.


Gentilissimo,

vedo che la discussione si sta facendo molto interessante e viste le mie scarse conoscenze in materia lascio discutere gli esperti. Vorrei però chiederle un'informazione per capire meglio l'esempio di partenza. E se il vescovo pro-tempore di quella diocesi fosse insignito del titolo di marchese? Situazione non certo inusuale, come si può notare sfogliando lo Spreti (ad esempio).

Cordialità,


Daniele
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda GENS VALERIA » venerdì 15 novembre 2013, 23:02

contegufo ha scritto:1) Si è nobili sempre e comunque.
2) Senza adempiere a regole la decadenza è automatica per non avere corrisposto le tasse dovute indice di un tenore di vita mutato in peggio.

La prima considera che la Nobiltà una volta acquisita divenga un diritto perpetuo e inalienabile, la seconda invece la regolamenta inquadrandola in un settore da cui estrarre tasse e tributi pena l'esclusione.

Per mia colpa ( non sono stato chiaro ) il " dilemma " risulta mal posto .

La famiglia nobile era soggetto al pagamento di imposte ( ma non sempre ) :
a) Quando acquistava un bene immobile con titolo annesso es. feudo , baronia ecc.
b) Quando vi era un passaggio ereditario o successivo riscatto concesso dalla Corona o alla Repubblica.

La famiglia nobile poteva essere soggetta ad una donazione "una tantum" quando, dopo uno sconvolgimento politico - territoriale gli veniva richiesto di sottostare ad un processo di ammissione nel rinnovato ceto nobiliare, processo che implicava la presentazioni di prove nobiliari e genealogiche.
Non si pagava una specie di tassa di occupazione di titolo nobiliare come fosse una tassa di occupazione si suolo pubblico ( esempio infelice ma efficace ).

Non è affatto escluso che alcune famiglie abbiano attraversato difficolta economiche tali da non permettere il perfezionamento della pratica , tuttavia questa non era certamente il motivo principale di mancata adesione , oltre a ( sporadiche) motivazioni politico-dinastiche ed oggettive difficoltà burocratiche , vi era un vero rifiuto " di principio " nel mettere in discussione la propria storica posizione nella Società , pacificamente accettata da tutti, da generazioni, ( concessa o riconosciuta all'infinito ) a causa di un rivolgimento politico .

Con queste mie parole, in pratica , sostituisco il punto interrogativo al tuo punto 1) con un punto esclamativo .

Queste mie ultimissime considerazioni sono frutto del mio personale modo di pensare .
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Delehaye » venerdì 15 novembre 2013, 23:13

mettiamo che nello Stato A (con la Dinastia A regnante) una Famiglia fosse dal Sovrano creata nobile titolata... mettiamo Conti AA, con lettera patente regolare e con una serie di vincoli per il mantenimento del titolo...

mettiamo che lo Stato A per sconvolgimenti storici si trasformi (non importa in che forma, trasformazione pura, incorporazione, etc. ...) nello Stato B con sovrani regnanti della Dinastia B... i nuovi regnanti oltre a creare nuovi nobili BB si ritrovano un folto numero di nobili AA, che fare? lo Stato B ha una legislazione nobiliare, quindi, i nobili BB la devono seguire naturalmente... mentre i nobili AA devono adattarsi alla nuova normativa e legislazione... se non ottemperano non saranno riconosciuti.

cosa cambia tra un nobile AA nello stato A che non ottempera le imposizioni legislativo-nobiliari ed un nobile AA che nello stato B fa lo stesso?
perchè nel primo caso è "giusto" che egli perda il titolo e nel sevondo caso no? [hmm.gif] accampando scusanti economico-finanziarie, opposizioni partigiane ed altri motivi
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Alberto Lubelli Prasca » sabato 16 novembre 2013, 10:20

Gentilissimi,
I quesiti sono molto interessanti, ricordo di aver letto i verbali di lunghe discussioni, su questi argomenti che avvenivano fra i membri forse della Consulta o di altro ente.
Due argomenti aveno attirato la mia attenzione in particolare:
1- Se il dimostrato possesso dello stemma fosse indizio di nobiltà;
2- Se la concessione della nobiltà fosse un "atto risolutivo" ovvero se neanche il Sovrano, o altra fonte, potesse tornare sui propri passi e revocare le patenti.
Proprio come in questo forum si creavano due partiti. Coloro che sostenevano la perpetuità dell'atto, portavano ad esempio alcune punizioni simboliche inflitte dal sovrano al suo nobile che si comportava male: bandirlo dai Regi Stati, ovvero l'esilio, portare l'arma diffamata, la requisizione del feudo.
Il sovrano puniva, faceva decapitare, ma rispettava lo status nobiliare.
L'altro partito, naturalmente, portava altrettanti esempi contrari.
Se in uno sconvolgimento politico al sovrano A si sostituisce il sovrano B questi rhiederà ai cittadini di giurare fedeltà ed ai nobili AA di esprimersi in modo ancor più palese richiedendo il riconoscimento. Alcuni irriducibili sicuramente si rifiuterebbero, il sovrano B non li elencherebbe fra i nobili BB, ma i nemici del sovrano B continuerebbero a trattare gli AA come nobili ancor più degni d'onore.
Trovo interessante il riferimento a Lucca, per cui se non si svolgevano funzioni pubbliche si decadeva dal titolo di Patrizio della città, ma non dallo status di nobile. Per questo motivo credo che l'atto che aggreghi alla nobiltà per essere "risolutivo" non debba contenere condizioni che lo limitino nel tempo, debba essere impersonale. Se poi la concessione di nobiltà e soggetta al pagamento di un tributo annuo e questa è la condizione per rimanere nobili, beh! in questo caso ci troviamo di fronte ad una banale Concessione Governativa, che nulla ha a che vedere con la nobiltà, cui si può far a meno senza rimpianti.
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda T.G.Cravarezza » sabato 16 novembre 2013, 14:34

Personalmente considerare la nobiltà come "atto risolutivo" perpetuo, intoccabile da qualsiasi autorità, non rientra nel mio pensiero e, dal mio punto di vista, non rientra nella realtà storica, poiché se è qualcosa di risolutivo, perpetuo, immodificabile, significa anche che è qualcosa che è proprio di quella persona/famiglia e che non è atto di terzi (sovrano, governo, repubblica...). Ma io invece ho sempre considerato la nobiltà come uno status che viene conferito (per molteplici motivi) ad una persona (ed eventualmente ai suoi discendenti), con specifiche regole che determinano i requisiti e le modalità di mantenimento e pertanto se viene conferito, può essere anche revocato e modificato nel tempo, ovviamente da una fonte di pari livello di quella che ha conferito tale status (vuoi quindi il sovrano, vuoi quindi il consiglio dei nobili di quella città che 300 anni prima aveva ammesso tra i suoi quella famiglia...).
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » sabato 16 novembre 2013, 14:43

Ho aperto un topic a parte sulla possibilità di privazione di nobiltà da parte del sovrano viewtopic.php?f=6&p=203256
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 16 novembre 2013, 15:35

T.G.Cravarezza ha scritto:Personalmente considerare la nobiltà come "atto risolutivo" perpetuo, intoccabile da qualsiasi autorità, non rientra nel mio pensiero e, dal mio punto di vista, non rientra nella realtà storica, poiché se è qualcosa di risolutivo, perpetuo, immodificabile, significa anche che è qualcosa che è proprio di quella persona/famiglia e che non è atto di terzi (sovrano, governo, repubblica...). Ma io invece ho sempre considerato la nobiltà come uno status che viene conferito (per molteplici motivi) ad una persona (ed eventualmente ai suoi discendenti), con specifiche regole che determinano i requisiti e le modalità di mantenimento e pertanto se viene conferito, può essere anche revocato e modificato nel tempo, ovviamente da una fonte di pari livello di quella che ha conferito tale status (vuoi quindi il sovrano, vuoi quindi il consiglio dei nobili di quella città che 300 anni prima aveva ammesso tra i suoi quella famiglia...).


A prescindere dalle proprie convinzioni personali
L'abolizione della nobiltà è giuridicamente “ultravires”,ovvero al di là della portata dei propri poteri legali.
Mi piace ricordare ciò che la sentenza della Corte Costituzionale n° 101 / 1967 recita:
Vero è che nel passato ordinamento un titolo nobiliare era da considerare "esistente" indipendentemente dal " riconoscimento" amministrativo o giurisdizionale, che aveva solo una funzione di accertamento.
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 16 novembre 2013, 15:45

Alberto Lubelli Prasca ha scritto:Gentilissimi,
I quesiti sono molto interessanti, ricordo di aver letto i verbali di lunghe discussioni, su questi argomenti che avvenivano fra i membri forse della Consulta o di altro ente.
Due argomenti aveno attirato la mia attenzione in particolare:
1- Se il dimostrato possesso dello stemma fosse indizio di nobiltà;
2- Se la concessione della nobiltà fosse un "atto risolutivo" ovvero se neanche il Sovrano, o altra fonte, potesse tornare sui propri passi e revocare le patenti.
Proprio come in questo forum si creavano due partiti. Coloro che sostenevano la perpetuità dell'atto, portavano ad esempio alcune punizioni simboliche inflitte dal sovrano al suo nobile che si comportava male: bandirlo dai Regi Stati, ovvero l'esilio, portare l'arma diffamata, la requisizione del feudo.
Il sovrano puniva, faceva decapitare, ma rispettava lo status nobiliare.
L'altro partito, naturalmente, portava altrettanti esempi contrari.
Se in uno sconvolgimento politico al sovrano A si sostituisce il sovrano B questi rhiederà ai cittadini di giurare fedeltà ed ai nobili AA di esprimersi in modo ancor più palese richiedendo il riconoscimento. Alcuni irriducibili sicuramente si rifiuterebbero, il sovrano B non li elencherebbe fra i nobili BB, ma i nemici del sovrano B continuerebbero a trattare gli AA come nobili ancor più degni d'onore.
Trovo interessante il riferimento a Lucca, per cui se non si svolgevano funzioni pubbliche si decadeva dal titolo di Patrizio della città, ma non dallo status di nobile. Per questo motivo credo che l'atto che aggreghi alla nobiltà per essere "risolutivo" non debba contenere condizioni che lo limitino nel tempo, debba essere impersonale. Se poi la concessione di nobiltà e soggetta al pagamento di un tributo annuo e questa è la condizione per rimanere nobili, beh! in questo caso ci troviamo di fronte ad una banale Concessione Governativa, che nulla ha a che vedere con la nobiltà, cui si può far a meno senza rimpianti.


La storia ci tramanda che alla fine dell'Ottocento il Commissario del re Franchi Verney subordinò al riconoscimento un rigore documentario ed un meticoloso formalismo . I più percepirono con insofferenza questi nuovi obblighi e, considerandoli intrusioni nel campo dei diritti acquisiti ignorarono l'esistenza della Consulta araldica, altri che per vari motivi erano stati costretti a ricorrervi manifestarono apertamente il loro disappunto ( es. conosciutissimi ufficiali dell'esercito che si videro ingiungere la produzione di prove nobiliari per continuare ad esibire titolo e trattamento ).
La situazione finì in Parlamento, creando accese discussioni. La Consulta sospese i suoi lavori per dodici anni. Riprese nel 1880 sotto la guida di Antonio Manno , genealogista meno pedante e formalista si trovò a barcamenarsi tra usi ed abusi nobiliari, tra le forse diecimila famiglie nobili italiane solo quattro- cinquecento avevano ricevuto regolare riconoscimento ( le restanti 9.500 erano forse tutte formate da incalliti evasori fiscali ? ) [n.d. Mod.] tra l'altro tra le mancanti vi erano
“ moltissime delle più splendide costellazioni “un'eccessiva severità avrebbe esposto al rischio del ridicolo.
Negli anni successivi il Manno ebbe un atteggiamento più duttile e rispettoso delle tradizioni regionali e dinnanzi al rischio di un eccessivo formalismo giuridico , rivendicò criteri di valutazione più sensibile ed attenta alla dimensione storica. Alla contrapposizione del fiscalismo legale preferì il metodo storico.

La Consulta Araldica divenne più articolata e composito, attento a garantire la partecipazione delle differenti realtà preunitarie le commissioni regionali procedettero all'iscrizione d'ufficio delle famiglie notoriamente conosciute dopo aver stilato una lista provvisoria esaminando le domande di chi chiedeva il riconoscimento.


Vedi : http://www.rivistameridiana.it/files/Jo ... aliana.pdf

Jocteau un censimento della nobiltà italiana
scaricabile gratuitamente dalla rete
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda De Vineis » sabato 16 novembre 2013, 16:35

Per il gentile dpascale, alla diocesi in questione non era connesso alcun titolo nobiliare, mi scuso se non lo avevo precisato (mi pare ad esempio che ad Asti il vescovo fosse principe); al vescovo dell'esempio San Pio X conferì il titolo di "Conte Romano", ma l'interessato non ornò mai il suo stemma con corona di conte. La corona marchionale nel caso esposto era legata allo stemma gentilizio ed alle tradizioni familiari e non alla dignità ecclesiastica.

Quanto alla discussione che è sorta penso che ogni teoria esposta ha validi fondamenti e tuttavia nessuna corrisponde al "vero", a mio avviso perchè storicamente non è esistita in Italia una nobiltà omogenea, ma una nobiltà assai difforme ed articolata o molte nobiltà in ragione della diversità dei luoghi, delle epoche in cui si è formata, del censo, dell'importanza o meno dei casati, della diversità fra nobiltà feudale e cittadina, e fra nobiltà feudale medievale e nobiltà feudale del Sei/Settecento...
Inoltre per alcune teorie (soprattutto di origine germanica) la legge è "onnipotente" e può fare del bianco nero e del nero bianco... Per altri la legge trova dei limiti naturali, sociali, etc. nei fenomeni sociali a lei pre-esistenti.

A titolo del tutto personale posso dire di aver apprezzato, sentendoli più vicini al mio modo di pensare, gli interventi di Alberto Lubelli Prasca, di Gens Valeria e di Contegufo... Esemplificando, non penso che un Principe di Salina o un Principe di Francalanza (per usare esempi letterari) abbia neanche mai lontanamente pensato che la sua nobiltà derivasse dal pagamento di una tassa o dal consenso del sovrano di turno, a dispetto di qualsiasi legge in vigore. ma questa è una mia opinione del tutto confutabile.

Il tentativo di restringere la nobiltà dentro le "maglie" del potere centrale, diminuendone i poteri a favore del re è uno degli aspetti fondamentali della nascita degli stati moderni. Le leggi nobiliari sono uno degli aspetti di questo fenomeno di subordinazione della nobiltà al potere sovrano. Non dimentichiamoci che in Francia, monarchia per antonomasia, ancora a metà XVII secolo ci fu una violenta rivolta nobiliare, la Fronda, guidata dal principe di Condè. Poi venne il Re Sole, che chiarì che lo Stato era lui ed i nobili i suoi lacchè a Versailles... A seguire la ghigliottina [yikes.gif]
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Re: Legislazione nobiliare unitaria e sua disapplicazione

Messaggioda dpascale » sabato 16 novembre 2013, 19:50

De Vineis ha scritto:Per il gentile dpascale, alla diocesi in questione non era connesso alcun titolo nobiliare, mi scuso se non lo avevo precisato (mi pare ad esempio che ad Asti il vescovo fosse principe); al vescovo dell'esempio San Pio X conferì il titolo di "Conte Romano", ma l'interessato non ornò mai il suo stemma con corona di conte. La corona marchionale nel caso esposto era legata allo stemma gentilizio ed alle tradizioni familiari e non alla dignità ecclesiastica.


La ringrazio per la precisazione.

Cordiali saluti,


Daniele
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