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Sigillum1 ha scritto:non sono esperta di diritto araldico, se non per epoche lontane dalla nostra, e non conosco legislazione sul tema, se esiste, ma lo stemma araldico, salvo diverse indicazioni dei diplomi di concessione (rare, che io sappia) era ereditario e non eventualmente assumibile, in parte…

anche gli emblemi civici e militari non sono infatti giuridicamente trasmissibili a persone e famiglie. Per contro - più un tempo e molto meno oggi - vescovi e cardinali facevano parte di famiglie nobili delle quali usavano gli stemmi. Per il passato è inutile elencare nomi: l’Emilia-Romagna ne è piena. Per oggi, ai nomi già citati posso aggiungere mons. Claudio Stagni, vescovo di Faenza, il cui stemma è uguale a quello che appare sul Canetoli.trattandosi di oggetti non giuridicamente trasmissibili a persone e famiglie, gli emblemi dei vescovi non sono araldici
Sigillum1 ha scritto:Caro don Antonio, l’esistenza di bandiere territoriali prearaldiche è un dato acquisito e magistralmente trattato da Manaresi, su cui si è costruita una fondata ipotesi sulle origini, ancora alquanto misteriose di un sistema tanto complesso quale fu ed è quello araldico.
Manaresi ha ipotizzato che dietro le scelte degli emblemi innalzati sul finire del XII secolo dai singoli cavalieri, stabilizzatisi poi nei segni distintivi delle famiglie e delle stirpi, vi fossero quelle bandiere che stabilmente e da tempo erano legate ai territori e ai feudi, utilizzate sino ad allora sui campi di battaglia, e, sembra, anche ad altri fini più locali, come certamente avvenne per l’aquila imperiale.
Un'ipotesi interessante, carissima. Ma io stavo già parlando delle origini dell'araldica nel mio precedente discorso. E questo per affermare che all'origine di ogni stemma potevano esserci la scelta personale, o l'acquisizione attraverso un territorio o l'ereditarietà. E questo per affermare ancora che non è solo la trasmissione a dar il diritto di usare un emblema che possa considerarsi a tutti gli effetti uno stemma. Con il discorso sulle bandiere siamo andati ancora indietro nel tempo. Un cammino interessante (del quale personalmente ti ringrazio) ma che forse serve a poco nella nostra riflessione.
Il sistema si stabilizzò e si diede un codice con una rapidità sorprendente e la comunità degli studiosi mi pare convenga ora che proprio nella ereditarietà dello scudo consista la novità e dunque la nascità dell’Araldica, che ben presto si attrezzerà per rappresentare e comunicare “anche”, ma sempre all’interno di uno scudo conosciuto ed ereditario, la particolare condizione di un singolo appartenente alla stirpe (la brisura ha evidentemente un senso se applicata ad uno scudo noto).
E, del resto, se lo stemma fosse stato e fosse prodotto individuale, questa comunità, che si dedica con passione alla ricerca della propria famiglia e dei suoi emblemi, perdonami, ma perderebbe il suo tempo….
Perdonami tu carissima. Ti rispondo con la tua stessa affabile semplicità e la sincera simpatia: allora perderebbe il suo tempo ogni ecclesiastico che, non avendo discendenza per il suo stato celibatario, si creerebbe ex-novo uno stemma non solo non acquisito per ereditarietà, ma destinato a non esser più usato dopo la sua dipartita da questo mondo...
La mia modesta, ma documentata opinione è che il ceto vescovile italiano, che ha a lungo innalzato anch’esso gli emblemi della propria famiglia o della propria stirpe (e i timidi tentativi di qualcuno, citato anche da Paolo Prodi, di sostituirli con le classiche chiavi, non ebbero, non casualmente, fortuna), molto affezionato a quella splendida cornice che è lo scudo araldico, ha costituito un sistema misto che si serve della struttura araldica per prodotti emblematici che, lo ripeto, sono forse assimilabili alle imprese rinascimentali e richiedono perciò un linguaggio descrittivo adatto, tale da poter comunicare contenuti complessi e specialistici.
Oltre ai vescovi italiani, i vescovi di tutto il mondo oggi fanno nella maggior parte dei casi uso di "prodotti emblematici" di nuova creazione, non innalzati dalla propria famiglia. Ma non avrei problemi per quanto ho detto finora a chiamarli "stemmi".
QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a) 
3. Premesso che non ho alcun interesse ai passatempi dei vescovi, trovo del tutto comprensibile che essi si esprimano attraverso un complesso simbolico e un motto, del tutto personali, che, nel presente e nel futuro, ne rappresentino gli intenti e il messaggio (questo, credo sia il solo, ma essenziale, uso cui sono destinati)...
QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a) 
Sigillum1 ha scritto:Sono intervenuta su questo tema, che conosco così poco, solo per chiedere a voi che ve ne occupate, di tener conto, quando li descrivete, delle caratteristiche peculiari dell’oggetto e di non impoverirne la descrizione utilizzando sempre e comunque il linguaggio araldico (il caso “mano d’aquila” è stato, a mio avviso illuminante) e di dichiarare con chiarezza che state costituendo anche un nuovo dizionario, quello delle figure prodotte da uno specifico ceto, con significato e funzioni peculiari, che spiegherete a noi, e ai posteri. Un cordiale saluto. Silvia
QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a) 
da Fiore ha scritto:La testa equina mi sembra però di un vero e proprio cavallo, non marino, perché vedo le briglie.
In ogni caso, è proprio una... brutta bestia, eh?
Sono proprio curiosa di sapere se mai una famiglia ebbeil coraggio di adottarla nel suo stemma...
M.
si arriva in cieloantonio p. v. g. ha scritto:Quanto detto da Guido mi sembra poi una ulteriore conferma del semplice fatto che anche al di là dell'acquisizione per ereditarietà si può far uso di qualcosa che possiamo considerare e chiamare "stemma".
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