Sigillum1 ha scritto:Caro von Trotta, nel complesso convengo con lei sul fatto che l'Araldica, soprattutto in Italia, non è mai stata un sistema stabile come molti araldisti ed appassionati tendono a credere e come in fondo piacerebbe a noi tutti, così come stabile e certo non è il suo rapporto con la nobiltà.
Cara Silvia,
queste premesse dovrebbero essere nell'ABC dell'araldica in qualsiasi buon manuale sulla disciplina; all'estero è così da molto tempo - nei paesi germanici dall'inizio del secolo scorso e in Francia da almeno un quarantennio con la "nouvelle héraldique" di Pastoureau - da noi spesso sono ancora rilvate come una scoperta e quindi con un senso di stupore da araldisti che, dall'esame diretto delle fonti se ne accorgono ma, mi pare, non mancano quelli che ancora glissano, pensando magari che il senso della disciplina sia tutto nell'aura paludata che a lungo l'ha ammantata e tengono ancora come oro colato i regolamenti ultra tardivi e di breve durata della vecchia consulta creati da Antonio Manno. Tuttavia anche da noi già Cesare Manaresi l'aveva rilevato: la sua sintesi alla voce "araldica" dell'Enciclopedia Italiana è ancora per certi aspetti attuale, certo molto più moderna di cose scritte dopo. Manaresi si trovò avanti anni luce rispetto ai contemporanei; era un eminente storico che con la coda dell'occhio s'interessava anche d'araldica e, ovviamente, vi applicava i metodi di ricerca storiografica e non quelli da ricerca più "salottiera" di molta parte di araldisti che discettavano (e discettano?) come fossero problemi fondamentali del numero delle perle nella corona di un conte o il numero di cancelli del suo elmo!
In ogni caso proprio questa irritualità e anarchia è anche il fascino della disciplina: ma s'immagina Silvia un'araldica tutta regolamenti, timbri, burocrazia, prevedibile, scontata, banale? Una barba mortale... un po' come l'araldica napoleonica o quella russa.
Sigillum1 ha scritto:Non sapevo di questa debordante concessione ai Cavazzi della Somaglia che, mi pare da fonti bolognesi, ne conservarono poi soltanto il capo,
Lo stemma dei Cavazzi della Somaglia presente sullo "Spreti" - sono andato a rivedermelo ieri sera

- presenta proprio la "grande arma"; i due quarti con le imprese inquartano i tre anelli, lo scopino, l'ondato, il morso, ovvero quasi tutta l'emblematica di Casa ducale; i tre biscioni sono intervallati dagli acronimi "FR", "SF".
Sigillum1 ha scritto:Non ho ancora consultato lo stemmario che cita, si tratta di cambiamenti concessi /imposti o di scelte dei portatori? E, se "concessi", le famiglie li adottarono? Un cordiale saluto. Silvia
Mi pare che il gusto personale aveva un peso importante, così come la chiara comprensione tra due stemmi simili; le "casade" allora mutano il loro stemma per non farlo equivocare per un altro. Non mancano mutazioni per fatti militari - come il ciclamoro dei Barbaro assunto come bandiera d'emergenza che sostituirà per sempre l'arma precedente - e ampliamenti o aggiunte dovute a missioni militari diplomatiche, etc.
Gustosissimo aneddoto quello sugli stemmi di due casade (ora mi sfuggono i nomi) narrato come una novella; due amici passeggiando osservano casualmente un vessillo in un mosaico di San Marco; il primo, rilevatane la bellezza (campo bianco con fascia rossa, neppure questo "granché"

), decide di assumerla come sua insegna e così la indica all'amico; questi ne conviene così tanto che già la sera va dal pittore a farsi dipingere "arme e pavese" battendo sul tempo l'altro. L'indomani il primo, nella bottega del pittore si accorge di essere stato giocato e non gli rimane che commissionarne una versione brisata chiedendo che la fascia diventi azzurra e, ovviamente, comprendendo come l'amico non fosse poi così fidato... Un'amicizia spezzata dall'araldica di potrebbe dire

Un caro saluto,
FJVT