da Giorgio Aldrighetti » domenica 4 febbraio 2007, 21:40
Mi permetto di evidenziare che la nobiltà del Veneto è un corpus di formazione composita. Ne fanno parte anzitutto le case di origine feudale, le più antiche e illustri derivanti da investiture anteriori al Mille (dei Carolingi, dei re italici, degli Ottoni), molte altre posteriori, create da sovrani del Sacro Romano Impero (includente il Regno d’Italia), ovvero da principi ecclesiastici, come il patriarca d’Aquileia, o laici come la Repubblica veneta.
Concorrono poi a formarla i nobili creati da vari sovrani e principi senza che al titolo corrispondesse un potere effettivo; è il caso dei comites palatini, cui spettavano solo mansioni e preminenze onorifiche. Frequenti già nel Quattrocento, tali attribuzioni di titoli si moltiplicarono nel Sei-Settecento.
Le città e i borghi più importanti erano retti da un Consiglio, cui venne in tempi diversi riconosciuto un carattere nobiliare: vi è quindi una nobiltà cittadina, a sua volta di varia origine e composizione.
Per i titolari del Patriziato Veneto, invece, uno dei fondamenti basilari era l’uguaglianza assoluta di tutti i membri, anche se, di fatto, le differenze, nell’ambito della classe patrizia, erano enormi.
Ne consegue che ognuno poteva, almeno in linea teorica, diventare doge, procuratore di San Marco, savio del Collegio e il voto di un patrizio povero valeva quanto quello del più autorevole senatore. Riflesso di questo principio, o mito, dell’uguaglianza patrizia era il titolo riconosciuto ai patrizi, senza alcuna distinzione: quello di Nobilis Vir, Nobilis Homo, Nobiluomo.
In tutto il dominio della Repubblica di San Marco tale titolo, abbreviato in N.U., N.H. (N.D. per le donne), spettava solo a loro; esso designava le persone cui era riservato il potere politico. Da ciò il grande valore di quel titolo; esso abilitava alla partecipazione ai consigli sovrani, che amministravano la città e insieme l’intero Stato. Chi lo portava recava in sé una porzione di quella sovranità di cui ogni patrizio era partecipe, assieme agli altri membri del suo ceto .
Nella storia della Serenissima figurano anche le “grandi famiglie”, quelle che per l’antica origine verranno chiamate “vecchie”. In tutto sono ventiquattro famiglie patriziali, sedici erano anche appellate “tribunizie”, poiché ad esse appartenevano i “tribuni” che avevano eletto il primo doge della veneta Repubblica. A loro volta si distinguevano ancora in due gruppi di quattro e di dodici, e perciò chiamate rispettivamente “evangeliste” ed “apostoliche”. Le quattro famiglie “evangeliste” avevano firmato l’atto di fondazione dell’antico monastero di San Giorgio maggiore, nel 725, e sono: Bembo, Bragadin, Corner e Giustinian, mentre nelle “apostoliche” figurano le famiglie: Badoer, Barozzi, Contarini, Dandolo, Falier, Gradenigo, Memmo, Michiel, Morosini, Polani, Sanudo e Tiepolo. Le ventiquattro “vecchie famiglie” si completano con: Baseggio, Dolfin, Querini, Salamon, Soranzo, Zane, Zen e Zorzi .
Giorgio