SMOM: differenza Italia/Mondo accesso primo grado 3° ceto

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SMOM: differenza Italia/Mondo accesso primo grado 3° ceto

Messaggioda kyros » domenica 13 settembre 2026, 19:50

Buonasera a tutti,
ho provato a cercare nel forum senza esito positivo, se l'argomento è già stato discusso chiedo venia.

Domanda: perché nella maggior parte dei casi (quasi totale e tranne pochi casi particolari) il primo "grado" di ingresso nel terzo ceto dello SMOM per l' Associazione Italiana è il Donato/a di Devozione, mentre per le Delegazioni e Associazioni estere è il Cavaliere/Dama di Grazia Magistrale?

Infatti, nella prassi dell'Ordine e storicamente, la figura del Donato di Devozione (e la sua forte presenza come grado d'accesso) è una peculiarità quasi esclusiva dell'Associazione Italiana e dei Gran Priorati storici italiani, rispetto alle Delegazioni e Associazioni estere.

I motivi di questa differenza risiedono in ragioni storiche, ordinamentali e di tradizione?

Potrebbe sembrare, in un confronto generico e poco perspicace tra le varie associazioni, ad una discriminante meritocratica nei confronti degli italiani?

Ringrazio anticipatamente chi vorrà contribuire alla discussione.

Deferenti ossequi.
Con i sensi della mia più alta stima

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Re: SMOM: differenza Italia/Mondo accesso primo grado 3° cet

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » lunedì 14 settembre 2026, 22:21

La questione è interessante e credo che, per affrontarla, sia utile distinguere il piano propriamente ordinamentale da quello della prassi seguita dalle diverse istituzioni nazionali dell’Ordine.
Nel diritto melitense vigente non mi pare infatti di rinvenire una disposizione secondo la quale il Donato di Devozione debba necessariamente costituire il grado iniziale del Terzo Ceto, né tantomeno una regola che riservi tale percorso agli italiani.
Anzi, il Codice distingue espressamente, per i membri del Secondo e Terzo Ceto non appartenenti al clero, tre gradi: Donato o Donata di Devozione, Cavaliere o Dama e Cavaliere o Dama di Gran Croce.
All’interno del grado di Cavaliere o Dama si trovano poi le categorie di Grazia Magistrale, Grazia e Devozione e Onore e Devozione.
Pertanto il Donato di Devozione è propriamente un grado dell’Ordine e non semplicemente una sorta di “noviziato” obbligatorio prima della Grazia Magistrale.

Il Codice prevede inoltre che il candidato al Terzo Ceto compia un periodo di preparazione di almeno un anno e che venga presentato al Gran Maestro dal Priore, dal Sottopriore o dal Presidente competente.
L’ammissione è quindi concessa dal Gran Maestro, previo voto deliberativo del Sovrano Consiglio. Non risulta però stabilita una sequenza necessaria tale per cui si debba essere prima Donati e poi, quasi automaticamente, Cavalieri o Dame di Grazia Magistrale.

La differenza evidenziata è dunque, a mio avviso, soprattutto una differenza di tradizione e di prassi dei singoli organismi territoriali.
In Italia, e soprattutto nell’ambito dei Gran Priorati storici, si è consolidata da tempo la tendenza a ricevere inizialmente molti candidati come Donati di Devozione, lasciando eventualmente a un momento successivo il passaggio alla Grazia Magistrale.
È una modalità che consente anche di verificare nel tempo l’effettiva partecipazione del nuovo membro alla vita spirituale e caritativa dell’Ordine.
Ricordo, a questo proposito, che il caro fra’ Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, in più di un’occasione, invitava a non accelerare eccessivamente il passaggio da Donato a Cavaliere, osservando con la sua consueta bonomia che, diversamente, si sarebbe finito per togliere il “gusto” e il significato stesso di quel passaggio.
È un ricordo personale, naturalmente, ma credo renda bene l’idea di come tale percorso fosse percepito non come una penalizzazione, bensì come una progressione vissuta all’interno dell’Ordine.

Ma non si tratta di una caratteristica esclusivamente italiana.
Per esempio, anche l’Associazione Maltese ha storicamente effettuato ammissioni come Donati e Donate di Devozione, seguite successivamente da promozioni a Cavalieri e Dame di Grazia Magistrale.
Vi sono cerimonie documentate nelle quali compaiono contemporaneamente nuove ammissioni tra i Donati e passaggi di Donati alla Grazia Magistrale.
In altre Associazioni nazionali, invece, la prassi è stata ed è assai più frequentemente quella dell’ammissione diretta come Cavaliere o Dama di Grazia Magistrale.
Non parlerei quindi di una “discriminante meritocratica” nei confronti degli italiani.

La Grazia Magistrale conferita direttamente all’estero non implica necessariamente che il candidato straniero sia stato giudicato più meritevole di quello italiano ricevuto come Donato.
Si tratta piuttosto di differenti tradizioni di ricezione e, probabilmente, anche di differenti modi di intendere il percorso di inserimento nella vita dell’Ordine.
Del resto, proprio la varietà delle prassi nazionali invita a non leggere le denominazioni come se costituissero una scala meritocratica automatica.
L’elemento decisivo dovrebbe rimanere quello indicato dalla Carta e dal Codice: l’adesione alla spiritualità melitense, la vita cristiana e l’effettivo impegno nella Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum.

Sarebbe però molto interessante ricostruire storicamente quando e attraverso quali disposizioni, prassi o consuetudini si sia consolidata nei tre Gran Priorati italiani questa particolare funzione del Donato quale forma ordinaria di prima ricezione.
Credo che un buon punto di partenza potrebbe essere l’esame comparato dei ruoli ottocenteschi dell’Ordine, verificando anzitutto quale fosse allora la consistenza numerica dei Donati rispetto ai Cavalieri delle diverse categorie e, soprattutto, se sia possibile individuare una continuità biografica tra l’ingresso come Donato e il successivo passaggio alla dignità cavalleresca.

A questo aggiungerei il confronto con il ruolo pubblicato da Bertini Frassoni nel 1929. Una verifica sistematica di queste fonti potrebbe forse consentire di stabilire se la prassi oggi caratteristica dei Gran Priorati italiani abbia radici già ottocentesche oppure se si sia definita più precisamente tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.
La mia impressione è che proprio in questa fase possa essersi consolidata la tradizione italiana che conosciamo oggi, ma su questo occorrerebbe naturalmente lasciare parlare la documentazione.
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Alessio Bruno Bedini
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