La privazione della nobiltà

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » sabato 4 luglio 2015, 12:17

Memini ha scritto:Nessuna volontà di attacco, tutt'altro, né alcuna volontà di portare altri ad aderire alle proprie convinzioni. Se siamo su questo sito è proprio perchè ognuno di noi possa correttamente e legittimamente esprimere le proprie opinioni: la verità assoluta non appartiene all'uomo.
Un punto fondamentale: in passato l'esercizio del potere,la influenza sugli affari, il peso sociale appartenevano in massima parte ad una classe "nobiliare", comunque creatasi nei secoli (cooptazione o infeudazione), molto restìa ad aggregare a sé quelli che considerava non adeguati: se lo faceva era soltanto perché si trattava di persone molto ricche, potenti, influenti ma conservava sempre una certa puzza sotto il naso nei confronti del parvenue (com'è noto, pecunia non olet......)
Oggi le persone ricche, potenti, influenti sono molto, troppo spesso, tutt'altro che "nobili" o ad essi assimilabili per la correttezza dei comportamenti; l'attuale ceto dirigente riempie di sé quotidianamente le pagine della cronaca nera con reati dal peculato all'appropriazione indebita alla malversazione, alla truffa, all' abuso di potere e chi più ne ha più ne metta: bisogna aspirare ad entrare in questo "club" che di fatto da qualche decennio ha soppiantato il vecchio ceto nobiliare nel'esercizio del potere ? E d'altronde, il vecchio ceto dirigente postunitario che era formato in massima parte da elementi di origine aristocratico-nobiliare offriva esempi di fior di galantuomini come di emeriti farabutti, con buona pace di chiunque. Ma questo è sempre stato così, giacché la permanenza al potere non qualificava positivamente nemmeno tutti i membri del ceto dirigente diciamo storico, intendendo così il Senato veneto piuttosto che gli "Alberghi" genovesi, o il Parlamento siciliano. Il genere umano è quello che è, con le sue virtù e i suoi vizi !
Pertanto oggi abbiamo "club" di vario tipo; da quelli che si basano sul potere finanziario ( e ne vediamo spesso l'operato) a quelli che, anche senza richiedere requisiti nobiliari, prestano attività di servizio (Lions, Rotary), ad alcuni prestigiosi Ordini cavallereschi nei quali l'accesso è ormai aperto a tutti a prescindere dall'entità del patrimonio personale ma che semmai dividono i propri membri in varie categorie, nobiliari e non, proprio secondo quelle caratteristiche di tradizione storico-genealogica che configuravano l'antica nobiltà. Del resto, se il fine è il servizio al sofferente, non ti serve avere una posizione influente in società, detenere un qualsivoglia potere economico, essere Console di vattelappesca ma soltanto conservare quel sincero spirito cristiano che fu all'origine di tali Ordini che solo successivamente diventarono clubs elitari e che, oggi, nella generalizzata decadenza del ceto nobiliare, si sono maggiormente aperti alla società civile. Pretendere di essere assimilati ad un ceto nobiliare al giorno d'oggi perchè si può esibire una dichiarazione dei redditi a 8 o 9 zeri suscita solo senso del ridicolo se i comportamenti pubblici sono quelli che diventano oggetto di cronache da rotocalco o,peggio, di indagini pesantissime da parte della Magistratura con esito spesso assolutamente disonorevole per l'indagato. Preferisco conversare con gente la cui famiglia ha goduto in un recente passato della legittima appartenenza al "club" (chiamiamolo così......) e ora non ne fa più parte per vari motivi piuttosto che partecipare a lussuosi ricevimenti in ville appartenute in passato a grandi famiglie e oggi in mano a squallidi personaggi ricchi, potenti, influenti che magari, per un residuo pudore,non possono proporsi in prima persona per l'ingresso nel "club" ma tentano di aprirne la strada a figli e nipoti, magari incolpevoli. Buon fine settimana [knight.gif]


Concordo con tutto quanto scritto, tranne forse l'eccessivo "romanticismo" secondo cui si tende a considerare il ceto dirigente di un tempo, quello nobiliare, come composto da santi e probi, quando invece abbiamo esempi, e non minoritari, di "nobili" che si comportarono infinitamente peggio degli attuali arricchiti che magari non conoscono le buone maniere, che magari sono anche intrallazzatori, ma le loro azioni sono causa di minori danni sociali di quanto lo furono quelle di alcuni/molti "nobili" del passato. E questo mi da lo spunto per un'ulteriore provocazione: anche quei personaggi che nel passato compirono gesta deprecabili, scatenarono guerre per semplice egoismo ed avidità, che torturarono, incendiarono, distrussero, perseguitarono per i loro personali interessi, che furono l'opposto di quello che spesso leggiamo nei nostri "romantici" interventi sulle qualità e virtù della nobiltà che fu, eppure anch'essi sono definiti nobili. Perché? Perché con quel termine, nel passato, non si identificavano, come molti romantici pensano, i santi e i virtuosi, i galantuomini, ma semplicemente i potenti, il ceto dirigente dell'epoca che poteva essere virtuoso come immorale, sobrio come esagerato, elegante come cafone, parsimonioso come opulento, aiuto della società come avido ed egoista, cercante la pace come guerrafondaio... Poi è ovvio che in un'epoca dove la cultura (che è la base anche della ricerca del bello, dell'eleganza, dell'alto) era patrimonio di pochi, essenzialmente i nobili fossero quasi i soli ad essere portatori di eleganza, dignità non li eleva sopra gli altri, ma anzi, pone sulle loro spalle un peso ed una responsabilità maggiore che spesso non seppero rispettare. Ed è per questo che "combatto la battaglia" sull'"esclusione" dal club nobiliare di quei discendenti e di quelle famiglie che non seppero essere all'altezza di quelle responsabilità che la storia e la collettività conferirono loro. Proprio per la grande stima e per il valore che conferisco a quel ceto dirigente, vorrei che fossero spazzate via quelle mele marce e quei personaggi incompetenti che non si dimostrarono all'altezza delle loro responsabilità e dell'essere nobili. Invece molti preferiscono che nel "club" permangano tutti: una volta entrati, all'infinito, santi e immorali, capaci ed incapaci, facenti e nullafacenti, parsimoniosi e dilapidatori... solo perché ebbero la fortuna che qualcuno, nel passato, meritò di entrare nel club. Io vorrei invece arrivare a far capire che per la permanenza nel club non sia sufficiente che l'avo dei secoli andati abbia soddisfatto i requisiti di ammissione, ma che ogni generazione li soddisfi e anzi, li superi!
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » sabato 4 luglio 2015, 12:34

Ritengo che fondamentalmente concordiamo: la mia visione "romantica" non vuole essere assolutoria della "nobiltà storica" che spesso fu legata a sopraffazione, tradimenti, cambi di campo, efferatezze, soprusi...tutte "qualità" magari necessarie al governo e alla ragion di Stato, proprie di un ceto che allora le esercitò e che oggi è stato soppiantato in tale esercizio da una massa di gente che troppo spesso non vanta nemmeno non solo le qualità morali ma neanche quelle "culturali" che in passato potevano diversificare il "nobile" che poteva studiare, circondarsi di una propria bilioteca, mantenere letterati e musicisti alla sua Corte......ma li sentite come parlano oggi i membri del nostro "ceto dirigente" al quale la decadenza delle nostre Istituzioni ha aperto la porta del Palazzo....?
Del resto, al giorno d'oggi, non essendovi più fons honorum, non essendo, almeno in Italia, riconosciuti titoli di nobiltà o la nobiltà come categoria privilegiata per l'accesso al "club dal quale spremere soldi",che è quello più ambito, non mi spavento di un discendente di famiglia storica, magari parzialmente decaduta purchè non a livello infamante, che voglia ritornare nel "club" magari demodeè dei suoi antenati...... [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 4 luglio 2015, 14:20

Memini ha scritto:( ... ) Del resto, al giorno d'oggi, non essendovi più fons honorum, non essendo, almeno in Italia, riconosciuti titoli di nobiltà o la nobiltà come categoria privilegiata per l'accesso al "club dal quale spremere soldi",che è quello più ambito, non mi spavento di un discendente di famiglia storica, magari parzialmente decaduta purchè non a livello infamante, che voglia ritornare nel "club" magari demodeè dei suoi antenati...... [knight.gif]

Concordo,
ma mi corre ricordarti che oggi in Italia vi sono ordini cavallereschi sovrani e dinastici, riconosciuti dal governo italiano ( SMOC, SMOCSG, S. Stefano Martire, S. Giuseppe di Toscana ), i cui G.M. Capi di R. Casa (veri fons honorum riconosciuti dal nostro ICOC), accolgono cavalieri nelle classe nobiliare previo riconoscimento attraverso prove di nobiltà.

Nelle nobiltà italiche , il ceto , sebbene non riconosciuto da molti, continua ad essere aperto a chi dimostri un'adesione al carisma cristiano per l'educazione alla Fede e provenga da famiglia nobile.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » sabato 4 luglio 2015, 17:24

Assolutamente d'accordo, parliamo della medesima realtà; e del resto tali Ordini hanno precisi criteri per delineare l'eventuale perdita o privazione della nobiltà di una famiglia già nobile, sulla base delle prove fornite. Penso che lo scambio di opinioni sia stato esaustivo, buona Domenica [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda N85 » domenica 5 luglio 2015, 2:21

Mi permetto di prendere posizione in questa interessante discussione.
La nobiltà ha, secondo me, tre dimemsioni:
1) Giuridica. Come concessione/riconoscimento da parte di chi detiene la sovranità. Tale nobiltà poteva legalmente perdersi al ricorrere di determinate condizioni disciplinate dalle varie legislazioni nobiliari succedutesi nel territorio italico
2) Storica. Come eredità immateriale di un portato di tradizioni, usi, memorie, storie particolari che hanno segnato la storia delle collettività, patrimonio genetico. Questa in realtà esiste in ogni famiglia, ma è ampiamente presumibile che le casate aristocratiche abbiano una dimensione storica più accentuata.
3) Sociale. Intesa come riconoscimento dei pari, può avvenire tramite ordini cavallereschi (lì chiaramente c'è anche una valenza giuridica e di qualità personali), circoli o semplicemente come riconoscimento all'interno della società in cui si vive.

Di queste 3, la prima dimensione è ormai morta, non più acquisibile nè, chiaramente, perdibile. La seconda è intangibile, afferisce all'identità e alla dignità di ciascuno ed è tutelata dai diritti umani.
La terza è quella più problematica, perché, ora che è rimasta priva del supporto giuridico, è chiamata ad autoregolarsi, il che non è facile, come dimostra il proliferare di associazioni nobiliari e albi privati di vario genere e prestigio. Però è forse la dimensione a tutt'oggi più viva e più distintiva della nobiltà. L'argomento meriterebbe una trattazione ben più lunga, ma qui voglio limitarmi al tema della discussione: questa distinzione si può perdere per indegnità, perchè il proprio ceto sociale non riconosce più un soggetto che si è coperto di vergogna come meritorio di rappresentarla. Così si può essere espulsi da ordini, circoli, associazioni, esclusi dalla cerchia sociale dei propri pari, non considerati più nobili all'interno della propria realtà locali, financo messi ai margini dalla propria famiglia. Questa è la nobiltà che si può perdere oggi e ciò risponde all'esigenza di un gruppo sociale di salvaguardare se stesso eliminando la mela marcia.
Se poi questa esclusione si estenda pure a figli e nipoti dipenderà dalle contingenze, dalla gravità dei fatti e dal comportamento tenuto dagli eredi medesimi.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » lunedì 6 luglio 2015, 13:09

Grazie del puntuale contributo, mi sembra una posizione precisa, equilibrata e condivisibile [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » lunedì 6 luglio 2015, 16:49

Quoto. Condivido la questione delle tre dimensioni.
Per quanto riguarda la questione in generale però penso andrebbe meglio contestualizzata.
Non si può accomunare quanto succedeva nel medioevo, nell'età moderna, nell'età del Regno d'Italia e oggi.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » lunedì 6 luglio 2015, 17:01

Concordo anche io con la visione di N85 che ringrazio.
Riguardo la contestualizzazione in base al periodo storico, è assunto giustissimo e anche ovvio, poiché il ceto nobiliare variava in base al luogo, al contesto storico, sociale e geografico, alla legislazione di riferimento... però, vorrei precisare un aspetto che ritengo importante e che già scrissi tempo addietro. Le tre dimensioni riportate, per quanto con percentuali differenti in base ai contesti storici/sociali/geografici/legislativi (basti pensare all'enorme differenza che poteva avere sul piano giuridico e di influenza sociale un nobile del 1200 ed uno del 1940) sono da considerarsi presenti nel nobile del 1200 come in quello del 1945, ripeto, seppur con percentuali differenti (nel 1200 i poteri che la legislazione riconosceva al nobile erano infinitamente maggiori rispetto ai privilegi per lo più cerimoniali del nobile del 1945). Dal 1946 ad oggi, almeno in Italia, non sono solo variate le percentuali di rilevanza delle singole dimensioni, ma sono completamente saltate le dimensioni, fatta salva quella storica che, come ha scritto giustamente N85, appartiene a qualsiasi famiglia, non solo a quelle nobili, seppur va riconosciuto che i casati aristocratici abbiano da sempre tenuto in grande considerazione tale dimensione (anche se, con il venir meno della dimensione giuridica e di quella sociale, è facile ed è sotto gli occhi di tutti, che anche quella storica si rischia di perderla). E' questa la grande differenza tra oggi, in Italia, ed il passato, anche quello recente ed è questo uno dei motivi per cui non riesco ad usare il medesimo termine, "nobile" per appellare chi lo fu davvero, chi visse tutte e tre le dimensioni, e chi, oggi, è un semplice discendente di quel "nobile" e che è già tanto se riesce a mantenere viva la dimensione storica.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » lunedì 6 luglio 2015, 17:43

T.G.Cravarezza ha scritto: (...) E' questa la grande differenza tra oggi, in Italia, ed il passato, anche quello recente ed è questo uno dei motivi per cui non riesco ad usare il medesimo termine, "nobile" per appellare chi lo fu davvero, chi visse tutte e tre le dimensioni, e chi, oggi, è un semplice discendente di quel "nobile" e che è già tanto se riesce a mantenere viva la dimensione storica.

:D ma chi frequenti ? [hmm.gif] I nobili di oggi riescono a mantenere benissimo vive e vegete le dimensione storiche e culturali .
Tra i nobili europei , dove vi sono ancora in vigore le scarsamente incisive valenze legislative , ed i residui funzionali ( qualcosina in U.K. ) vi sono solo discendenti di nobili ?
Suvvìa ! Allora scrivere di eredità immateriale è un per modo di dire ?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » lunedì 6 luglio 2015, 17:58

Ma infatti l'unica che salvo è la dimensione storica che, come ho scritto, è patrimonio di qualsiasi famiglia, seppur è indubbio che per le famiglie con un passato nobiliare abbia, "spesso", una forte valenza.
La dimensione giuridica, in Italia, è completamente assente, mentre è ancora presente, seppur, come scrissi, con percentuali differenti rispetto al lontano passato, in altri Stati.
La dimensione sociale è anch'essa ormai andata perduta, almeno in Italia. Ci sono circoli chiusi dove i discendenti di avi nobili si possono ritrovare e fare gruppo, ma è indubbio che il riconoscimento che la società (quindi non il proprio gruppetto di amici) dava ad un nobile, anche solo fino al 1945, in Italia, e che dà oggi ad un suo discendente, è abissale. La società odierna non sa nulla della nobiltà se non quello che legge sui giornali di gossip, tra un articolo dedicato ad un calciatore, ad un attore ed anche ad un "nipote di un Papa" et similia. Oggi è più facile che un discendente di un principe del XV secolo sia conosciuto perché abile avvocato o per altri fattori lavorativi che non per il suo passato e per la sua valenza storica.
I nobili europei, laddove la nobiltà sia ancora giuridicamente riconosciuta (Spagna, Regno Unito...), hanno tutto il diritto di definirsi con tale termine, poiché, come ho scritto, seppur con percentuali enormemente differenti rispetto al passato, le 3 dimensioni sono ancora vive in loro (giuridica, per quanto molto limitata rispetto ai privilegi dei secoli addietro), storica e sociale (sociale che è diretta causa/conseguenza di quella giuridica.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » lunedì 6 luglio 2015, 19:03

T.G.Cravarezza ha scritto:Ma infatti l'unica che salvo è la dimensione storica che, come ho scritto, è patrimonio di qualsiasi famiglia, seppur è indubbio che per le famiglie con un passato nobiliare abbia, "spesso", una forte valenza.
La dimensione giuridica, in Italia, è completamente assente, mentre è ancora presente, seppur, come scrissi, con percentuali differenti rispetto al lontano passato, in altri Stati.
La dimensione sociale è anch'essa ormai andata perduta, almeno in Italia. Ci sono circoli chiusi dove i discendenti di avi nobili si possono ritrovare e fare gruppo, ma è indubbio che il riconoscimento che la società (quindi non il proprio gruppetto di amici) dava ad un nobile, anche solo fino al 1945, in Italia, e che dà oggi ad un suo discendente, è abissale. La società odierna non sa nulla della nobiltà se non quello che legge sui giornali di gossip, tra un articolo dedicato ad un calciatore, ad un attore ed anche ad un "nipote di un Papa" et similia. Oggi è più facile che un discendente di un principe del XV secolo sia conosciuto perché abile avvocato o per altri fattori lavorativi che non per il suo passato e per la sua valenza storica.
I nobili europei, laddove la nobiltà sia ancora giuridicamente riconosciuta (Spagna, Regno Unito...), hanno tutto il diritto di definirsi con tale termine, poiché, come ho scritto, seppur con percentuali enormemente differenti rispetto al passato, le 3 dimensioni sono ancora vive in loro (giuridica, per quanto molto limitata rispetto ai privilegi dei secoli addietro), storica e sociale (sociale che è diretta causa/conseguenza di quella giuridica.

Tre le ormai famose / famigerate valenze che circoscrivono /circoscrivevano la nobiltà, due sono in forte crisi anche nei paesi che mantengono legislazioni nobiliari:
quelle funzionali legislative le altre due ( storico-culturali )sono blindate , intoccabili perché la storia si può essere manipolata solo da malintenzionati, la seconda : la cultura nobiliare ( percezione di appartenenza ad un comune destino ) è al di fuori di ogni manipolazione.
quello che , personalmente sopporto a stento , come molti, è il concetto di rilegate a qualche gabbia dorata o sacrestia, le nobiltà italiche con neologismi o inedite attribuzione di morte presunta ( paranobiltà, discendenza di famiglie nobili ).
Se quello che emerge tra l'gli appartenenti del ceto un tempo dirigente , sono le intemperanze da baraccone dei rotocalchi rosa, è solo frutto dei tempi e degli scempi della comunicazione di massa , jet set malato dato in pasto alla gente . I tempi sono amorali e superficiali in ogni direzione , a 360°.
Sta alle forze sane ... salvare il salvabile.
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda N85 » martedì 7 luglio 2015, 2:13

T.G.Cravarezza ha scritto:La dimensione sociale è anch'essa ormai andata perduta, almeno in Italia. Ci sono circoli chiusi dove i discendenti di avi nobili si possono ritrovare e fare gruppo, ma è indubbio che il riconoscimento che la società (quindi non il proprio gruppetto di amici) dava ad un nobile, anche solo fino al 1945, in Italia, e che dà oggi ad un suo discendente, è abissale. La società odierna non sa nulla della nobiltà se non quello che legge sui giornali di gossip, tra un articolo dedicato ad un calciatore, ad un attore ed anche ad un "nipote di un Papa" et similia. Oggi è più facile che un discendente di un principe del XV secolo sia conosciuto perché abile avvocato o per altri fattori lavorativi che non per il suo passato e per la sua valenza storica.


Onestamente non sono tanto d'accordo sul fatto che la valenza sociale della nobiltà non esista più.
Sicuramente, visto che le tre dimensioni cui accennavo sono connesse fra loro, la perdita della distinzione giuridica ha dato un bel colpo anche alla valenza sociale (e altrettanto credo sia accaduto nei Paesi monarchici, in cui i privilegi giuridici legati allo status nobiliare sono comunque ormai meri residui).

Nonostante tutto, ci sono dei settori della società italiana (e anche questo forum ne rappresenta uno spaccato) in cui nobiltà e storia di famiglia ancora vogliono dire qualcosa, ci sono organizzazioni in cui si entra solo previo vaglio dei "titoli" e/o per cooptazione, ci sono persone che si conoscono e si interfacciano in virtù di comuni radici aristocratiche e ci sono inimicizie "storiche", ci sono famiglie che si uniscono per difendere la loro memoria comune, ci sono realtà in cui appartenenti ad altre "classi sociali" riconoscono le qualifiche dell'ex feudatario locale ancora in grado di esercitare un ruolo sul piano economico o dell'autorevolezza.
Insomma, la società è composita e c'è anche questo. Perciò dico che la nobiltà ha ancora oggi una valenza sociale, almeno per alcuni, almeno in certi contesti. Anzi, a dirla tutta è una realtà fondamentale, perchè la nobiltà vive finché ha un riconoscimento esteriore: chiaramente quello giuridico è morto, quello sociale ancora (forse per poco) sopravvive, non senza fatica. Del pari, la nobiltà oggi si perde quando viene meno il riconoscimento da parte dei pari.

Questa è anche la ragione per cui comprare un titolo non serve a nulla (lasciamo per un attimo in disparte la legittimità dei titoli in vendita, quasi tutti falsi): un titolo comprato al giorno d'oggi difficilmente farebbe ottenere all'acquirente la considerazione dei pari e quindi resterebbe un fatto intimo e di nessuna spendibilità.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » martedì 7 luglio 2015, 4:04

Effettivamente la mia considerazione sulla dimensione sociale è stata un poco sintetica e forse brusca e quindi posso concordare con quanto esprime.
Però il nocciolo della mia considerazione è in questo mio passaggio: "...il riconoscimento che la società (quindi non il proprio gruppetto di amici) dava ad un nobile, anche solo fino al 1945, in Italia, e che dà oggi ad un suo discendente, è abissale". Il fatto che i discendenti di avi nobili facciano gruppo tra loro e che ci siano organizzazioni private che usano come criterio di ammissione criteri nobiliari è un po' poco rispetto al riconoscimento sociale (comprensivo di quella influenza sulla collettività del luogo)che aveva un nobile anche solo fino al 1945 (e che ancora ha, seppur in modo molto limitato rispetto al passato, negli stati in cui la valenza giuridica è ancora presente).
Insomma, si ritorna al fatto che la nobiltà, per me, è primariamente uno status sociale/giuridico, le due realtà sono inscindibili: il nobile è riconosciuto tale dalla società che gli conferisce/riconosce, tramite la legislazione, una posizione sociale e giuridica specifica, con specifici diritti/doveri e tale posizione/status giuridico è a sua volta motivo di influenza/riconoscimento sulla collettività. La dimensione storica, accompagna le altre due, perché è ovvio (anche se alle volte, nell'impeto della discussione, forse i miei interventi lo davano troppo per scontato) che per divenire influenti all'interno della società e meritare uno status giuridico e sociale specifico, sia necessario che una famiglia sia conosciuta nella società, detenga potere/prestigio/ricchezza e di conseguenza abbia una storia nel luogo dove agisce su tali settori. Ma è altrettanto conseguente che la dimensioni storica non è solo "causa" delle altre due, ma anche "conseguenza", perché si accresce con il riconoscimento nobiliare giuridico/sociale. Insomma, le tre dimensioni sono strettamente connesse, anche, ripeto, se con percentuali tra loro differenti rispetto ai luoghi e tempi. Ancora oggi esistono tutte e tre in quegli stati in cui la nobiltà è giuridicamente/socialmente/storicamente riconosciuta, seppur con differenze notevolissime rispetto al passato.
Mentre invece, ed è qui che mi trovo spesso in disaccordo con molti dei lor Signori, laddove non è più uno status giuridicamente/socialmente riconosciuto, come in Italia, ritengo si possa considerare ormai uno status morto, perché appunto privo, seppur nei limitatissimi riconoscimenti degli Stati odierni, della dimensione giuridica e, quasi totalmente, della dimensione sociale. Per questo non me la sento, personalmente, di usare il medesimo termine "nobile" per identificare una persona che detiene solamente la dimensione storica e, forse, un barlume di quella sociale, di quanto fosse invece lo status nobiliare dei propri avi, loro sì "nobili".
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » martedì 7 luglio 2015, 8:18

T.G.Cravarezza ha scritto:Insomma, le tre dimensioni sono strettamente connesse, anche, ripeto, se con percentuali tra loro differenti rispetto ai luoghi e tempi. Ancora oggi esistono tutte e tre in quegli stati in cui la nobiltà è giuridicamente/socialmente/storicamente riconosciuta, seppur con differenze notevolissime rispetto al passato.
Mentre invece, ed è qui che mi trovo spesso in disaccordo con molti dei lor Signori, laddove non è più uno status giuridicamente/socialmente riconosciuto, come in Italia, ritengo si possa considerare ormai uno status morto, perché appunto privo, seppur nei limitatissimi riconoscimenti degli Stati odierni, della dimensione giuridica e, quasi totalmente, della dimensione sociale. Per questo non me la sento, personalmente, di usare il medesimo termine "nobile" per identificare una persona che detiene solamente la dimensione storica e, forse, un barlume di quella sociale, di quanto fosse invece lo status nobiliare dei propri avi, loro sì "nobili".


Su questo concordo con Tomaso.
Anzi io sono forse ancora più radicale: anche nei paesi occidentali dove formalmente ancora esiste una nobiltà, questa è talmente stravolta rispetto al passato che non è più la stessa cosa che fu. Solo il nome è lo stesso ma forma e sostanza sono profondamente diverse.
Questo lo dico per amor di storia e per il profondo rispetto che nutro per la nobiltà di età medievale e moderna.
Occorre dire chiaramente che i nipoti dei feudatari o grandi nobili del tempo che fu, oggi non hanno nulla in comune con i propri antenati.
I nobili di età medievale e moderna trascendevano giuridicamente/socialmente/storicamente le persone comuni, mentre oggi i loro discendenti sono al pari delle persone comuni.
Questo anche dove la nobiltà è tutelata.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » martedì 7 luglio 2015, 8:37

Pur concordando in linea generale con quanto afferma Alessio, io ritengo che in quegli stati dove la nobiltà è ancora oggi giuridicamente riconosciuta (Regno Unito et similia), essa sia detentrice ancora oggi delle tre dimensioni summenzionate (seppur con percentuali tra le stesse molto lontane da quelle della nobiltà del passato) e quindi debba essere ancora considerata come tale. Il riconoscimento giuridico recante i limitatissimi privilegi e diritti/doveri (alle volte mera indicazione di cerimoniale pubblico, altre volte qualche ruolo pubblico specifico come nel Regno Unito), il conseguente riconoscimento sociale pubblico e privato e, ovviamente, il mantenimento della memoria storica, fanno sì che si possa, anzi, secondo me, si debba considerare ancora nobiltà nel senso accademico del termine (anche se, concordando con Alessio, se un nobile del 1200, ma anche solo del 1800, ritornasse dal passato, stenterebbe a riconoscerli come suoi pari).
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