La discussione ha preso una piega molto interessante pur partendo da una situazione non edificante come il commercio di titoli ed onori.
Il dibattito è stato avvincente, soprattutto tra Sergio ed Alessio, esponenti di due tesi contrastanti. Vorrei esprimere anche il mio parere a riguardo che, preannuncio, essere molto in linea con Alessio e anche essere molto lungo, quindi vi scuserò se non lo leggerete tutto

Sergio ha una idea che definirei "romantica" della nobiltà e che è stata sintetizzata benissimo dall'utente N85:
N85 ha scritto:Scusate se, da profano del forum, entro in un argomento tanto spinoso, ma vorrei rispettosamente esprimere alcune considerazioni giuridiche.
Sergio (se interpreto bene la sua posizione) muove dall'idea, rispettabilissima, che la nobiltà sia una qualità della persona e, come tale, appartenente al diritto naturale ed insopprimibile da parte del legislatore e del costituente. Addirittura, seguendo quest'impostazione, potrebbe dirsi che sia implicitamente riconosciuta dall'art. 2 Cost. Questa posizione è suggestiva e affascinante, ma personalmente non la condivido.
A mio avviso, infatti, i titoli nobiliari non sono qualità (come gli attributi fisici o i sentimenti) insopprimibili, ma istituti giuridici, che sono nati perchè sono stati istituiti e possono essere tranquillamente soppressi (soprattutto da un potere per sua natura originario come quello costituente).
Leggendo gli interventi di Sergio, ma anche raccogliendo testimonianze a riguardo dalla televisione, dai giornali e dal popolo, sembra effettivamente che la nobiltà sia una qualità specifica di alcuni esseri umani e che lo Stato, concedendo un titolo, non abbia fatto altro che "riconoscere" tale qualità che come una luce illumina tali persone particolari. Da qui è facile quindi sostenere che chi è nobile è tale per "diritto divino", per una qualità intrinseca e di conseguenza si sarà nobili per sempre, in buona e cattiva sorte, con grandi ricchezze o in totale miseria, in periodo repubblicano come durante la monarchia, in presenza di leggi che riconoscano la nobiltà quale diritto pubblico o in totale assenza di una legislazione nobiliare et cetera.
Personalmente, invece, ritengo la nobiltà un semplice status sociale previsto dalla legge che comporta diritti e doveri per chi ne fa parte e requisiti per accedervi e rimanervi, al pari di chi fa parte dell'Ordine dei medici o dei giornalisti o di una categoria sociale (politici, imprenditori...). Insomma, la nobiltà esiste perché lo Stato, monarchico o repubblicano, ha deciso in tal senso, normando diritti e doveri per chi viene chiamato, sempre dallo Stato, a far parte di tale gruppo di persone.
Studiando la storia scopriremo che i nobili erano essenzialmente il ceto dirigente. Poi vi erano vari tipi di nobiltà: da quella feudale con diritti pari a dei piccoli sovrani (ma anche doveri di tale livello, quale la protezione dei propri sudditi, il mantenimento dell'ordine, riscossione tasse et cetera) a quella patrizia tipica di molte citta-stato che si può assimilare ad una sorta di oligarchia composta da coloro che per saggezza e denaro avevano l'onore e l'onere di gestire la cosa pubblica, fino alla nobiltà di titolo in cui gli appartenenti godevano di particolari diritti sociali, ma erano tenuti comunque a fornire il loro contributo vuoi in politica vuoi in guerra. Queste persone quindi non venivano riconosciute dalla società perché "angeli caduti dal cielo", ma perché svolgevano un ruolo all'interno della stessa, un ruolo più o meno importante in base alle epoche, ai luoghi, ai poteri e diritti che lo Stato conferiva loro. Per cui, come qualsiasi altro status-funzione, si poteva perdere come acquisire. Il valente capitano che in guerra sconfigge i nemici, può ricevere terre, titoli ed onori dal sovrano e intraprendere la sua scalata sociale, ma non perché dotato dell'accidente "nobiltà", aristotelicamente parlando, ma perché lo Stato gli ha concesso un titolo per specifiche ragioni e tale titolo, normato dalla legge, comporterà diritti e doveri. Nel momento in cui quel giovane capitano, divenuto conte, perde tutto in battaglia, il suo feudo viene conquistato, non svolge a dovere il suo compito di feudatario, può tranquillamente perdere il suo titolo ed il suo status.
Posso dare atto a Sergio che c'è una grande differenza tra il ceto dirigente fino all'800 e il ceto dirigente attuale. Il ceto dirigente passato, i nobili, non svolgeva solamente un compito puramente dirigenziale-impiegatizio, ma aveva un potere che oggi nessun dipendente dello Stato, politico, amministratore pubblico o grande imprenditore detiene. Il nobile passato, dal feudatario al patrizio era, in fin dei conti, lo Stato stesso e per quanto soggetto alla legge, come ho scritto precedentemente, era differenziato in modo totale dal resto della cittadinanza e deteneva un potere davvero importante. Oggi i politici o gli imprenditori possono influenzare l'opinione pubblica, prendere importanti decisioni, ma non detengono il potere che i loro corrispettivi passati avevano. Quindi, se da un lato nobiltà del '500, ad esempio, la si può identificare semplicemente come "ceto dirigenziale del '500", usando i termini di oggi, non si può allo stesso modo affermare che il ceto dirigenziale odierno sia come i nobili di un tempo. Le caratteristiche, il potere gestito, i diritti ed i doveri sono differenti. Come era differente l'ereditarietà dello status. Oggi il figlio di un politico può entrare in politica, ma non è sicuro di raggiungere lo status del padre, mentre un tempo l'ereditarietà del titolo e dello status era dovuta alla necessità di avere un ceto dirigente sicuro, preparato e ciò poteva avvenire solo con la formazione dei discendenti a tale scopo fin dalla nascita. Ma questo era necessario per l'epoca e non deve far pensare che il figlio del conte Pinco Pallo fosse più intelligente o fosse nato con delle peculiarità sovra-umane, ma semplicemente era stato educato fin dalla nascita per quel compito e svolgerlo rientrava nei doveri dello status di cui faceva parte la sua famiglia, status, ripeto, conferito dallo Stato e non "caduto dal cielo".
Per questo motivo la nobiltà è uno status pubblico che deve essere normato dalle leggi e riconosciuto dallo Stato per esistere, altrimenti non esiste. Ovvio, si ha nel proprio studio la pergamena con cui il Re Tal dei Tali ha insignito l'avo del titolo di Conte e la sua discendenza all'infinito, ma quella pergamena all'epoca dell'avo garantiva diritti e doveri specifici, oggi è un pezzo di carta di grande valore storico e nulla di più. Un po' come il diploma del cavalierato OMRI a Caio: se l'Italia fosse conquistata dalla Francia, quel pezzo di carta sarebbe solamente un pezzo di carta. Io potrei essere fiero dell'onorificenza concessa a mio padre, ma lui non sarebbe più nulla per la Francia e per la società, perché quel pezzo di carta ha valore solo se ciò che conferisce è normato dalla legge.
Qualcuno si è domandato: ma allora perché ricercare la storia della propria famiglia? Perché è interessante e utile conoscere ciò che hanno fatto nel mondo i nostri avi, coloro di cui portiamo il corredo genetico e che, in parte, hanno caratterizzato la nostra base di partenza per la vita che svolgiamo oggi. E' interessante è utile prendere spunto ed insegnamento dai nostri avi, dai loro comportamenti onesti o disonesti. Ma tutto ciò indipendentemente dallo status che ricoprivano nella società. Un ciabattino odierno può ottenere utili insegnamenti dal fatto che suo padre, suo nonno e suo bisnonno sono stati ciabattini onesti, lavoratori e, magari orgoglioso del fatto che il trisnonno abbia realizzato le scarpe del Papa; il discendente dei Conti Pinco Pallo può trarre insegnamento dalle capacità politiche e militari dei propri avi, di come gestirono le proprie terre o le difesero in guerra, come anche può trarre insegnamento da avi che si comportarono in modo dissennato nei confronti dei sudditi o si allearono con i nemici del loro re pur di mantenere i possedimenti. Insomma, studiamo la storia della nostra famiglia per imparare dal passato, nel bene e nel male, e per rendere onore ai nostri avi per quello che di positivo fecero, ciabattini o nobili che fossero. Ovviamente più sono stati grandi gli avi, più il peso delle loro vite sarà sulle nostre spalle e questo, ovviamente, è più probabile avvenga per degli avi nobili, quindi che hanno gestito le sorti della nazione, piuttosto che per degli avi ciabattini. Ma il risultato non cambia.
Di conseguenza oggi definirsi nobili non è fondato storicamente e socialmente, ma al massimo discendenti di avi nobili perchè il ruolo ricoperto nella società e riconosciuto dalla stessa non è nemmeno lontanamente paragonabile al ruolo che avevano i loro avi, ai loro diritti e ai loro doveri.
E' lo stesso discorso che ho intrattenuto con Nicola in altra discussione riguardante gli ordini cavallereschi dinastici e il ruolo odierno dei discendenti di Case Reali non più governanti: c'è un abisso di diritti, doveri e riconoscimenti nella società tra l'essere membro dell'OSSML o del Costantiniano nel '700 e oggi.