G.M. Mecatti, Notizie istorico-genealogiche appartenenti alla nobiltà e cittadinanza fiorentina, Firenze, 1754.
Saluti
F.
Moderatori: Guido5, Novelli, Lambertini


T.G.Cravarezza ha scritto:Esprimo anche io il mio parere in merito all'interessante quesito.
Un tema che io ritengo analogo è sorto con la recente nota della Santa Sede riguardo gli ordini cavallereschi riconosciuti e tutelati dalla Stessa. Discutendo con varie persone che mi riproponevano la consueta giustificazione del riconoscimento implicito della Santa Sede di molti ordini dinastici grazie alle bolle pontificie mai abrogate, io ho sempre evidenziato l'analogia tra le bolle costitutive di molti ordini cavallereschi del passato e le lettere patenti di nomina a conte, barone, principe... In sintesi, sia per le bolle pontificie mai abrogate sia per le lettere patenti di nomina, io vorrei sottolineare un concetto che ritengo fondamentale: tali documenti non erano dei semplici fogli di carta da incorniciare e da appendere alla parete della propria abitazione; non erano delle semplici "autorizzazioni all'uso delle onorificenze" come quelle rilasciate dal MAE; non erano delle sentenze di qualche tribunale della Repubblica Italiana del 2012, non competente in materia, che confermava l'uso del titolo principesco a Pinco Pallo. Tali documenti producevano effetti legali, sociali, fiscali rilevantissimi; creavano diritti e doveri da parte dei destinatari, ma anche da parte dell'Autorità che li emetteva; in definitiva il nobile non era tale solo perché il passante lo salutava con un: "Ossequi Conte Pinco Pallo", ma era tale perché lo Stato riconosceva in quella persona ed, eventualmente, nei suoi discendenti, dei diritti e doveri specifici e di conseguenza tali diritti e doveri si riflettevano anche all'interno della società.
Pertanto oggi, 6 novembre 2012, il discendente di un titolato del XV secolo, può tranquillamente utilizzare il titolo nobiliare conferito all'avo, sempreché abbia rispettato ciò che veniva indicato nelle lettere patenti circa la trasmissibilità dello stesso (e questo è tutto da vedere se è stato fatto e se è soprattutto fattibile), ma, siamo sinceri, tale status non è che l'ombra, e neanche quella, di ciò che era per l'avo del XV secolo sia per ciò che concerne i diritti davanti allo Stato ed alla società sia per ciò che concerne i doveri.
Quindi, la nobiltà possiamo anche definirla come infinita nel tempo, ripeto, rispettando ciò che veniva richiesto nelle lettere patenti circa la trasmissibilità del titolo. Essa deve essere da sprone per l'attuale discendente a mantenere alti i valori morali e sociali che permisero all'avo di ottenere il titolo, ma da un punto di vista pratico e reale, oggi non esiste, almeno in Italia, lo status nobiliare: esso deve considerarsi come l’amore per la storia della propria famiglia, per ciò che i propri avi hanno fatto e come stimolo a continuare tale storia portando avanti quei valori fondanti la propria famiglia. Ma non continuiamo a discutere dei cavilli burocratici e di lettere patenti. Va bene discuterne come amanti della materia, come storici, ma senza conferire a tali documenti, nel 2012, un valore ancora reale, perché tale valore non esiste più, almeno in Italia, soprattutto se paragonato a ciò che tale status comportava nel passato.

T.G.Cravarezza ha scritto: (..)Tali documenti producevano effetti legali, sociali, fiscali rilevantissimi; creavano diritti e doveri da parte dei destinatari, ma anche da parte dell'Autorità che li emetteva; in definitiva il nobile non era tale solo perché il passante lo salutava con un: "Ossequi Conte Pinco Pallo", ma era tale perché lo Stato riconosceva in quella persona ed, eventualmente, nei suoi discendenti, dei diritti e doveri specifici e di conseguenza tali diritti e doveri si riflettevano anche all'interno della società.
Pertanto oggi, 6 novembre 2012, il discendente di un titolato del XV secolo, può tranquillamente utilizzare il titolo nobiliare conferito all'avo, sempreché abbia rispettato ciò che veniva indicato nelle lettere patenti circa la trasmissibilità dello stesso (e questo è tutto da vedere se è stato fatto e se è soprattutto fattibile), ma, siamo sinceri, tale status non è che l'ombra, e neanche quella, di ciò che era per l'avo del XV secolo sia per ciò che concerne i diritti davanti allo Stato ed alla società sia per ciò che concerne i doveri.
Quindi, la nobiltà possiamo anche definirla come infinita nel tempo, ripeto, rispettando ciò che veniva richiesto nelle lettere patenti circa la trasmissibilità del titolo. Essa deve essere da sprone per l'attuale discendente a mantenere alti i valori morali e sociali che permisero all'avo di ottenere il titolo, ma da un punto di vista pratico e reale, oggi non esiste, almeno in Italia, lo status nobiliare: esso deve considerarsi come l’amore per la storia della propria famiglia, per ciò che i propri avi hanno fatto e come stimolo a continuare tale storia portando avanti quei valori fondanti la propria famiglia (... ).

pierluigic ha scritto:
......Oggi occorrono conoscenze fisico-matematiche un' inglese fluente e lo spirito per girare il mondo e tanta fiducia in se stessi e nelle proprie capacita'
pierluigic

pierluigic ha scritto:(...) Quando "la fonte degli onori " decade dalle sue prerogative perche' la nobilta' continui ad esistere occorre che una nuova "fonte degli onori " avente il diritto confermi il titolo senza di cio' il titolo decade col decadere della fonte ( e' sempre avvenuto cosi )
La nobilitazione e' talvolta divenuta una gabbia vedi il topic
http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=6&t=14410
Insomma non ancoratevi al passato ! E' ovvio che chi discende da una famiglia nobile possa conservare una visione quasi (...)
Fate che il passato non sia una benda che accechi (...) Oggi occorrono conoscenze fisico-matematiche un' inglese fluente e lo spirito per girare il mondo e tanta fiducia in se stessi e nelle proprie capacita'
Quindi per piacere guardate avanti , sfidate il futuro
pierluigic
petecciano ha scritto: ( ...) 6) l'essere nobile o patrizi, essendo una qualità acquisita, comporta anche il perdurare degli standard richiesti ab origine. La perdita protratta degli standard comporta la perdita della qualifica
Poichè penso che la premessa sub 6 darà adito a opinioni contrarie, motivo qui di seguito.
Posto che la nobiltà o il patriziato non comportano modificazioni genetiche ( su questo penso ci sia uniformità di opinioni) credo che il figlio di un nobile o di un patrizio ( e quindi nato con una certa posizione sociale e culturale- il nobile analfabeta è una figura che dal 1600 in poi non si incontra tanto facilmente-) che ha perso la propria posizione e la sua discendenza, anche essa vissuta fuori dai quelli che erano i canoni richiesti ab origine, trascorso un certo numero di generazioni ( poche, penso) decadano totalmente dalla qualifica originaria del progenitore.
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