da antonio_conti » giovedì 20 ottobre 2011, 15:45
E’ una tendenza generalizzata.
Lo stemma araldico non viene più percepito come emblema della comunità territoriale e dell’Ente che la rappresenta. Questo è, almeno per la mia esperienza, la volgata comune che gira tra i grafici. Studi professionali o dilettanti, che abbiano un contratto di collaborazione stabile con l’ente o che siano incaricati ad hoc, il pensiero che si propaga dai tavoli da disegno è questo: occorre svecchiare, gli stemmi araldici non sono riconosciuti dalla popolazione, non sono adeguati alla moderna comunicazione tramite internet (per esempio).
Che il cittadino medio abbia altro a cui pensare, anche quando ha in mano il certificato di residenza appena ottenuto con lo stemmino stampato di un centimetro quadrato, non ho dubbi. Non ho dubbi che non sappia esattamente com’è lo stemma della sua città, né tanto meno quello degli altri enti che lo circondano. Non ha interesse alla cosa, non gli utile nella vita di tutti i giorni. D’altra parte non deve recarsi in battaglia dietro quella bandiera, non gli servirà per distinguere l’avversario e salvar la pelle.
La maestra alle elementari gli fece disegnare lo stemma sul quadernone della ricerca sulla storia paesana? Bene, allora probabilmente ne avrà un vago ricordo. Se invece lo stemma civico corrispondesse a quello della locale squadra di calcio… allora sì, aumentato l’interesse, il numero degli smemorati diminuirebbe.
Ma passato il breve momento della celebrità derivato dalla fresca adozione, un logo avrebbe sulle menti della popolazione un effetto diverso? Non credo proprio. Lo stemma della Ferrari, quello dell’Alfa Romeo sono conosciuti tanto quanto quello della Fiat, forse ancor di più, nonostante le loro caratteristiche araldiche.
Ma del disinteresse del cittadino medio si fanno forza i grafici che, senza alcuna voglia di accostarsi al linguaggio e allo stile araldico, propongono marchi e loghi, sulla scorta di quanto hanno appreso nelle scuole che hanno frequentato.
Desiderosi di incarichi (del resto quello fanno di lavoro) propongono alle amministrazioni pubbliche l’accostamento di nuovi segni da impiegare nella comunicazione istituzionale accanto allo stemma (Rimini, la Provincia di Ravenna), il restyling dello stemma (ancora Rimini e Palermo per es.) a volte in se per se con risultati anche buoni, ma talvolta si arriva ai casi come quello di Monza dove la confusine tra stemma e logo si fa totale anche nella stesura del bando di concorso. Che, ovviamente, è stato realizzato da persone che non hanno alcuna competenza in materia.
La difesa dello stile araldico è probabilmente una battaglia persa. Burocraticamente l’Ufficio araldico potrebbe tentare di ricondurre il tutto nell’alveo dell’antica e nobile arte; ma dall’altro ha dimostrato nel tempo di non avere alcuna capacità di dettare una linea che sia stilisticamente al passo con i tempi (magari recuperando quel che c’era di modernissimo nell’araldica medievale) attardato com’è, invece, su schemi e stili spesso vecchi, desueti e per nulla accattivanti.
Gli araldisti, poi sono una goccia nel mare oceano rispetto ai grafici annualmente sfornati da Istituti, Scuole e Accademie. Posti nei quali l’araldica non è contemplata come materia di studio e probabilmente nemmeno oggetto di seminari.
Così la Provincia di Monza e Brianza si trova lo stemmetto di cui si è detto, il Montefeltro ha assunto come logo una ciocciola e l’Università di Urbino un moccolo di candela.
E una battaglia persa davvero? Temo di sì, né ci salveranno interventi di partecipazione popolare e democratica, anzi.
a.
Libertà vo cercando