Carissimo, innanzitutto ringrazio per la straordinariamente completa risposta.
Mi trovo perfettamente d'accordo nell'avversare la pratica di ricotruzioni arbitrarie (ad esempio, il rifacimento completo d'uno smalto parzialmente danneggiato) che falsino irrimediabilmente lo stato di conservazione dell'insegna.
Però altresì caldeggio un concetto
moderno di restauro dell'oggetto faleristico nella sua più ampia accezione di bene artistico. Se infatti in passato il restauro dell'opera d'arte era spesso inteso come integrazione anche
arbitraria delle parti mancanti, é anche vero che in tempi recenti (soprattutto anni '60, '70, '80) si é passati all'
eccesso diametralmente opposto:lasciare e quindi evidenziare la
lacuna in nome di un malinteso senso di conservazione dell'integrità dell'opera. Così facendo infatti non si aggiunge una virgola all'
integrità (ché un
buco non ha neanche un atomo che si possa definire
originale), mentre é altresì garantito che così facendo si compromette
gravemente la leggbilità dell'opera (ovvero é garantito che si
lascia l'oggetto in una condizione di leggibilità gravemente compromessa).
Oggidì si preferisce una sensata
via di mezzo: integrazione sì a patto che sia
verosimile (dove manca lo smalto rosso
manca inequivocabilmente lo smalto rosso: non é plausbile, ad esempio, che ci fossero dei
pois gialli solo ed esclusivamente nelle zone mancanti) e che
non pregiudichi né occulti alcuna parte originale dell'opera (motivo per cui intendo conservare ogni scaglia di smalto, seppure frantumato, ancora
in situ).
Queste motivazioni fanno sì che la proposta
smalto epossidico non raserato mi alletti assai
![cheers [cheers.gif]](./images/smilies/cheers.gif)
(é chiaramente distinguibile dalla parte originale; copre il buco restituendo una visione d'insieme; é -
presumo - reversibile, nel senso che può essere asportato - e qui sempre
presumo - con un solvente tipo acquaragia o diluente nitro).
Puotesi avere qualche dettaglio in più (nomi di prodotti, reperimento commerciale dei medesimi)?