Lo Stemmario Veneziano Orsini de Marzo
Questa mattina sono stato grato più del solito al postino che, quotidianamente, con impegno e dedizione d'altri tempi, risalendo un aspro viottolo, raggiunge la mia povera casetta posta a mezza costa sulla montagna, proprio all'inizio di un'abetaia che, fortunatamente, riesce ancora a celare al non raro escursionista la vista della mia abitazione. La gratitudine era dovuta alla consegna di un'opera da tempo sottoscritta e a lungo attesa, e, cioè, lo "Stemmario veneziano Orsini de Marzo".
Ora, per l'affetto ammirato che mi ispirano sempre le memorie della gloriosa Repubblica di San Marco ho passato parte della mattinata e del primo pomeriggio a consultare con estremo interesse il nuovo volume e, sebbene spesso si abusi, di termini e di giudizi, direi che gli aggettivi che questa pubblicazione si merita sono essenzialmente due: "magistrale" e "fondamentale".
Il lettore-araldista è certamente attirato innanzi tutto dalla bellezza di questo codice del Cinquecento che riproduce gli stemmi a colori finemente miniati delle famiglie ascritte (esistenti e già estinte all'epoca) al patriziato veneziano, e dei dogi regnanti sino a Francesco Venier († 1556). Vi sono le varianti portate dalle varie linee, e tutti gli stemmi sono commentati da ricche note coeve vergate in una leggibilissima grafia cinquecentesca che ad ogni stirpe registrano origine, aneddoti, fatti e, non ultimi, preziosi dettagli araldici proprio sull'origine di stemmi, motivazioni di brisure, mutazioni di colori etc., che, come anticipato, rendono a mio avviso questo codice una fonte "fondamentale" per quanti in futuro affronteranno lo studio su serie basi storico-scientifiche dell'araldica della Serenissima.
Il valore di fonte originale e, allo stesso tempo, di censimento coevo di questa raccolta - un vero Libro d'Oro! - è stata la base di uno studio che si deve proprio all'Editore Niccolo' Orsini de Marzo che qui si dimostra anche araldista eminente, con questo suo "Ex oriente heraldica. Considerazioni sull'araldica veneziana: spunti di riflessione da uno stemmario cinquecentesco“ ricerca "magistrale" ed inappuntabile che pone la sua firma tra gli araldisti d'eccellenza che l'araldica italiana ha il vanto di poter offrire finalmente accanto a quelli di altre ben più longeve e blasonate scuole internazionali, lavoro che mi auguro gli possa valere gli ampi riconoscimenti che merita.
Se appendice si può definire, il volume contiene anche un secondo stemmario, definito forse con troppa bonomia come "stemmarietto veneziano", compilazione dei primi anni di questo secolo appartenuta alla biblioteca del conte Henry Chandon de Briailles, noto ai più per il celebre champagne che porta il suo nome, ma che a quanto pare era vago anche di cose araldiche.
Vorrei terminare questa mia segnalazione con le belle parole con cui l'Editore chiude la sua Presentazione «Venezia: il lusso e la lussuria» e che sono un po' il senso, credo, del suo impegno serio nella nostra amata disciplina.
FJVT
«A che pro l’Araldica, dunque, in mezzo a questa decadenza? E pensare che avevano voluto vedere invece nel Settecento, proprio quello di Canaletto e di suo nipote Bellotto, di Francesco Guardi e di Rosalba Carriera, di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, il secolo della decadenza di Venezia! Venezia era allora ancora salva: non dalle trame della diplomazia europea, né dai tanto paventati Turchi (cui pur non indifferente fu l’apporto alla sua civiltà), né dalla furia del mare, ma dalle onde dell’inciviltà cui altri murazzi non possono opporsi se non quelli che sole la tradizione e la cultura possono erigere.
Per questo ci occupiamo di Araldica senza sentirci dei Quixote: per erigere a difesa della verità storica e del buon gusto una muraglia. Ci siano mattoni, questa volta, altre pietre di Venezia: è il lusso che abbiamo scelto di permetterci.»
Ora, per l'affetto ammirato che mi ispirano sempre le memorie della gloriosa Repubblica di San Marco ho passato parte della mattinata e del primo pomeriggio a consultare con estremo interesse il nuovo volume e, sebbene spesso si abusi, di termini e di giudizi, direi che gli aggettivi che questa pubblicazione si merita sono essenzialmente due: "magistrale" e "fondamentale".
Il lettore-araldista è certamente attirato innanzi tutto dalla bellezza di questo codice del Cinquecento che riproduce gli stemmi a colori finemente miniati delle famiglie ascritte (esistenti e già estinte all'epoca) al patriziato veneziano, e dei dogi regnanti sino a Francesco Venier († 1556). Vi sono le varianti portate dalle varie linee, e tutti gli stemmi sono commentati da ricche note coeve vergate in una leggibilissima grafia cinquecentesca che ad ogni stirpe registrano origine, aneddoti, fatti e, non ultimi, preziosi dettagli araldici proprio sull'origine di stemmi, motivazioni di brisure, mutazioni di colori etc., che, come anticipato, rendono a mio avviso questo codice una fonte "fondamentale" per quanti in futuro affronteranno lo studio su serie basi storico-scientifiche dell'araldica della Serenissima.
Il valore di fonte originale e, allo stesso tempo, di censimento coevo di questa raccolta - un vero Libro d'Oro! - è stata la base di uno studio che si deve proprio all'Editore Niccolo' Orsini de Marzo che qui si dimostra anche araldista eminente, con questo suo "Ex oriente heraldica. Considerazioni sull'araldica veneziana: spunti di riflessione da uno stemmario cinquecentesco“ ricerca "magistrale" ed inappuntabile che pone la sua firma tra gli araldisti d'eccellenza che l'araldica italiana ha il vanto di poter offrire finalmente accanto a quelli di altre ben più longeve e blasonate scuole internazionali, lavoro che mi auguro gli possa valere gli ampi riconoscimenti che merita.
Se appendice si può definire, il volume contiene anche un secondo stemmario, definito forse con troppa bonomia come "stemmarietto veneziano", compilazione dei primi anni di questo secolo appartenuta alla biblioteca del conte Henry Chandon de Briailles, noto ai più per il celebre champagne che porta il suo nome, ma che a quanto pare era vago anche di cose araldiche.
Vorrei terminare questa mia segnalazione con le belle parole con cui l'Editore chiude la sua Presentazione «Venezia: il lusso e la lussuria» e che sono un po' il senso, credo, del suo impegno serio nella nostra amata disciplina.
FJVT
«A che pro l’Araldica, dunque, in mezzo a questa decadenza? E pensare che avevano voluto vedere invece nel Settecento, proprio quello di Canaletto e di suo nipote Bellotto, di Francesco Guardi e di Rosalba Carriera, di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, il secolo della decadenza di Venezia! Venezia era allora ancora salva: non dalle trame della diplomazia europea, né dai tanto paventati Turchi (cui pur non indifferente fu l’apporto alla sua civiltà), né dalla furia del mare, ma dalle onde dell’inciviltà cui altri murazzi non possono opporsi se non quelli che sole la tradizione e la cultura possono erigere.
Per questo ci occupiamo di Araldica senza sentirci dei Quixote: per erigere a difesa della verità storica e del buon gusto una muraglia. Ci siano mattoni, questa volta, altre pietre di Venezia: è il lusso che abbiamo scelto di permetterci.»