Letteratura e nobiltà
Cari frequentatori del Forum,
della nobiltà e delle scienze ad essa legate si sono occupati, nel bene o nel male, anche grandi letterati del passato;
per esempio, per chi non la conoscesse, ecco la poesia che scrisse Giosuè Carducci, futuro Nobel per la letteratura, in occasione dell'istituzione della Consulta Araldica del Regno d'Italia. E' molto interessante, anche se in un italiano di non facile comprensione, perchè è espressione di quel movimento repubblicano che si opponeva alla sua costituzione, avvenuta con il Regio Decreto 313 del 1869.
XI) LA CONSULTA ARALDICA
Cercate pur se il pio siero che stagna
Nel cor d'un paolotto ignoto al dì,
Da i reni d'un ladron de l'Alemagna
Sangue cavalleresco un giorno uscì,
Se ne la tabe che da gli avi nacque
E strugge ai figli l'ultimo polmon
Vive la colpa d'una rea che piacque
Adultera latina al biondo Otton.
Deh dite: quante belve a cui le spade
Affondar ne la carne era virtù,
Quanti marchesi che assalian le strade,
Quanti mitrati che vendean Gesù,
Quanti storici gradi di peccato
Occorron dunque, dite in vostra fé
Per poter la camicia di bucato
Porger la mane al dormiglioso re?
Per quante aule di barbari signori
Vigilate dal pubblico terror
Bisogna aver contaminato i cuori
Ed i ginocchi, e quante volte ancor
Rinnegata la misera latina
Patria e del suo comun le libertà,
Per poter di diritto a la regina
Tener la coda quando a messa va?
Oh non per questo dal fatal di Quarto
Lido il naviglio de i mille salpò,
Né Rosolino Pilo aveva sparto
Suo gentil sangue che vantava Angiò.
Ma voi da l'arche, voi da gli scaffali,
Invidiando a i vermi ombra e sopor,
Corna di cervi e teschi di cignali
Ed ugnoli d'arpie mettete fuor;
Ed a gli scheltri de le ree castella
Che foscheggian pe 'l verde ermo Apennin,
Poi che l'austero e pio Gian de la Bella
Trasse i baroni a pettinare il lin
(E allora il pugno già contratto al brando
Ne l'opera plebea ben si spianò,
E su le labbra tumide il comando
In lusinga servile iscivolò),
A quegli scheltri voi chiedete ancora
Le targhe colorate e il pennoncel;
E vorreste veder l'antica aurora
Arrider mesta a un gotico bertel.
O dormenti nel giorno, il gallo canta,
Ferve il lavoro e cedon l'ombre al ver;
L'azzurro oltremarin di Terra santa
È bava di lumaca in suo sentier.
Rendete pur, rendete a i vecchi scudi
Il pallid'oro che l'ebreo raschiò
Ed a gli elmi le corna: io questi ludi
A la vecchiezza invidiar non so.
E aspettate così ne le supreme
Gran gale, o morituri, il funeral:
La libertà tocca il tamburo, e insieme
Dileguan medio evo e carneval.
della nobiltà e delle scienze ad essa legate si sono occupati, nel bene o nel male, anche grandi letterati del passato;
per esempio, per chi non la conoscesse, ecco la poesia che scrisse Giosuè Carducci, futuro Nobel per la letteratura, in occasione dell'istituzione della Consulta Araldica del Regno d'Italia. E' molto interessante, anche se in un italiano di non facile comprensione, perchè è espressione di quel movimento repubblicano che si opponeva alla sua costituzione, avvenuta con il Regio Decreto 313 del 1869.
XI) LA CONSULTA ARALDICA
Cercate pur se il pio siero che stagna
Nel cor d'un paolotto ignoto al dì,
Da i reni d'un ladron de l'Alemagna
Sangue cavalleresco un giorno uscì,
Se ne la tabe che da gli avi nacque
E strugge ai figli l'ultimo polmon
Vive la colpa d'una rea che piacque
Adultera latina al biondo Otton.
Deh dite: quante belve a cui le spade
Affondar ne la carne era virtù,
Quanti marchesi che assalian le strade,
Quanti mitrati che vendean Gesù,
Quanti storici gradi di peccato
Occorron dunque, dite in vostra fé
Per poter la camicia di bucato
Porger la mane al dormiglioso re?
Per quante aule di barbari signori
Vigilate dal pubblico terror
Bisogna aver contaminato i cuori
Ed i ginocchi, e quante volte ancor
Rinnegata la misera latina
Patria e del suo comun le libertà,
Per poter di diritto a la regina
Tener la coda quando a messa va?
Oh non per questo dal fatal di Quarto
Lido il naviglio de i mille salpò,
Né Rosolino Pilo aveva sparto
Suo gentil sangue che vantava Angiò.
Ma voi da l'arche, voi da gli scaffali,
Invidiando a i vermi ombra e sopor,
Corna di cervi e teschi di cignali
Ed ugnoli d'arpie mettete fuor;
Ed a gli scheltri de le ree castella
Che foscheggian pe 'l verde ermo Apennin,
Poi che l'austero e pio Gian de la Bella
Trasse i baroni a pettinare il lin
(E allora il pugno già contratto al brando
Ne l'opera plebea ben si spianò,
E su le labbra tumide il comando
In lusinga servile iscivolò),
A quegli scheltri voi chiedete ancora
Le targhe colorate e il pennoncel;
E vorreste veder l'antica aurora
Arrider mesta a un gotico bertel.
O dormenti nel giorno, il gallo canta,
Ferve il lavoro e cedon l'ombre al ver;
L'azzurro oltremarin di Terra santa
È bava di lumaca in suo sentier.
Rendete pur, rendete a i vecchi scudi
Il pallid'oro che l'ebreo raschiò
Ed a gli elmi le corna: io questi ludi
A la vecchiezza invidiar non so.
E aspettate così ne le supreme
Gran gale, o morituri, il funeral:
La libertà tocca il tamburo, e insieme
Dileguan medio evo e carneval.