La privazione della nobiltà

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La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » sabato 16 novembre 2013, 14:41

Prendendo spunto da vari topic degli ultimi tempi mi chiedo: è accaduto che il sovrano abbia privato qualche famiglia della propria nobiltà revocando un atto di concessione?
Naturalmente parlo dell'età moderna e contemporanea dato che in età medievale è accaduto spesso che per ribellione o fellonia a una famiglia fosse revocato un feudo e di conseguenza il proprio titolo nobiliare.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda robyn » sabato 16 novembre 2013, 15:11

Penso che un Sovrano,possa revocare un titolo concesso da lui o dalla sua casa,non credo possa revocere titoli di altri Sovrani.Mi spiego meglio,se la famiglia Rossi,viene nobilitata dal Santo Padre mettiamo nel 1850,poi un suo tri-nipote si trasferisce nel 2013 in Gran Bretagna,il Sovrano inglese sicuramente non gli riconoscera il titolo papalino,ma non credo abbia il diritto di revocarlo.Questo e il mio modesto pensiero,forse anche sbagliato.Cordiali saluti. [cheers.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 16 novembre 2013, 17:53

R.D.7 giugno 1943 n. 651
che approva il nuovo Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno del 24 luglio 1943

Capitolo I
NORME GENERALI
§ I.- Della prerogativa Regia e delle distinzioni nobiliari.
Art. 1.

E' attributo della Sovrana Prerogativa del Re Imperatore:
a) stabilire norme giuridiche aventi forza di legge per l'acquisto, la successione, l'uso e la revoca dei titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari;
b) concedere nuovi titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari; rinnovare titoli e predicati, estinti per mancanza di chiamati alla successione; sanare le lacune e le deficienze nella prova di antiche concessioni o nel passaggio dei relativi titoli e predicati;
c) autorizzare l'accettazione di titoli, predicati e qualifiche nobiliari concessi a cittadini italiani da Potenze estere;
d) decretare la perdita delle distinzioni nobiliari o del diritto a succedervi o la sospensione del loro uso.Le norme giuridiche in materia nobiliare sono emanate mediante decreti Reali controfirmati dal Duce del Fascismo, Capo del Governo.
Esse sono inserite nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti e dell'avvenuta inserzione si dà annuncio nella Gazzetta Ufficiale, la quale provvede in pari tempo alla pubblicazione dell'atto inserito.


Questa norma giuridica del Regno riguardante la privazione della nobiltà ( peraltro controfirmabile dal duce del Fascismo per un paio di mesi ...scarsi ) fu dichiarata nulla con sentenza della Corte Costituzionale n° 101 / 1967
Probabilmente non fu mai applicata per i tragici successivi accadimenti.

Come non so se sia mai stato applicato il precedente R.D.21 gennaio 1929 n.61 (G. U. 2 febbraio 1929 n.450) che approva e rendeva esecutivo l'ordinamento dello stato nobiliare italiano, firmato da Mussolini per ordine del Re, attribuiva già “alla Sovrana prerogativa del Re:
a. stabilire norme giuridiche aventi forza di legge per l'acquisto, la successione, l'uso e la perdita di titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari;
b. concedere nuovi titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari; rinnovare titoli e predicati, estinti per mancanza di chiamati alla successione; sanare le lacune e le deficienze nella prova di antiche concessioni o nel passaggio dei relativi titoli e predicati;
c. autorizzare l'accettazione di titoli, predicati e qualifiche nobiliari concesse a cittadini italiani da Potenze estere; l'uso di titoli, senza predicati territoriali, concessi a cittadini italiani dai Sommi Pontefici dopo il 20 settembre 1870;
d. decretare la perdita delle distinzioni nobiliari o del diritto a succedervi
o la sospensione del loro uso”.

Tuttavia anch'esso fu dichiarato nullo con sentenza della Corte Costituzionale n° 101 / 1967
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » domenica 17 novembre 2013, 14:20

Sarebbe interessate sapere anche se, oltre a situazioni di revoca da parte del sovrano, ci siano state e siano previste dai regolamenti cittadini, revoche dello status nobiliare/patriziato da parte di città che avevano consigli di nobili/patrizi. Cioè, è successo/previsto che un patrizio di una città perdesse il suo titolo e l'appartenenza al ceto nobiliare/patrizio della sua città tornando un "comune mortale"?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Tilius » domenica 17 novembre 2013, 15:20

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Naturalmente parlo dell'età moderna e contemporanea

Definisci età moderna.
Post 1492?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » domenica 17 novembre 2013, 15:31

Tilius ha scritto:Definisci età moderna.
Post 1492?


Senza stare troppo a discutere sulle date, diciamo chè l'età moderna è il Cinquecento, Seicento, Settecento e inizio Ottocento mentre l'età contemporanea la fine dellOttocento e il Novecento.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » domenica 17 novembre 2013, 19:01

Sorry, poiché sono ormai abbondantemente canuto, un tantino lungimirante [glasses3.gif] e , forse pure ...“paragnosta” , sono spinto a mettere qualche preventivo puntino sulle “i”.

La qualità nobiliare ( civica e/o patriziale ), è aliena ed estranea alla volontà sovrana, non può essere, in quanto tale, oggetto di un provvedimento di grazia, ovvero di concessione, di rinnovazione, di convalida, d’assenso, di autorizzazione all’uso (1),di abilitazione (2), revoca, privazione, (3) o di surroga, ecc., ma solo di un provvedimento di giustizia che si limita a legalizzare, o meglio far emergere o ufficializzare, uno stato di fatto comunque preesistente, necessariamente legato ad antecedenze storiche innegabili e che brilla di luce e vita comunque autonoma.

Tale qualità primordiale legata al sangue ( chiedo scusa alle persone emofobe ) comune di una Famiglia, non a caso vien definita generosa, ovvero legata al “genus”, e tale è per definizione, acquisendosi questa dal giorno del suo sbocciare ( nascita o origine(4) ), ovvero antecedenze risalenti
quantomeno di 200 anni). Ciò non si verifica per il titolo (necessariamente legato al brevetto e del quale segue anche le sorti (5) nobilitante a partire dal giorno della concessione.


(1) Non sembra trattarsi di un caso che all’art. 26 dell’Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, citato, tra i titoli nobiliari di origine pontificia che possono essere autorizzati all’uso, manchi proprio quello di Patrizio, mentre per il Nobile, invece ivi compreso, ritengo debba intendersi unicamente quello assimilato a titolo edottenuto per concessione.
(2) Art. 5, Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, .
(3) Art. 33, Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano,
(4) Art. 11, Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano,
(5) Sino al subentrare dello Stato Sabaudo, che dal primo ordinamento ne negò la possibilità, il brevetto poteva essere oggetto di private volontà, disposizioni testamentarie, atti tra vivi e persino oggetto di vile commercio (con dubbie surroghe e fidecommessi).
Trattava si di mercimonio, ovviamente, se consumato, però, tra privati cittadini. Dopo il secolo XVI° infatti può dirsi che la vendita dei titoli sia divenuto un mezzo ordinario di entrate pubbliche, dato che in generaleogni concessione di Nobiltà importava nell’insignito pagamento di tasse, e di entrate straordinarie per far fronte ai bisogni delle guerre, come avvenne nel R.d.I. dove in 70 anni circa, furono vendute 819 Patenti di Nobiltà per undici milioni di lire, che costituirono la Nobiltà del 1722, svalutata in confronto dell’antica. In Sardegna, sempre da Casa Savoia, nella prima metà del XVIII secolo furono introdotte le concessioni di diplomi di Cavalierato e Nobiltà per contributi notevoli alla costruzione di ponti e tronchi stradali.
Con l’Editto 3 dicembre 1806 venne accordato di chiedere la Nobiltà mediante la prova (che si otteneva con sopralluogo) di aver piantato o innestato almeno 4.000 olivi.
.

Per approfondire l'argomento : http://www.cnicg.net/pdf/titpatr.pdf


Il " titolo" di nobile e/o patrizio è un nonsenso storico-giuridico, la sua concessione è, o è stata, una solenne monada .
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » domenica 17 novembre 2013, 20:02

GENS VALERIA ha scritto:
La qualità nobiliare ( civica e/o patriziale ), è aliena ed estranea alla volontà sovrana, non può essere, in quanto tale, oggetto di un provvedimento di grazia, ovvero di concessione, di rinnovazione, di convalida, d’assenso, di autorizzazione all’uso (1),di abilitazione (2), revoca, privazione, (3) o di surroga, ecc., ma solo di un provvedimento di giustizia che si limita a legalizzare, o meglio far emergere o ufficializzare, uno stato di fatto comunque preesistente, necessariamente legato ad antecedenze storiche innegabili e che brilla di luce e vita comunque autonoma.


Perdonami Sergio la mia ignoranza, ma non comprendo bene come venga quindi riconosciuta, "la prima volta", la qualità nobiliare di una persona. Cioè come si entra nel ceto nobiliare/patriziale di una città (pensiamo a città appunto con consigli odi nobili/patrizi senza sovrani, imperatori et similia). Il capostipite di una famiglia nobile/patrizia come diventa tale (cioè capostipite, cioè primo "nobile" o "patrizio" di tale famiglia)?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » domenica 17 novembre 2013, 20:16

Generalmente non vi ea un capostipite " brevettato " ma due tre generazioni di discendenti che , per appartenenza familiare dei propri membri alla magistratura cittadina , modus vivendi , beni , alleanze matrimoniali , maturavano una condizione tale da permettere la cooptazione progressiva da parte dell'aristocrazia locale , tutto ciò con l'approvazione o , più spesso, senza della Corona, quando essa esisteva ed aveva valenza, in ogni caso di giustizia , mai di grazia. .
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » domenica 17 novembre 2013, 20:29

Ok, cooptazione. Ma questa cooptazione avveniva in qualche modo formalmente? Decretava dei diritti e doveri? Cioè, tutto d'un tratto un magistrato cittadino, figlio e nipote di magistrati, benestante, sposato bene et cetera, entrava di sua sponte nel consiglio dei patrizi, si sedeva in un banco del consiglio e incominciava a votare eventuali risoluzioni cittadine?
Penso che la cooptazione avvenisse con qualche cosa di formale da parte del consiglio cittadino e producesse una serie di diritti (possibilità di entrare nel consiglio, di votare, di assumere determinate cariche istituzionali...) e di doveri (non so, pagare una tassa una tantum, partecipare alle attività militari, dover essere presente alle riunioni del consiglio...).
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Delehaye » domenica 17 novembre 2013, 20:45

ma ciò che espone GensValeria non era sempre vero, nè nel tempo, nè nello spazio... ad esempio nel Regno Delle Due Sicilie:

Giovanni Grimaldi in http://grimgio.altervista.org/documenti ... NAPOLI.htm ha scritto:Secondo il falso criterio della "nobilitazione automatica" qualunque famiglia si sarebbe dichiarata nobile dopo 3 generazioni vissute "more nobilium".

Immaginiamo allora che inflazioni di nobili e quante famiglie che avrebbero iniziato a pretendere privilegi nobiliari a loro "spettanti".

La "nobilitazione automatica" è invece contraria al principio ribadito dalla monarchia borbonica secondo il quale solo al sovrano spetta la creazione/concessione, conferma e riconoscimento della nobiltà in quanto essa materia di Stato e diritto di regalia.

Giacchè si è nobili in uno Stato solo se il sovrano (o i suoi organi a ciò posti) riconosce tale nobiltà.

E tale è il concetto chiarissimamente ribadito dalla monarchia borbonica.

Quindi fra le due tesi contrapposte della "nobilitazione automatica" (nobiltà extra legem) e della "nobiltazione statale" (nobilità ex lege) è evidente come quest'ultima sia la vera e sola nobiltà che esisteva e come la prima sia solo una menzogna comoda per quanti hanno preteso di dirsi discendenti da famiglie "nobili" solo perchè essere vivevano "more nobilium" o semplicemente erano ricche.

Infatti non riconoscendo la necessità di un riconoscimento legale della nobiltà di una famiglia chiunque si sarebbe potuto dire nobile e chiunque oggi può dirsi discendente da famiglia "nobile".

Quindi il paradigma per definire una famiglia "nobile" è accertare che essa abbia avuto un formale e legale attestato di tale status (concessione ex novo, come un feudo, oppure dichiarazione dello status quo di nobiltà, come l'iscrizione ad un Seggio Nobiliare, oppure una documentazione attestante un avo nobilitato per una carica illustre; oppure una prova nobiliare in un processo legale, presso tribunale nobiliare, statale o Ordine Malta, Costantiniano o Guardia del Corpo a cavallo).

Da notare poi anche il concetto di DEGRADAZIONE della nobiltà.

Il diritto di portare titoli nobiliari necessitava del consenso regio. Sempre. Perchè infatti "la nobiltà non può essere concessa da altri che dal re mediante cedola regia" (Regio Dispaccio 28 ottobre 1758) e che per essa era indispensabile il regio esecutorato (regio exequatur) giacchè tutto ciò che era regalia non poteva supplirsi "né per tempo, né per congettura e nè per equipollenza" (Regi Dispacci 16 aprile 1711 e 18 febbraio 1771).
Infatti bisogna ricordare poi che si era nobili se ciò era accertato dallo Stato e confermato dal sovrano, come da Real Dispaccio del 19 febbraio 1757 che specificava "... esser l'aggregazione alla nobiltà causa di Stato che non può aversi senza la concessione regia".
Infatti non si poteva poi prescrivere la necessità del regio assenso, come specificò il Regio Dispaccio 19 giugno 1769 che recita "per qualunque corso di tempo non si prescrive il regio assenso", che quindi doveva essere ESPRESSO ed esplicito. Dunque la nobiltà era necessariamente ed indispensabilmente concessa e riconosciuta dal sovrano.

Laddove, come per i patriziati, non se ne conosceva l’origine, si reputava tacitamente riconosciuta dal sovrano, se il Seggio nobiliare riconosceva una famiglia ad esso ascritta.

Con Real Dispaccio del 27 novembre 1780 il sovrano specificò che non decadevano dalla nobiltà le famiglie che pur vivendo in città feudali appartenevano alla nobiltà locale riunita in Seggi esistente da epoca antecedente l’infeudazione e che comunque tale seggio nobiliare continuò ad esistere e che la famiglia si mantenne in esso anche in epoca feudale.

Per le casate che andavano a vivere in città feudali vigeva il principio, riconosciuto dall’Ordine Costantiniano in ossequio al criterio restrittivo del 1693 dell’Ordine di Malta, che una famiglia nobile per non decadere, non doveva aver vissuto in città feudali dopo il 1693, oppure che comunque aveva solo residenza e non fissa dimora in città feudali e non partecipava alla vita civica locale.

Uno degli aspetti forse volutamente ed artificiosamente trascurato è proprio quello della degradazione della nobiltà.

Chi è nobile può decadere dal suo status?

Se la nobiltà è tale se ufficializzata con atto sovrano allo stesso modo per essere cancellata occorrerebbe, in teoria, un atto che cancella tale nobiltà (es. per fellonia, alto tradimento, etc.).

Ma sostanzialmente anche senza incorrere in atti ufficiali, se uno dei requisiti per poter diventare nobili era il vivere "more nobilium" per tre generazioni, allo stesso modo vivere in modo "ignobile" faceva degradare la nobiltà
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » domenica 17 novembre 2013, 22:56

T.G.Cravarezza ha scritto:Ok, cooptazione. Ma questa cooptazione avveniva in qualche modo formalmente? Decretava dei diritti e doveri? Cioè, tutto d'un tratto un magistrato cittadino, figlio e nipote di magistrati, benestante, sposato bene et cetera, entrava di sua sponte nel consiglio dei patrizi, si sedeva in un banco del consiglio e incominciava a votare eventuali risoluzioni cittadine?
Penso che la cooptazione avvenisse con qualche cosa di formale da parte del consiglio cittadino e producesse una serie di diritti (possibilità di entrare nel consiglio, di votare, di assumere determinate cariche istituzionali...) e di doveri (non so, pagare una tassa una tantum, partecipare alle attività militari, dover essere presente alle riunioni del consiglio...).


Mah ...Tomaso , dipendeva dalle situazioni temporali - locali .
Come è stato recentemente sottolineato , non esisteva in Italia una sola nobiltà ma molteplici realtà nobiliari .
Generalmente regole più o meno precise erano conseguenza ad una " serrata " , ma anche questa non è una legge universale , lo era in alcune Repubbliche aristocratiche , spesso gli statuti erano vaghi ma le realtà nobiliari molto solide, a volte non venivano considerate separazioni di ceto, questo fu l'incubo del povero Manno.
La nobiltà cittadina era un processo che si consolidava nel tempo n più generazioni, non ha una data di nascita.

Le realtà comunali venivano governate dall' Arengo o Vicinia , ovvero dall' assemblea dei capifamiglia, per democrazia diretta .
Quando questa forma di governo risultò caotico e poco efficace , si arrivò alla elezione democratica di un consiglio ristretto , ovviamente gli eletti erano le persone più in vista , più efficienti , pragmatici , con molto tempo a disposizione ( quindi maggiori disponibilità economiche ) , ciò era in inizio di un nucleo di "aristocrazia"- governo dei migliori.
Con il tempo quando queste famiglie diedero con continuità membri alle magistrature , divennero un gruppo al quale furono cooptate altre famiglie emergenti politicamente, queste famiglie mutuarono il modo di vita tipico da quello cortese della nobiltà feudale , di fatto divennero il ceto dirigente che esercitava , attraverso il ristretto numero delle famiglie che venivano elette dal popolo, il potere legislativo , dispositivo e giudiziario , in questo modo nacque la nobiltà civica / patriziato .

La nascita nella nobiltà cittadina non comportò alcun formalismo e non vi erano particolari tasse ( è diventato un incubo anche nel sito ??? ) l' impegno nel
" Consiglio" era già gravoso in quanto sottraeva tempo agli affari familiari.

Non essedo concesse, tali qualità eminenti, con una decadenza socio economiche potevano scivolare nell'oblio , ma non potevano essere revocate d'imperio.

Questo tipo di nobiltà si diffuse dal Friuli a Viterbo , in altre zone , quando fu presente qualcosa di simile ebbe una notevole dipendenza dal sovrano :
Piemonte, Stato della Chiesa , Meridione ed Isole.
Nel Napoletano furono considerate città nobili o patriziali quelle che erano governate da " sedili chiusi " ma fu un riconoscimento tardivo e parziale , troppo dipendente dalla Corona, nel Cinque/Seicento era aperto a chiunque possedesse armi e cavalli e si riuniva sotto i portici, con funzione ludica... per alcuni non fu vero patriziato , neppure in seguito.

Da paragnosta :) ti posso dire che , per la realtà che conosco ( friulana e lagunare ), il venir meno agli impegni formali del consiglio non comportava la privazione della nobiltà , si veniva banditi o condannati a morte per gravi reati ( es.tradimento ).
Alcuni miei parenti ( Tiepolo) si videro sostituire quale figura nello stemma un corno al posto del precedente castello. Questo corno divenne nei secoli più simile al guscio bendato di una chiocciola ,tuttavia essi furono presenti con continuità nel Maggior Consiglio fino al 1797.

Comunque , nell' Italia del 2013 , ( vuoi parare qui ? ;) si parla qualità o titoli nobiliari d'uso e di cortesia , finché esisterà la cortesia chi vorrà potrà farne uso.
Il significato di "signore" , come appellativo , ha una valenza differente dal Medioevo ad oggi , tutti ne facciamo un uso smodato senza farci troppo caso :roll: o no ?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Delehaye » domenica 17 novembre 2013, 23:25

GENS VALERIA ha scritto:Nel Napoletano furono considerate città nobili o patriziali quelle che erano governate da " sedili chiusi " ma fu un riconoscimento tardivo e parziale , troppo dipendente dalla Corona, nel Cinque/Seicento era aperto a chiunque possedesse armi e cavalli e si riuniva sotto i portici, con funzione ludica... per alcuni non fu vero patriziato , neppure in seguito.


l'imposizione regia nel Napoletano s'impose al fine d'imperio al Patriziato (denominati allora Baroni) nella notte di Natale 1491! e da quella data nel Napoletano non c'è stata mai una "autonomia" della nobiltà non titolata, nobiliare/patriziale... nei Seggi/Sedili/Tocchi cittadini...
anzi quando ci fu... le cose furono molto "accese" (per usare un eufemismo)...

Ricordandoci poi che il Regno Borbonico iniziò il 15 Maggio 1734:
Pasquale Cavallo in http://www.nobili-napoletani.it/sedili_di_Napoli.htm ha scritto:L.del 15 giugno 1742 (i discendenti di famiglie un tempo ascritte potevano chiedere giudizio di reintegra “se da cento anni prima dell’introduzione del giudizio” già godevano degli “onori del Sedile”)C.Padiglione, Op. cit., p.11; L. del 25 luglio 1749 (fu prescritta l’aggregazione ai sedili per quelle famiglie che nell’arco di un secolo non avevano più rivendicato i diritti di reintegra ai rispettivi seggi, tanto da considerarle “estinti, perenti e prescritti in tutto e per tutto”)M.Suarez Coronel, M.Cianciulli, Per lo sedile di Nido e la Deputazione Generale de’Sedili Nobili della città di Napoli, Napoli, 1777, pp.11-12 ; L. del 25 gennaio 1756; L. del 19 febbraio/ 3 dicembre 1757 e L. del 19 gennaio 1758 (l’aggregazione ai sedili non produceva nobiltà se mancava il regio assenso, con conferma nella L. del 27 ottobre 1798)D.Gatta, Regali Dispacci, Par.II,T.II,Napoli, 1776,pp.484-485; L.del 9 luglio 1757 (l’aggregazione doveva essere votata a scrutinio segreto nell’ambito dell’assemblea di tutti i rappresentanti del sedile); L. del 27 agosto 1757 (divieto a tutti i membri delle piazze di pretendere e ricevere soldi per l’aggregazione); L. del 1 giugno 1759; L. del 20 giugno 1763; L. del 1 dicembre 1770; L. del 18 febbraio 1771 (conferma la non prescrizione dei diritti di rivendicazione dei gradi di nobiltà agli eredi di antiche famiglie); L. del 27 novembre 1780; L. 12 settembre 1800 come le L. del 13 aprile e 6 ottobre 1851 (già con L. del 21 gennaio 1746, si fissa il pagamento dei diritti fiscali sia per aggregazioni che per reintegre al sedile). Infine, si annoverano i reali rescritti e dispacci.
Il R.D. del 1 agosto 1738, re Carlo di Borbone fissò che le cause di reintegra dovevano essere trattate davanti ai 4 capi di Ruota della Camera di S. Chiara, al fiscale ed al Sacro Consiglio a Due Ruote giunte. Il successivo R.D. del 11 maggio 1739 ordinò che dette cause dovevano trattarsi presso il Sacro Consiglio a Due Ruote giunte, con i 13 ministri tra cui il presidente e i capi di Ruota della Camera di S. ChiaraD.Gatta, Op.cit., pp.471-472. A seguito delle continue proteste (in particolare quella del 1746) dei sedili per abusi e raggiri dei tanti aspiranti nobili, che spesso si rivolgevano alla Camera di S. Chiara per ottenere i richiesti riconoscimenti, furono emessi diversi e più specifici dispacci finalizzati a migliorare tali controlli.
Così fecero seguito: R.D. del 16 ottobre 1743 ed 8 agosto 1761 (il Sacro Regio Consiglio si occupa definitivamente dei giudizi di nobiltà); R.D. del 2 settembre 1748 (conferma del divieto del 1688 per i ministri e loro familiari di intentare giudizi di reintegra o votare in simili cause); R.D. del 30 aprile 1754 (la Camera di S. Chiara svolge funzione di supervisore sui giudizi); R.D. del 20 giugno 1763,del 6 aprile 1772, del 28 marzo 1779 (la Camera di S. Chiara si specializza nelle aggregazioni e reintegre dei nobili ai sedili e delle autorizzazioni per il “Cordon dei cadetti”); R.D. del 20 maggio e 17 agosto 1851M.Parrilli, Collezione cronologica di Leggi,Regolamenti e ministeriali divisa per materie da servire a la Real Commissione de’Titoli di Nobili, Napoli, 1845, pp.39-41.


tutto ciò non mi sembra nè tardivo parziale...

interessante poi leggere questo contributo: http://dev.dsmc.uniroma1.it/dprs/sites/ ... s/148.html, dove si delineano delle precise strategie e tattiche "regie" nel controllo della nobiltà titolata e non titolata nel complesso gioco di potere! e Napoli era un importantissimo nodo nello scacchiere internazionale d'allora... lasciar "libere" un tot di famiglie, lasciando alla "consuetudine" ed all"autogoverno" la creazione di precise ed importanti figure socio-politico-economiche ed equilibri... mi sembra troppo, ma troppo semplicistico...
Ultima modifica di Delehaye il lunedì 18 novembre 2013, 1:03, modificato 2 volte in totale.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » lunedì 18 novembre 2013, 0:04

GENS VALERIA ha scritto:Le realtà comunali venivano governate dall' Arengo o Vicinia , ovvero dall' assemblea dei capifamiglia, per democrazia diretta .
Quando questa forma di governo risultò caotico e poco efficace , si arrivò alla elezione democratica di un consiglio ristretto , ovviamente gli eletti erano le persone più in vista , più efficienti , pragmatici , con molto tempo a disposizione ( quindi maggiori disponibilità economiche ) , ciò era in inizio di un nucleo di "aristocrazia"- governo dei migliori.
Con il tempo quando queste famiglie diedero con continuità membri alle magistrature , divennero un gruppo al quale furono cooptate altre famiglie emergenti politicamente, queste famiglie mutuarono il modo di vita tipico da quello cortese della nobiltà feudale , di fatto divennero il ceto dirigente che esercitava , attraverso il ristretto numero delle famiglie che venivano elette dal popolo, il potere legislativo , dispositivo e giudiziario , in questo modo nacque la nobiltà civica / patriziato .
La nascita nella nobiltà cittadina non comportò alcun formalismo e non vi erano particolari tasse ( è diventato un incubo anche nel sito ??? ) l' impegno nel
" Consiglio" era già gravoso in quanto sottraeva tempo agli affari familiari.


Ti ringrazio per le delucidazioni. Ti assicuro che non ti ho fatto domande con secondi fini, ma proprio con lo scopo di comprendere meglio la situazione patriziale. Semmai il secondo fine era comprendere come avvenisse esattamente la cooptazione. Cioè, anche per entrare nello SMOM si attende la "chiamata" da parte del proprio delegato che visto il soddisfacimento di alcuni requisiti (partecipazione alle attività delegatizie, ai pellegrinaggi, all'assistenza ai Signori malati, conoscenza dell'Ordine e dei suoi carismi, vita spirituale intensa e partecipata, anche capacità economica di sostenere l'Ordine nelle sue esigenze, eventuale status nobiliare o comunque sociale...) ti invita a far parte dell'Ordine e a quel punto produci documenti e attendi l'investitura. Così pensavo a riguardo della cooptazione nei consigli nobiliari/patrizi delle città stato italiane: soddisfacendo alcuni requisiti (vivere more nobilium per alcune generazioni, aver ricoperto cariche pubbliche sia personalmente sia da parte dei propri antenati, avere disponibilità economiche...) si veniva chiamati a far parte del consiglio, ma appunto era il consiglio, immagino ed era questa la domanda, che in qualche modo procedeva a prendere la decisione (per voto, discussione interna...) di ammettere Pinco Pallo, visti i requisiti soddisfatti, all'interno del consiglio stesso; quindi si sarà stilato un documento di nomina o comunque un delegato del consiglio sarà andato da Pinco Pallo e gli avrà riferito la sua nomina e richiesto l'eventuale accettazione; Pinco Pallo avrà accettato e avrà dovuto seguire un cerimoniale, presentarsi al Consiglio, soddisfare alcuni obblighi (ad esempio essere presente tutti i primi lunedì del mese alla seduta pomeridiana del Consiglio...). Cioè, quello che vorrei capire è se comunque, al di là del sovrano, anche laddove non esisteva autorità regia, i consigli, di fatto, erano "quell'autorità regia". Cioè, il titolo di conte lo concedeva il sovrano, il "titolo" (status, chiamalo come ti pare) di patrizio, lo concedeva comunque il consiglio dei patrizi, nel senso che era il consiglio che decideva di ammettere al suo interno un nuovo patrizio. Non penso che vigesse l'autoproclamazione del patriziato per cui Pinco Pallino, visto che viveva more nobilium e ricopriva cariche pubbliche da tre generazioni, automaticamente si autodichiarava patrizio e incominciava a presentarsi alle sedute del consiglio, o no?
Di conseguenza si passava da "persona vivente more nobilium" a "patrizio" nel momento in cui il consiglio dei patrizi ti chiamava a farne parte. Di conseguenza c'era un "prima" e un "dopo" e non tutti coloro che vivevano more nobilium e ricoprivano incarichi pubblici diventavano obbligatoriamente patrizi, proprio perché immagino il consiglio decideva chi ammettere al suo interno, anche per non aumentarne a dismisura il nuemro dei componenti.
Tomaso Giuseppe Cravarezza
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Guido5 » lunedì 18 novembre 2013, 3:12

Cari amici,
qualche spunto di riflessione anche su questo argomento può darcelo - Gazzette Ufficiali a parte - il “Nobile romano”, il trattato di nobiltà di Giovanni Pietro de’ Crescenzi Romani (Bologna, 1693) dal quale ho tratto due colonne dell’indice:

Immagine

Avendo il volume posso riprendere qualche pagina per chi fosse interessato a un problema specifico,

Ciao a tutti!
Guido5
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