Gira gira non sono riuscito a salire verso l’amata Urbino per assistere all’eccezionale evento della consacrazione di mons. Tani ad Arcivescovo e al suo insediamento in cattedra. Mi è dispiaciuto molto, molto davvero. Ricordo l’uggiosa giornata dell’arrivo di mons. Marinelli una decina d’anni fa, Carlo Bo che lo accolse al Mercatale, all’ombra dei torricini…
Per Tani non c’era Carlo Bo, ma immagino comunque una gran folla di fedeli e di curiosi, in una giornata che a Fano era magnifica e sicuramente anche a Urbino, con l’aggiunta di un’aria di montagna. Come avrei voluto essere lì!!!
http://www.urbinomultimedia.it/eventi%2 ... index.htmlVisto che questa discussione non è stata aperta nella sezione di Araldica, mi permetto innanzitutto un apprezzamento per mons.Tani. Il viso, gli occhi e il sorriso, il gesto, preannunciano qualcosa di buono per la diocesi e per la città a cui sono particolarmente affezionato, tanto da aver voluto che lì nascesse mia figlia Emma. Auguro a mons. Tani di poter compiere il suo magistero al meglio, come egli desidera compierlo.
Del precedente mons. Tani conosco soprattutto taluni episodi della sua azione nei tristi giorni dell’occupazione nazifascista. Un esempio.
Devo confessare che lo stemma di mons. Marinelli, predecessore di Tani mi piaceva particolarmente.

La croce era (è) l’elemento centrale: bella, chiara in quel campo azzurro. Le altre figure che pure per il titolare avevano un riferimento religioso particolare (l’eucarestia), risultavano a mio giudizio quasi arabeschi, girali floreali di quelli che talvolta decorano e decoravano in epoca medievale le pezze araldiche. Non erano quello, ma avevano la delicatezza araldica di sembrare tali.
Lo stemma di mons. Tani mi lascia un po’perplesso.

Non entro nel merito dei desiderata del committente
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e capisco che la necessità di raccogliere in pochi centimetri quadrati tutto quanto si è inteso rappresentare era un’impresa ardua, figuriamoci con solo sette smalti a disposizione…
Non ripeterò in questa sede quanto ho recentemente detto a proposito dell’evoluzione dell’araldica ecclesiastica.
Noto però che anche in questo caso, giocoforza, si è dovuti ricorrere al classico inquartato che Tulius aborriva a proposito di un'altra soluzione per la rappresentazione dello stemma dell’Arcivescovo di Torino che peraltro l’artista araldico che invocavo avrebbe potuto evitare. Ma i quarti non sono un problema in sé.
Comincio dalla fine (dulcis in fundo). La colomba con le onde nell’ultimo quarto mi piace

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Per restare nei quarti con campo azzurro devo solo precisare (con riferimento alla spiegazione simbolico-teologica) che né Urbino, né Urbania, né Sant’Angelo in Vado, e nemmeno Sogliano, fanno parte del Montefeltro, né ne hanno mai fatto parte. Va da sé che il territorio diocesano è egualmente asperrimo e i monti ci stanno, nel senso che ci sono nel panorama.
I quarti col campo d’argento mi sembrano più problematici.
Sull’insegna della diocesi di provenienza si è dibattuto a proposito del capo d’argento alla croce di rosso nello stemma del nuovo Arcivescovo di Milano.
viewtopic.php?f=1&t=13265&hilit=scola Le perplessità sollevate da alcuni circa l’opportunità di inserire tali riferimenti araldici si ripropongono anche in questo caso? Oppure la minore incisività che è dovuta a un povero terzo quarto rispetto all’autorità di un capo, supera la problematicità da alcuni rilevata? Ma no, in fondo l'ombrello basilicale si trova anche nello stemma comunale di Urbania. Quest'ultimo è un manifesto della fedeltà al papato, un vero e proprio scudo opposto alla ghibellina Urbino e quell’ombrellone basilicale è certamente la trasformazione di un più antico lambello di stampo angioino, ma questo poco importa nell'occasione. La necessità di condensare più significati e rimandi biografici ha fatto propendere per quella figura tra le tante dello stemma di Urbania da coniugarsi appunto con la realtà romana di provenienza di Tani. Confesso però che vederlo lì così, solo soletto, senza il supporto delle chiavi petrine mi fa un po’ tenerezza.
I duchi di Urbino (Della Rovere, dal 1555 circa) lo inseritono nel loro stemma, nel palo della Chiesa, ma aveva un altro significato.
Il quarto con i torricini è certamente quello che colpisce di più e tuttavia mi pare quello meno indovinato. I mattoni della facciata posteriore di palazzo ducale, recentemente sbiancati dal restauro, brillano storicamente per un bel rosso mattone, la scelta del marrone non mi sembra appropriata. Così come mi sembra discutibile l’inserimento di quella figura in uno stemma. Tutto ci può essere messo (forse no), ma con i rischi che a mio giudizio si corrono come nel caso dell’inserimento della croce astile nell’arma di mons. Nosiglia.
viewtopic.php?f=1&t=11824Nel panorama araldico, agiografico e iconografico urbinate forse poteva essere usato qualche cosa d’altro, ma certo se quest’altro si voleva legare con “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila, allora…
L’Arcivescovo, che è stato fino a pochissimo tempo fa Rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore potrà comunque citare un precedente accademico. I torricini compaiono fin dai primi anni Cinquanta sul gonfalone dell’Ordine Goliardico di Urbino, in un campo troncato fiammato d'azzurro e giallo e per questo sono stati inseriti una ventina d'anni fa nella rozza e primitiva araldica di quel sodalizio studentesco che vanta ormai sessant’anni di storia. Si tratta di clerici vagantes, non so se il precedente possa apparire irriguardoso, ma certo Accademico è.
a.
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