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GENS VALERIA ha scritto:b) Una famiglia già appartenente al ceto dirigente può rimanere in ombra per alcune generazione per far riemergere in altro periodo la propria qualità nobiliare , la quale essendo ereditaria ( ossia generosa ) non va in prescrizione.
Mai sentito parlare dei tutelatissimi Barnabotti veneziani ?
c ) da “ Le Nobiltà Europee ” di Jean Pierre Labatut:
“Molti nobili polacchi vivevano allo stesso modo dei contadini e, tuttavia, non si poteva affatto eccepire sulla loro qualità di nobili, perché della nobiltà conservavano certi segni caratteristici, come quello di portare i capelli corti , mentre i contadini li portavano lunghi. Inoltre le loro donne portavano scarpe, mentre quelle contadine avevano ai piedi dei sandali fatti di strisce di cuoio intrecciate e , cosa indubbiamente più eloquente, qualora fossero stati condannati a pene corporali, li si frustava facendoli stendere su un tappeto e non sulla nuda terra come avveniva per i contadini, Ma soprattutto conta il fatto che essi avessero piena consapevolezza di far parte della nobiltà: il tipo di vita che essi conducevano non alterava l’unità dell’ordine nobiliare.”
Comunque considerando che oggi si parla di qualità e titoli " de courtesie " , ti consiglio di dormire saporitamente:
essi hanno ( per chi li accetta, ovviamente ) solo valore storico-morale.
M.Brivio ha scritto:Egregio Petecciano, Le porgo una domanda:
Se la nobiltà è (era, in Italia) un qualcosa di giuridico, prima che sociale, perchè dovrebbe subire mutazioni (nel caso del suo punto 6 - decadenza da patriziato ecc) dovuti a condizioni sociali, e non giuridiche? Le faccio un ulteriore esempio, oltre al precedente che avevo riportato sui Mandelli: un ramo degli Sforza, famiglia che tutti conosciamo, nel piacentino, ebbe discendenti nell'800 erano semplici contadini (fonte: genealogia pubblicata dal dott. Davide Shamà sul suo sito, affiliato al nostro forum). Ebbene, Lei ritiene che essi, data l'educazione ricevuta, le frequentazioni "non all'altezza", come dice, non dovrebbero più considerarsi nobili, chè di nobile non hanno nulla. A me questa risulta più una sua considerazione fattuale, che la lettura del diritto vigente all'epoca in cui quegli antenati Sforza (o Mandelli, tanto per citare l'esempio precedente) vivevano. Perdoni la mia considerazione, ma credo Lei osservi il tutto guardando al mero fatto socio-economico della nobiltà, quando in realtà essa era un qualcosa di giuridicamente e storicamente ben definito.
petecciano ha scritto: (...) Tra l'altro, vista l'origine della nobiltà veneziana ( esclusivamente per ragioni di censo) , gli statuti rigidissimi della Serenissima e il fatto ( importantissimo) che il maggior consiglio elegesse al suo interno sia il Doge che le massime magistrature) l'esempio è tanto eccezionale da non essere portato a regola generale.[/u]

petecciano ha scritto:Dipende sempre da cosa si intenda per nobiltà.
Nel caso di specie da Lei proposto mi pare di capire che non si parli di titolati nel periodo feudale( altrimenti saremmo in un caso limite di un feudatario che lavori da contadino). Se si parla, quindi di cadetto o di discendenti ma cadetti, sì penso che la prolungata perdita di determinate qualità..provochi la perdita dello status, posto che l'essere nobile non deriva da concessione ( o da investitura divina) . Diversa potrebbe essere l'ipotesi di un titolato che perda la propria condizione sociale e non venga privato del titolo. Ma, sia chiaro, mi riferisco solo al ramo primogenito .
Ma quando la nobiltà era, come Ledice, un qualcosa di giuridicamente e storicamente ben definito ( e parliamo di epoche storiche lontanissime) la funzione della nobiltà era strettamente collegata con la gestione di determinate prerogative , dipendenti dal possesso di un feudo o di una carica, possesso che esclude l'ipotesi cui Lei fa riferimento.
Stavo pensando che in alcune città toscane non era l'impoverimento ma l'arricchimento , ovvero il passaggio al ceto dei nobili magnati, causa dell' allontamento dalla nobiltà civica, patriziale, con la cancellazione dal libro rosso ( od oro ) e la proibizione di accedere al Consiglio ed agli Uffici della Magistratura.M.Brivio ha scritto:Scusi ma la qualità di patrizio non si perdeva, come le ho già ripetuto. Lei può pure pensare che queste persone impoverite decadessero, ma basta leggere gli atti dei processi per l'ammissione al collegio dei giuristi (conosco Milano e Pavia) per vedere che anche rami impoveriti vi avevano accesso. Quindi lo status non si perdeva. Inoltre non c'è nessuna legge dell'epoca, almeno in queste zone, che decreti la perdita dello statu in questo caso. Ma ogni realtà è un caso a sé, e potrebbero esserci state differenze tra regione e regione in Italia.

robyn ha scritto:Io invece la penso diversamente e spero di non venire eccessivamente criticato.Un titolo nob legittimo o qualita che sia sempre legittima,è una cosa ereditaria all'infinito e se lo stato non la riconosce,non per questo non esiste.Ricordiamoci che la nobilta ereditaria e appunto detta Jure Sanguinis.Personalmente ma ripeto solo una mia opinione personalissima,se la repubblica italiana non riconosce il titolo nob della mia famiglia,io la notte dormo lo stesso e rimango quello che sono come lo saranno tutti i miei discendenti all'infinito.Attendo critiche.grazie.

MMT ha scritto:Elucubrazioni mentali:
Il discorso potrebbe farsi interessante sulla natura della perdita di condizione nobiliare, in caso di cambio di residenza. Credo che nella realtà, laddove accadesse, si rimediasse con un nuovo reinserimento della famiglia. Lo stesso per il figlio del patrizio ad personam. Il problema si pone per oggi. Credo che si potrebbe discutere sulla trasmissibilità del titolo di patrizio, che potrebbe in effetti esser venuto meno per decadenza dei requisiti originali (ad es. residenza). Si potrebbe discettare sulla sussistenza di un'eventuale nobiltà generale della famiglia antecedente e che avrebbe fatto scaturire il patriziato. Per essere aggregato dovevo esser assurto ad una certa nobiltà generica e quindi, sucessivamente, divenivo anche patrizio, se quest'ultimo titolo poi decade potrebbe sussistere almeno la primaria nobiltà. E' una mia elugubrazione, sia chiaro. Questo discorso potrebbe però decadere nel caso di chi poi oltretutto abbia anche esercitato le cd. "arti meccaniche".
La risposta anche qui è negli statuti: vedere cosa essi prevedessero per l'aggregazione se cioè prevedessero una qualche condizione more nobilium alla base.
C'è comunque da dire che ogni discorso deve essere contestualizzato in luoghi e tempi.
petecciano ha scritto:Io facevo riferimento non a una o due generazioni "fuori" dai canoni, ma a più e più generazioni: uscite dallo status iniziale - che probabilmente aveva comportato l'iscrizione al ceto o al partecipazione a un consiglio cittadino; lontane dalla città di appartenenza; privatene i membri di educazione, relazioni etc......cosa rimane dei motivi che fecero di dette famiglie una eccezione ( rispetto alla massa?).
Le "arti meccaniche " nell'ottocento e fino alla prima metà del 900 ........( salvo il rispetto dovuto all'onesto lavoratore) non possono essere di sicuro considerate "nobili". Fare riferimento a principi ( oggi condivisi all'unanimità) egalitari, mi appare un nonsense: si tratta di ragionare, per l'occasione, con la mentalità di 200 anni fa.
petecciano ha scritto:Grazie. E' quello che tentavo di dire( forse in modo non chiaro). Io facevo riferimento non a una o due generazioni "fuori" dai canoni, ma a più e più generazioni: uscite dallo status iniziale - che probabilmente aveva comportato l'iscrizione al ceto o al partecipazione a un consiglio cittadino; lontane dalla città di appartenenza; privatene i membri di educazione, relazioni etc......cosa rimane dei motivi che fecero di dette famiglie una eccezione ( rispetto alla massa?).
Le "arti meccaniche " nell'ottocento e fino alla prima metà del 900 ........( salvo il rispetto dovuto all'onesto lavoratore) non possono essere di sicuro considerate "nobili". Fare riferimento a principi ( oggi condivisi all'unanimità) egalitari, mi appare un nonsense: si tratta di ragionare, per l'occasione, con la mentalità di 200 anni fa.

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