da Alberto Lubelli Prasca » lunedì 21 ottobre 2013, 0:14
Cari e gentili Signori,
mi è gradito intervenire in una sì colta discussione ed esprimere il mio pensiero, pregandovi di perdonarmi se dovessi trovarmi a ripetere concetti già espressi, ma sedici pagine di discussione sono veramente molte!
Ognuno di voi ha espresso un pezzetto di verità: non vi è uno che ha torto ed uno che ha ragione, ciascuno di voi ha ragione. Sia nelle questioni di diritto nobiliare, sia nei principi dei riconoscimenti, sia nella forza della tradizione e della memoria storica...
Ciò che attira di più il mio interesse è la nascita del concetto di nobiltà, nel mondo occidentale, e la ragione per cui ciascuno aspira ad appartenere a questa élite.
Credo che ciò che noi chiamiamo "nobiltà" sia figlio della "Cavalleria" e che questa a sua volta nasca dall'incontro del mondo orientale germanico con il Cristianesimo (ed il mondo latino). Il cavallo ed il cavaliere sono al vertice del mondo "barbarico" con un codice morale che, con la cristianizzazione, si fonde con i concetti evangelici.
Dal "libro dell'ordine della cavalleria" di Raimondo Lullo, scritto in Catalano nel 1280:
"Il compito di cavaliere è di sostenere e difendere le donne, le vedove, gli orfani, e gli uomini afflitti e non potenti o forti. Perché come per abito e ragione il più grande e il più potente aiuta il debole e l'afflitto. (...) Il cavaliere deve soccorrere e aiutare coloro che sono sotto di lui e sono meno potenti e meno onorati di quanto egli sia. Pertanto il far torto o violenza alle donne, alle vedove che hanno bisogno d'aiuto, e agli orfani che hanno bisogno di guida, o derubare e mandare in rovina il debole che ha bisogno di sostegno, e togliere loro ciò che loro è dato, queste cose non si accordano con la cavalleria. Questa è malvagità, crudeltà, tirannia. (...) Dio ha dato al cavaliere un cuore al fine che sia coraggioso nella sua nobiltà, al fine che abbia pietà nel suo cuore. I cavalieri che non hanno occhi per vedere i deboli e gli afflitti, ne' cuore o mente in cui ricordare i bisogni della gente misera e senza speranza, non sono degni di essere cavalieri. (...) Tutti i cavalieri che ora sono tracotanti e superbi, pieni di malvagità, non sono degni della cavalleria; essi dovrebbero esser reputati un nulla..."
E via discorrendo, sulla lealtà, il coraggio, la giustizia, la cortesia e le condizioni per essere nobile-cavaliere. Questi concetti sono da sempre stati accompagnati alla condizione di nobile, come dimostra il detto popolare "la nobiltà obbliga".
Questa diversità, questo essere uomini migliori ed onorati, costituiva il valore aggiunto della condizione di nobile.
Per questo ricchi mercanti, più ricchi di molti nobili, aspiravano ad entrare in questo Olimpo di gentiluomini onorati, leali, giusti... Poi col tempo gentiluomini raffinati, eleganti, riconoscibile dai comportamenti.
Naturalmente sappiamo che molti nobili-cavalieri nel passato remoto, recente e nel presente non hanno seguito i principi della cavalleria, ma ciò che conta è l'ideale, è il modello a cui tendere.
Al pari del Cristianesimo: sappiamo quanti esempi di cristiani e uomini di Chiesa si sono comportati in modo indegno, ma nessuno si sognerebbe di dire per questo che i principi cristiani non valgono nulla.
Oggi rimane ancora qualcosa di quel "valore aggiunto" nato dalla nobile cavalleria, altresì non vi sarebbero così tante persone che aspirano al riconoscimento della nobiltà.
Ma la nobiltà è vecchia, chiusa nei palazzi per chi li ha ancora, incapace di rappresentare qualcosa di più di sé stessa. Incapace di rinnovarsi con nuovo sangue, con nuove imprese, incapace di trovare un modo per rivitalizzare i principi di onore, di onestà, di fedeltà, di verità, di rispetto, di lealtà... E Dio sa quanto ne avremmo bisogno!
Ma la nobiltà dovrebbe essere un "Ordine" orgoglioso, dinamico capace di aggregare per il merito.
Invece non è che un'élite chiusa, destinata a morire di nobile inedia.
Ma quest'élite generalmente risponde: "No! tu non ci sei e non ci sarai mai!" con snobismo e una punta di cattiveria che sta all'antitesi dei principi della stessa nobiltà.
JE L'ENDURE