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T.G.Cravarezza ha scritto: (...).Così pensavo a riguardo della cooptazione nei consigli nobiliari/patrizi delle città stato italiane: soddisfacendo alcuni requisiti (vivere more nobilium per alcune generazioni, aver ricoperto cariche pubbliche sia personalmente sia da parte dei propri antenati, avere disponibilità economiche...) si veniva chiamati a far parte del consiglio, ma appunto era il consiglio, immagino ed era questa la domanda, che in qualche modo procedeva a prendere la decisione (per voto, discussione interna...) di ammettere Pinco Pallo, visti i requisiti soddisfatti, all'interno del consiglio stesso; quindi si sarà stilato un documento di nomina o comunque un delegato del consiglio sarà andato da Pinco Pallo e gli avrà riferito la sua nomina e richiesto l'eventuale accettazione; Pinco Pallo avrà accettato e avrà dovuto seguire un cerimoniale, presentarsi al Consiglio, soddisfare alcuni obblighi (ad esempio essere presente tutti i primi lunedì del mese alla seduta pomeridiana del Consiglio...). Cioè, quello che vorrei capire è se comunque, al di là del sovrano, anche laddove non esisteva autorità regia, i consigli, di fatto, erano "quell'autorità regia". Cioè, il titolo di conte lo concedeva il sovrano, il "titolo" (status, chiamalo come ti pare) di patrizio, lo concedeva comunque il consiglio dei patrizi, nel senso che era il consiglio che decideva di ammettere al suo interno un nuovo patrizio. Non penso che vigesse l'autoproclamazione del patriziato per cui Pinco Pallino, visto che viveva more nobilium e ricopriva cariche pubbliche da tre generazioni, automaticamente si autodichiarava patrizio e incominciava a presentarsi alle sedute del consiglio, o no?
Di conseguenza si passava da "persona vivente more nobilium" a "patrizio" nel momento in cui il consiglio dei patrizi ti chiamava a farne parte. Di conseguenza c'era un "prima" e un "dopo" e non tutti coloro che vivevano more nobilium e ricoprivano incarichi pubblici diventavano obbligatoriamente patrizi, proprio perché immagino il consiglio decideva chi ammettere al suo interno, anche per non aumentarne a dismisura il nuemro dei componenti.
GENS VALERIA ha scritto:
per elezione popolare i personaggi più meritevoli ed autorevoli scelti tra il popolo venivano eletti alla magistratura cittadina (o Consiglio )
Quando questi nobili decisero di eliminare l' elezione popolare diretta , si tutelarono spesso , ma non sempre , con una chiusura di ceto ( serrata ) ed alla compilazione di un Libro d'Oro ( spesso ma non sempre ).
T.G.Cravarezza ha scritto:Ok, allora, per riepilogare, si "diventava" patrizi/nobili o per elezione da parte del popolo (e quindi il "sovrano" che concedeva il "titolo/status/incarico" nobiliare era alla fin dei conti il popolo) o per "chiamata" da parte del consiglio dei nobili (ceto chiuso) e di conseguenza il "sovrano" era, in questo caso, il ceto stesso, cioè coloro che erano già patrizi/nobili.
A questo punto, però, si ritorna al punto iniziale che avevo posto, cioè, esiste un "prima" e un "dopo", cioè si passa dall'essere un uomo "non nobile" (pur vivendo more nobilium, ricoprendo incarichi pubblici, ...) a nobile/patrizio (per elezione da parte del popolo nel consiglio o per chiamata del ceto nobile/patrizio a farne parte).
A questo punto, se esiste un prima e un dopo, se non tutti coloro che soddisfacevano i requisiti (vita more nobilium, incarichi pubblici ricoperti et cetera) diventavano automaticamente nobili/patrizi, ammetterai che c'è una discriminante fondamentale (elezione da parte del popolo o chiamata del consiglio) e quindi, pur essendoti riconosciuti dei meriti dalla tua nomina al consiglio (vuoi per elezione o per chiamata dal consiglio stesso), rimane il fatto che tale nomina non era automatica e poteva essere scelto un altro al posto tuo.
A questo punto converrai quindi che lo status nobiliare/patrizio era comunque determinato da terzi (popolo, consiglio chiuso, sovrano...) e non da una tua qualità intrinseca.
Di conseguenza, e qui è una deduzione, ma anche una domanda, come il consiglio/popolo ti chiamavano a far parte del ceto nobiliare/patrizio grazie a determinati requisiti, al tempo stesso tale autorità poteva anche revocarti lo status dovuto alla perdita di determinati requisiti che sono utili al tuo permanere in quel determinato status oppure a semplice decisione dell'autorità.
" saponetta del villano ".GENS VALERIA ha scritto:Quando, allora , una famiglia che tradizionalmente forniva propri membri alla magistratura civica diveniva nobile ?
Per alcuni , me compreso , quando vivendo more nobilium era accettata , di fatto ( non per nomina ) dalle altre famiglie del ceto di governo ( il quale era nobiltà) maturando quindi nelle generazioni la propria "qualità".
Non c'è un prima o un dopo , solo un "durante". Non si aprivano i cieli e si illuminava un individuo prescelto , era una famiglia che radicava , cresceva e sbocciava nel territorio , divenendo distinta rispetto le altre innanzi tutto per il potere detenuto , poi dallo stile di vita.
GENS VALERIA ha scritto:Per contrastarli il maggior consiglio affidò il 25 novembre 1319 agli avogadori di comun il compito di svolgere inquisitiones su ciascun cittadino incluso nel registro, per verificarne la titolarità dei requisiti: [b]quanti fossero risultati in regola sarebbero stati immediatamente ammessi all'assemblea al compimento della maggiore età.
L'essere membro di famiglia patrizia dalla nascita dava il diritto ai suoi membri maggiorenni di entrare nel Maggior Consiglio , automaticamente o per sorteggio. Non vi era quindi nessuna designazione dall' alto o scelta ( al massimo sorteggio ).
T.G.Cravarezza ha scritto:Ok, quindi esisteva un registro del ceto patrizio della città. Questo registro indicava le famiglie patrizie della città. Chi non era iscritto al registro, non poteva definirsi patrizio di Venezia.
La domanda: chi deteneva il registro, lo compilava, valutava se i requisiti per l'iscrizione fossero realmente validi e, soprattutto, accettava le richieste di iscrizione?
Era il patriziato che gestiva e controllava sé stesso attraverso un complesso sistema di uffici tenuti da patrizi stessi. Le famiglie patrizie iscrivevano i loro figli maschi , alla nascita, presso l'Avogaria de Comun da dove risultava che i genitori erano entrambi nobili e l'origine patrilineare, venivano iscritte nel Libro d'Oro a diciotto anni si imbarcavano come balestrieri sulle galere, a venti facevano il loro ingresso nel Maggior Consiglio.
Quando scrivevo di designazione o cooptazione da parte del consiglio, non lo intendevo per ogni singolo membro in quanto so bene che lo status patrizio era ereditario e di conseguenza era quella specifica famiglia a detenere il seggio e lo avrebbe tramandato ai discendenti (Venezia come anche nelle altre città patrizie), ma io intendevo la cooptazione "iniziale" della famiglia stessa, per la prima volta, a sedersi nel consiglio e quindi a potersi iscrivere nel libro d'oro. Da quello che so e correggimi se sbaglio, soprattutto in epoca più recente (XVII secolo) incominciarono ad essere ascritte al maggior consiglio nuove famiglie con l'intento di rimpinguare un po' le casse della Repubblica grazie alla tassa di ingresso. Tali famiglie veniva scelte dal Consiglio per ottenere un seggio nello stesso e se venivano valutate positivamente, rispettavano determinati requisiti imposti dal consiglio, pagavano la relativa tassa, sarebbero state iscritte nel registro patrizio e avrebbero ottenuto un seggio. Prima quindi erano "famiglie distinte" (more nobilium, ricchi commercianti...) e dopo la cooptazione del consiglio sarebbero divenute "famiglie patrizie" con diritto ereditario di sedere nel maggior consiglio.
Quella delle ( rare ) cooptazioni per soldo era un'usanza del tutto veneziana che rispondeva a due esigenze distinte :
1) Immettere sangue fresco nel Maggior Consiglio che , come abbiamo visto di fatto coincideva con il Patriziato, tenendo conto che molte famiglie nel tempo si erano estinte e mettevano in difficoltà l'andamento della Res Publica.
2) Immettere denaro fresco nelle casse perennemente vuote . Da considerare che senza l' apporto dello sforzo bellico veneziano oggi al posto delle chiese ci sarebbero solo moschee , inoltre un certo ricambio ci fu in tutte le aristocrazie per garantirle la sopravvivenza.
Venivano cooptate famiglie degne e ricche attraverso un doppio voto ( segreto ) da parte di due consigli cittadini . Quindi il fons honorum ( non so se è questo che ti interessa ) era detenuto non da una persona singola ma dalla collegialità dei Patrizi.
Ma penso che anche quando ci fu la serrata del trecento, l'allora maggior consiglio si sedette in riunione e decise a tavolino (con magari liti furiose tra i presenti) quali fossero le famiglie patrizie della città che avrebbero potuto iscrivere i loro figli nel registro e sedersi nel maggior consiglio. Di conseguenza chi ne risultava tagliato fuori, non era famiglia patrizia, poiché tu stesso affermi che solo le famiglie patrizie potevano iscrivere i propri figli maggiorenni al registro affinché potessero essere sorteggiati per il maggior consiglio. Di conseguenza si ritorna al cane che si morde la coda: c'è sempre un terzo (il maggior consiglio) che decide se tu sei famiglia patrizia o no.
Quando scrivevo della primogenitura della gallina sull'uovo o viceversa intendevo che la nobiltà esisteva da prima della Serrata ( che comunque fu un atto unilaterale di difesa ) ma fu suggellata dopo ( le famiglie nobili erano ben note a tutti ed entrarono praticamente tutte nel recinto ) Fu la classe dei cittadini originari che premeva ma dovette accontentarsi di uffici minori, marginali , rimanendo fuori del recinto patriziale.
A parte le nobilitazioni per soldo, tutto era molto consequenziale ed avveniva d'ufficio.
Quando sei nato tuo padre ti ha registrato all'Ufficio anagrafico poi sei stato iscritto alle liste di leva poi a quelle elettorali alla maggiore età , per il patrizio era la stessa cosa , l'iscrizione per ballottaggio era un'eccezione quando vi era un surplus di candidati consiglieri , io stesso non ho fatto il servizio militare perché il 1954 era una classe “affollata” e sono stato esonerato per sorteggio, cerca di immaginare una situazione simile.
Non c'è un terzo che decide se devo essere iscritto alle liste elettorali . Eventualmente io , perdendo a causa mia i miei diritti politici , perdo il diritto di votare.
Non c'era un terzo che decideva se tizio fosse di famiglia patrizia, tizio nasceva tale ed il suo destino era segnato, a meno che Tizio stesso si ponesse fuori , prendendo i voti , ma questa era una sua decisione o meglio vocazione.
GENS VALERIA ha scritto: Era il patriziato che gestiva e controllava sé stesso attraverso un complesso sistema di uffici tenuti da patrizi stessi. Le famiglie patrizie iscrivevano i loro figli maschi , alla nascita, presso l'Avogaria de Comun da dove risultava che i genitori erano entrambi nobili e l'origine patrilineare, venivano iscritte nel Libro d'Oro a diciotto anni si imbarcavano come balestrieri sulle galere, a venti facevano il loro ingresso nel Maggior Consiglio.
A parte le nobilitazioni per soldo, tutto era molto consequenziale ed avveniva d'ufficio. [/color]
Non c'era un terzo che decideva se tizio fosse di famiglia patrizia, tizio nasceva tale ed il suo destino era segnato, a meno che Tizio stesso si ponesse fuori , prendendo i voti , ma questa era una sua decisione o meglio vocazione.

T.G.Cravarezza ha scritto:P.S. ho fatto l'esempio di Venezia avendo la fortuna di avere nel forum un conoscitore della città, ma la discussione può essere generalizzata a tutte le città dotate di patriziato autonomo.

N85 ha scritto:Personalmente ritengo che privare della nobiltà sia sempre giuridicamente possibile, soprattutto quando nella storia si innesta uno stravolgimento politico cui segue l'innesto di un potere costituente (dunque totalmente libero per definizione).
http://www.icocregister.org/principi.htm ha scritto:Principi implicati nello stabilire la validità degli Ordini di Cavalleria
Principio 2) [...] È da ritenersi pertanto giuridicamente ultra vires l’eventuale ingerenza dei nuovi Stati succeduti alle antiche Dinastie, sia sul piano legislativo che su quello amministrativo nei confronti degli Ordini dinastici. Che questi non siano riconosciuti ufficialmente dai nuovi governanti, non inficia la loro validità tradizionale e il loro status , ai fini araldici, cavallereschi e nobiliari.
Traduzione tratta da: Barone Prof. Alessandro Monti della Corte, Criteri per l’individuazione degli Ordini cavallereschi, in Rassegna «Il Consiglio di Stato», Atti del Convegno sugli Ordini Cavallereschi, Benevento-Faicchio, 7-8-9 maggio 1971, Roma, Edizioni Italedi, pp. 70-71; pubblicata anche su: Rivista Araldica, VI Congresso Internazionale di Genealogia e Araldica, Anno LX, 1962, pp. 264-265.
Principle 2) [...] It is therefore considered ultra vires of any republican State to interfere, by legislation or administrative practice, with the Princely Dynastic Family or House Orders. That they may not be officially recognised by the new government does not affect their traditional validity or their accepted status in international heraldic, chivalric and nobiliary circles.

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