La privazione della nobiltà

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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » mercoledì 1 luglio 2015, 11:44

Nella Repubblica veneta l'avvenuta cooptazione al Patriziato coincideva con l'iscrizione della famiglia al Maggior Consiglio, e questo è tuttora ben documentato [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » mercoledì 1 luglio 2015, 13:34

Memini ha scritto:Nella Repubblica veneta l'avvenuta cooptazione al Patriziato coincideva con l'iscrizione della famiglia al Maggior Consiglio, e questo è tuttora ben documentato [knight.gif]

Certo , non solo gli inserimenti dei figli, ma le alleanze matrimoniali tra le famiglie era regolarmente approvato e trascritto.
http://www.archiviodistatovenezia.it/si ... 29&Pag=223
In ogni nobiltà cittadina nel tempo avvenne una " serrata " salvo permettere un certo ricambio per estinzione causa denatalità delle famiglie patrizie o/e per rimpinguare le casse statali esauste per guerre.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » giovedì 2 luglio 2015, 10:54

Sicuramente, voglio sottolineare che l'iscrizione al Patriziato, cioé la cooptazione nel ceto dirigente della Repubblica nobilitava ufficialmente la Casata ammessa, che magari si era già distinta per comportamenti virtuosi e censo; la data pertanto di ascrizione dovrebbe definire il numero di anni incontestabile per definire l'antichità nobiliare della famiglia. Diverso il discorso per validare tale stato di nobiltà nella prosecuzione dei secoli; sicuramente le qualità personali delle singoli famiglie non potevano essere oggetto di decadenza, semmai poteva esserlo il loro mutare economico, ma a Venezia anche i "barnabotti" rimanevano patrizi.Il Patriziato poteva essere revocato per tradimento, indegnità o altro ma la qualità di nobile non veniva persa nemmeno per matrimonio con donna non patrizia o non "abilitata". [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » giovedì 2 luglio 2015, 14:08

Memini ha scritto:Sicuramente, voglio sottolineare che l'iscrizione al Patriziato, cioé la cooptazione nel ceto dirigente della Repubblica nobilitava ufficialmente la Casata ammessa, che magari si era già distinta per comportamenti virtuosi e censo; la data pertanto di ascrizione dovrebbe definire il numero di anni incontestabile per definire l'antichità nobiliare della famiglia. Diverso il discorso per validare tale stato di nobiltà nella prosecuzione dei secoli; sicuramente le qualità personali delle singoli famiglie non potevano essere oggetto di decadenza, semmai poteva esserlo il loro mutare economico, ma a Venezia anche i "barnabotti" rimanevano patrizi.Il Patriziato poteva essere revocato per tradimento, indegnità o altro ma la qualità di nobile non veniva persa nemmeno per matrimonio con donna non patrizia o non "abilitata". [knight.gif]

Mi capita di condividere ascendenza con l'erudito Gian Francesco Valier , il quale era figlio naturale di un patrizio ma chierico , non fu ascritto all' Avogaria , filofrancese, seppure torturato ebbe il privilegio ( condannato per tradimento ) di passare gli ultimi giorni in una cella un po' ... confortevole ( si fa per dire ) di salire sul patibolo ed essere impiccato con le mani legate davanti, dopo aver concesso il perdono al boia che lo supplicava.
Tra i miei ascendenti ex-foemina vi è anche Bajmonte Tiepolo, che tramò congiura contro la Dominante fu bandito, per essere , poi, giustiziato dai sicari veneziani. La famiglia continuò ad essere tra le principali di Venezia, solo lo stemma subì lo smacco di assumere la figura di un corno ( ducale ) avvolto da bende, a ricordo del tradimento perpetuato.

Furono condannati i singoli non le casate.

N.B. la stragrande maggioranza degli ascendenti furono persone stimate ed alcune ebbero il dogato [sweatdrop.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » giovedì 2 luglio 2015, 15:23

Concordo perfettamente, e questo rafforza il mio assunto: la nobilitas è connaturata ad un dato ghenos familiare per i comportamenti plurisecolari di virtù.....in ogni famiglia può esistere la "pecora nera",ma ciò non può "denobilitare" la famiglia nel suo insieme. Vorrei a questo punto chiedere un parere: la data di iscrizione al Patriziato di una famiglia può avere valore certo per quantificarne gli anni di "nobiltà generosa" ? Cosa può smentirla se tale status morale non può essere perso né revocato ? Grazie [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » giovedì 2 luglio 2015, 15:53

Solo una domanda, forse un poco provocatoria. Una singola pecora nera non può denobilitare e quindi vanificare secoli di ascendenti probi e virtuosi: posso essere concorde. Ma... una pecora nera ci può stare, due? Tre? Quattro? E poi quanto deve essere il "nero" per non inficiare l'intera stirpe? Cioè, un conto è una sbandatella di un singolo familiare, un conto è alto tradimento di più componenti della famiglia...
Insomma, come giustamente non si diventa nobili dal giorno alla notte (salvo rari casi), ma sono richiesti secoli di partecipazione attiva alla comunità, di ricchezza, potere, prestigio, utilità sociale... per convincere il patriziato locale a farsi considerare "dei suoi", così non si perde la nobiltà dal giorno alla notte, ma come la si acquista nel tempo, così la si dovrebbe perdere nel tempo se in una famiglia ci fosse più di una pecora nera, per più tempo e magari con atti particolarmente gravi (o anche semplicemente si perde per l'incapacità della discendenza, la propria ricchezza, importanza, prestigio, utilità sociale)?
Esempio pratico: per secoli una famiglia dimostra di essere virtuosa, capace politicamente, militarmente, civilmente, diviene ricca, acquisisce potere e prestigio... dopo 3 secoli il patriziato locale (o il sovrano) decide di ammetterla al suo interno e riconoscerla nobile: ottimo, se lo merita, ha dimostrato di far parte della nobiltà. Passano 2 secoli e tutto prosegue come prima. Poi la famiglia perde lustro, i discendenti incominciano a pensare più a loro stessi che alla comunità, sperperano i soldi, persona prestigio, potere, ricchezza, si dimostrano incapaci militarmente e civilmente. Insomma, la famiglia prende una brutta china per altri 2-3 secoli. A questo punto, secondo voi, poco importa, nobile è, nobile rimane? O la nobiltà bisognerebbe dimostrarla e coltivarla ad ogni generazione (al massimo concedendo il buco di una generazione perché "una pecora nera ci sta", ma che sia una [dev.gif])?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » giovedì 2 luglio 2015, 16:11

Memini ha scritto:Concordo perfettamente, e questo rafforza il mio assunto: la nobilitas è connaturata ad un dato ghenos familiare per i comportamenti plurisecolari di virtù.....in ogni famiglia può esistere la "pecora nera",ma ciò non può "denobilitare" la famiglia nel suo insieme. Vorrei a questo punto chiedere un parere: la data di iscrizione al Patriziato di una famiglia può avere valore certo per quantificarne gli anni di "nobiltà generosa" ? Cosa può smentirla se tale status morale non può essere perso né revocato ? Grazie [knight.gif]


Non ho certo la pretesa né l’autorevolezza che il mio pensiero rappresenti “ il Vangelo” giuridico-nobiliare, tuttavia, abbracciando l’idea di un autorevole studioso, a Venezia fino al XIV° Secolo, la nobiltà ebbe una duplice valenza: giuridico-funzionale ed in seguito anche storico-culturale, esse si fusero con la cosiddetta“ seconda serrata” del Maggior Consiglio.
In Italia ,in modo paradossale, cinquecento anni dopo si è verificato un fenomeno opposto , ovvero, tramontata la valenza giuridico-funzionale della nobiltà rimane pienamente valida quella storico-culturale.
L’ascrizione al Patriziato è certamente data certa , tuttavia , considerando che la nobiltà veneziana fu ben anteriore alla prima e seconda “ Serrata” , le quali stabilirono regole certe, la discriminante fu l’appartenenza ad un “ceto” emergente che occupò cariche della “magistratura” sin dal XII Secolo fornendo rappresentanti per almeno un secolo ( periodo universalmente indicato per la trasmissione “ generosità”.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » giovedì 2 luglio 2015, 16:42

T.G.Cravarezza ha scritto:(...) Esempio pratico: per secoli una famiglia dimostra di essere virtuosa, capace politicamente, militarmente, civilmente, diviene ricca, acquisisce potere e prestigio... dopo 3 secoli il patriziato locale (o il sovrano) decide di ammetterla al suo interno e riconoscerla nobile: ottimo, se lo merita, ha dimostrato di far parte della nobiltà. Passano 2 secoli e tutto prosegue come prima. Poi la famiglia perde lustro, i discendenti incominciano a pensare più a loro stessi che alla comunità, sperperano i soldi, persona prestigio, potere, ricchezza, si dimostrano incapaci militarmente e civilmente. Insomma, la famiglia prende una brutta china per altri 2-3 secoli. A questo punto, secondo voi, poco importa, nobile è, nobile rimane? O la nobiltà bisognerebbe dimostrarla e coltivarla ad ogni generazione (al massimo concedendo il buco di una generazione perché "una pecora nera ci sta", ma che sia una [dev.gif])?

Per antonomasia una nobiltà generosa ( non personale ) si trasmette quale eredità immateriale ... all'infinito, in quanto ...appunto, generosa .
Almeno questa è l'intento dei legislatori che si sono avvicendati nei secoli, nelle svariate forme nobiliari , fino a Napoleone.
La moralità, purtroppo cambia con i secoli, quello che dieci anni fa era amorale sta diventando ,legalmente, morale ( ma io continuo ad andare all' antica [cool.gif] ) . Dal medioevo in poi, impiccare un villico che faceva bracconaggio era lecito , senza processo, il prigioniero di guerra si passava a fil di spada ecc.ecc.
Alla fin fine la discriminante era la gestione del potere ( che spesso si accompagnava ad un certo stile di vita ed a disposizione di denaro , conoscenze altolocate , alleanze matrimoniali ) se tramesse nelle generazioni, ( il tradimento era raro ma implicava grossi guai ) .
La moralità, la probità, la virtù era ed è un valore aggiunto. Nel parlare della propria famiglia spesso di tramandano le virtù dei santi , raramente le brutalità degli indegni. Ciò in tutte le famiglie.

Quello che rappresenta il vero pericolo alla trasmissione generosa è solo l'oblio e il voluto discostamento dalla tradizione storica per motivi politici e sociologici, questo modo la nobiltà rimane , certo , ma " in sonno ".
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » giovedì 2 luglio 2015, 17:34

Il mio discorso non verteva solo tra "pecora nera=immorale" e "percora bianca=virtuoso", ma anche su un piano molto più pratico, cioè generazioni che "ci hanno saputo fare" (quindi la famiglia ha avuto ricchezza, prestigio, potere, influenza sociale, capacità militare e civile) e generazioni incapaci (che hanno quindi dilapidato la ricchezza, perso potere, prestigio, influenza...). Allora, siccome per "entrare nel club" bisognava dimostrare per secoli le proprie capacità (quindi essere virtuosi, non tanto dal lato morale che, come dici tu, varia, ma dal lato pratico: ricchi, potenti, influenti socialmente, capaci militarmente e civilmente), allo stesso tempo se per qualche secolo i discendenti si dimostrano incapaci (perdono le ricchezze, divengono ininfluenti socialmente, perdono potere e prestigio acquisito dagli antenati) non ritieni che ci possa essere "esclusi dal club"? Perché se è vero che non basta una "pecora nera" (attenzione, non immorale, ma semplicemente incapace di svolgere il ruolo per cui gli antenati sono stati accolti nel club), se le "pecore nere" diventano tante e se la famiglia quindi prende una brutta piega, non ritieni che ci possa stare l'esclusione dal club? Oppure, entrati si è entrati, poco importa come si vive dopo?
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » giovedì 2 luglio 2015, 18:56

Ritengo di concordare con entrambi; la nobilitas riconosciuta con la cooptazione e mantenuta con la permanenza almeno secolare nel Maggior Consiglio, anche prima della Serrata del 1297, impegnava la Casata a comportarsi degnamente nel prosieguo della sua esistenza; ma ciò, ritengo (e del resto, non saremmo qui a discuterne) è impegno comune ad ogni famiglia; comportarsi degnamente nel rispetto dei propri antenati (nobili riconosciuti o no) è caratteristica di quanti aspirano a vivere degnamente nel proprio tempo; oggi che lo Stato non riconosce i titoli nobiliari e nemmeno una condizione privilegiata di nobiltà generica il primo dovere è vivere nell'onesto esercizio di una professione o anche di un lavoro manuale, dimodochè si possa essere riconosciuti come figli o nipoti di antenati ritenuti universalmente "galantuomini" per i loro analoghi comportamenti.
Una "pecora nera" si evidenzia come macchia scura in un greggie altrimenti bianco, un greggie tutto nero non ispira molta fiducia.....Per quanto attiene poi alla decadenza dallo status nobiliare vi sono regole alle quali si uniformano anche Ordini cavallereschi [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » venerdì 3 luglio 2015, 9:58

T.G.Cravarezza ha scritto:Il mio discorso non verteva solo tra "pecora nera=immorale" e "percora bianca=virtuoso", ma anche su un piano molto più pratico, cioè generazioni che "ci hanno saputo fare" (quindi la famiglia ha avuto ricchezza, prestigio, potere, influenza sociale, capacità militare e civile) e generazioni incapaci (che hanno quindi dilapidato la ricchezza, perso potere, prestigio, influenza...). Allora, siccome per "entrare nel club" bisognava dimostrare per secoli le proprie capacità (quindi essere virtuosi, non tanto dal lato morale che, come dici tu, varia, ma dal lato pratico: ricchi, potenti, influenti socialmente, capaci militarmente e civilmente), allo stesso tempo se per qualche secolo i discendenti si dimostrano incapaci (perdono le ricchezze, divengono ininfluenti socialmente, perdono potere e prestigio acquisito dagli antenati) non ritieni che ci possa essere "esclusi dal club"? Perché se è vero che non basta una "pecora nera" (attenzione, non immorale, ma semplicemente incapace di svolgere il ruolo per cui gli antenati sono stati accolti nel club), se le "pecore nere" diventano tante e se la famiglia quindi prende una brutta piega, non ritieni che ci possa stare l'esclusione dal club? Oppure, entrati si è entrati, poco importa come si vive dopo?


Tomaso , ti riferisci al decadimento di una famiglia un tempo in auge , per i più svariati motivi intrinseci ed esterni e l'allontanamento volontario o no dal "club delle persone che contano". In molte nobiltà italiche " entrati si è entrati, poco importa come si vive dopo?" anzi i può fortunati aiutavano i meno fortunati proponendo un uffici o compiti minori, tipico l'ufficio dei sopra comiti miserabili ( sic! ) sui legni della Serenissima.
In tutte le città esistevano sodalizi caritatevoli per nobili decaduti, ma anche nel negli anni '50 vi erano associazioni ( e ve ne sono anche oggi ) che danno una mano ai nobili in difficoltà economica .
Se nonostante tutto il decadimento fosse non solo economico ma generale , se non cade nell'oblio il valore storico culturale, nulla vieta che ci possa essere un riscatto:
Es. Un discendente virtuoso potrebbe essere ammesso in un Ordine nobiliare ,dietro presentazioni di prove, ottenere il riconoscimento dello "status" competente ed al suo interno riallacciare le relazioni rientrando nel "club" del quale scrivevi.
Ripeto, la conditio sine qua non è la memoria storico culturale.
( Cultura quale insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale v. Treccani ).
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » venerdì 3 luglio 2015, 10:34

Aggiungerei che il "decadimento di una famiglia" può essere anche legato a fenomeni che esulano dai suoi comportamenti sia personali che di gruppo; quante famiglie nobili hanno sofferto le conseguenza dei mutamenti politici del loro paese ?
Senza voler ripensare alla Rivoluzione francese che segnò la fine dell' ancien régime, quante famiglie del Sud Italia trovarono mutata la loro condizione per aver voluto mantenersi fedeli alla Casa ex regnante dopo l'annessione operata dai Savoia tramite Garibaldi ? E quanto sbrigativamente tante famiglie veneziane dei primi anni della Repubblica si trovarono fuori del Consiglio alla Serrata del 1297 ? Se la nobiltà è collegata al ghenos nulla vieta che si possa ripresentare e ricostituire anche dopo decenni o secoli di "sofferenza" incolpevole.
L'importante, come considerato anche nei massimari araldici di importanti Ordini cavallereschi, è che non si trascenda in una categoria sociale infima per ignavia, inettitudine, disonestà manifesta; del resto, al giorno d'oggi, quanti aristocratici,anche di illustre famiglia, possono permettersi di vivere esclusivamente di rendita ? Si lavora, si esercita una professione liberale, magari si cerca di sfruttare al meglio residui di patrimonio familiare, si affitta il castello o la villa storica come prestigiosa "location" (perché bisogna pur mantenerle), si conducono residue tenute agricole integrando coltivazione e agriturismo.....non ci vedo niente di immorale o di degradante, l'importante è comportarsi con quelle caratteristiche di rettitudine, serietà, onestà, capacità che avevano fatto sì che la famiglia fosse stata cooptata in un Patriziato magari mille anni addietro, o che fossero state ricompensate da un Principe Sovrano con la concessione di un feudo.
In Sicilia, anche dopo l'eversione della Feudalità, ci furono ex feudatari che mantennero il loro status e altri che lo persero ma è difficile disconoscerne la storia sulla base soltanto della attuale denuncia dei redditi. [knight.gif]
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda T.G.Cravarezza » venerdì 3 luglio 2015, 21:04

Da un lato mi piace la nostra discussione, ma dall'altro è sempre più palese la distanza delle nostre vedute a riguardo.
Provo con un nuovo esempio pratico.
Nel '900 (ma già dall'800) possiamo considerare con il termine "industriali" quei cittadini che svolgono un'attività economica di alto livello, possiedono un'azienda, stipendiano un elevato numero di operai, in base alla grandezza della loro azienda possono influire sulle scelte economiche/sociali della località in cui operano. Pensiamo, a titolo di esempio, ai vari celebri marchi quali Fiat, Illy, Lavazza, Caffarel, Pirelli, Borsalino, Gucci, Ducati, Valentino, Barilla et cetera ed alle rispettive famiglie che li hanno fondati e che continuano, in modo più o meno diretto, a gestirli. Ci sono ovviamente vari livelli di industriali, da quelli più piccoli a quelli internazionali, ma la categoria è abbastanza definita e chiara.
Come si entra nel club? Beh, possedendo quei requisiti necessari a definirsi industriali: avere un'azienda, operai... Con tali requisiti si può entrare a far parte, ad esempio, di Confindustria che rappresenta le imprese manifatturiere e di servizi italiane (circa 150mila imprese).
Ma se io soddisfo i requisiti per entrare in Confindustria, ci rimarrò a vita e per l'eternità? No, ci rimarrò fino a quando potrò soddisfare tali requisiti. Ci possono essere alti e bassi, magari per 10 anni la mia impresa sarà tra le prime d'Italia, poi ci potrà essere un calo per x motivi (generale del settore, ma anche per semplice incapacità mia o dei miei collaboratori o dei miei figli), poi ci potrà essere una ripresa.... fino a quando, magari dopo 100 anni, dopo due o tre generazioni, la mia industria fallisce. Io sono ancora un'industriale? Lo sono i miei figli? Posso far parte di Confindustria ugualmente? Penso che saremo tutti d'accordo nel rispondere negativamente. Magari gli industriali amici potranno darmi una mano a risollevarmi, magari potranno mantenere buoni rapporti con me e la mia discendenza...., ma se non soddisfo più i requisiti originari per poter far parte del club, ne sono fuori.

Allora, non attaccatemi subito, è ovvio che il mio è un esempio provocatorio e anche banale, ma alle volte semplificare aiuta ad arrivare al nocciolo della questione. Il "club nobiliare" non nasce con chissà quali presupposti morali o teologici, ma semplicemente riunisce quelle persone/famiglie che in un determinato luogo, tempo e contesto sociale rappresentavano "il meglio", erano quindi quelli "ricchi, potenti, influenti" che gestivano la cosa pubblica e militare; erano "gli anziani"; erano "i governanti"; erano "i capi"... Il club era più o meno aperto in base al tempo, al luogo ed alle necessità contingenti. Abbiamo visto più volte come la stessa Venezia, ma anche altri patriziati minori, ammettessero al loro interno famiglie di parvenu molto ricchi e che in quel momento servivano al club; altre volte erano più chiusi e stringenti nelle ammissioni. Ma sostanzialmente nell'epoca d'oro della nobiltà, quando il termine rispecchiava nella pratica la sua vera natura, il potere era del nobile e la cittadinanza era consapevole di ciò ed anzi affidava al nobile, personaggio ricco, acculturato (uno dei pochi che poteva permettersi una cultura), capace, l'incarico di gestire la res pubblica mentre i cittadini comuni vivevano la loro vita quotidiana tra lavoro, affari, casa e chiesa.
Torniamo al nostro esempio iniziale. La famiglia nobile apparteneva al club perché soddisfava dei requisiti (ricchezza, potere, prestigio, influenza...: alle volte non erano nemmeno sufficienti senza l'occasione giusta per essere ammessi, ma non complichiamo il discorso). Ma come possiamo considerare che la permanenza nel club fosse infinita e definitiva? Voi mi rispondete che i nobili facevano gruppo, si aiutavano a vicenda (bah, l'uomo è uomo in ogni gruppo ed in ogni tempo e tranne le dovute eccezioni non mi ci vedo tutti questi nobili filantropi che aiutano i loro "cugini" in difficoltà per mero spirito evangelico. Parliamoci chiaro: faceva più comodo avere in consiglio un Barnabotto che si poteva comprare insieme al suo voto per pochi spiccioli piuttosto che un altro nobile potente e influente che poteva metterci il bastone tra le ruote nella gestione della res pubblica). Ma al di là di tutta questa beneficenza, al di là degli ovvi alti e bassi che in secoli e generazioni ci possono stare all'interno di una famiglia, parliamo "terra terra": che senso ha considerare nobile una famiglia che non dispone più di quei requisiti che le permisero di entrare nel club? Se non è più ricca, potente, prestigiosa, influente, capace (economicamente/militarmente/civilmente), mi spiegate perché deve essere ancora considerata del club? E sto parlando di famiglia, non del singolo perché ci sta che un singolo non sia all'altezza dei suoi avi, ma se più discendenti si dimostrano incapaci; se più discendenti perdono il lustro della famiglia (non dal lato morale, proprio dal lato materiale, perché è quello che interessa il club nobiliare: la ricchezza, il potere, il prestigio per entrare nel club non erano dettati dalla moralità), sono ancora da considerarsi nobili?
Avete già risposto più volte: sì; magari poi dopo qualche generazione si riprendono e rientrano a pieno titolo nel club. Ma è da considerarsi un rientro o semplicemente un nuovo ingresso di una nuova generazione che ha dimostrato di avere quei requisiti che permisero agli avi di entrare nel club?
Sergio poi più volte distingue i requisiti "funzionali" della nobiltà (ricchezza/potere/prestigio/capacità) da quelli "deontologici" (moralità, consapevolezza del proprio essere, della propria storia, dei propria avi...). Ma il club era essenzialmente funzionale. Anche Confindustria ha un suo codice deontologico cui gli aderenti devono sottostare. Ma se mancano le industrie, i singoli membri possono dirsi tutti "bravi/buoni/belli", ma non sono più industriali. Così come la "deontologia" nobiliare è essenzialmente quella che potrebbe possedere una qualsiasi famiglia che cura la propria morale, che cura la propria storia, che cura la propria discendenza. Cosa la determina nobile? La sua funzione nella società e il suo riconoscimento pubblico in quella società, come appunto avveniva all'epoca in cui i cittadini demandavano al "club nobiliare" la gestione della res pubblica in modo più o meno determinante in base ai tempi ed ai luoghi. Ma se non si è in grado di svolgere quella funzione, rimane il codice deontologico: per carità, è sempre un aspetto positivo, ma è davvero quello che fa il nobile? Studiano la storia particolare e generale, sono dell'idea che ogni singolo personaggio abbia fatto il suo percorso, si sia adattato più o meno al codice deontologico e abbia svolto la sua funzione in modo più o meno capace.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda Memini » sabato 4 luglio 2015, 11:45

Nessuna volontà di attacco, tutt'altro, né alcuna volontà di portare altri ad aderire alle proprie convinzioni. Se siamo su questo sito è proprio perchè ognuno di noi possa correttamente e legittimamente esprimere le proprie opinioni: la verità assoluta non appartiene all'uomo.
Un punto fondamentale: in passato l'esercizio del potere,la influenza sugli affari, il peso sociale appartenevano in massima parte ad una classe "nobiliare", comunque creatasi nei secoli (cooptazione o infeudazione), molto restìa ad aggregare a sé quelli che considerava non adeguati: se lo faceva era soltanto perché si trattava di persone molto ricche, potenti, influenti ma conservava sempre una certa puzza sotto il naso nei confronti del parvenue (com'è noto, pecunia non olet......)
Oggi le persone ricche, potenti, influenti sono molto, troppo spesso, tutt'altro che "nobili" o ad essi assimilabili per la correttezza dei comportamenti; l'attuale ceto dirigente riempie di sé quotidianamente le pagine della cronaca nera con reati dal peculato all'appropriazione indebita alla malversazione, alla truffa, all' abuso di potere e chi più ne ha più ne metta: bisogna aspirare ad entrare in questo "club" che di fatto da qualche decennio ha soppiantato il vecchio ceto nobiliare nel'esercizio del potere ? E d'altronde, il vecchio ceto dirigente postunitario che era formato in massima parte da elementi di origine aristocratico-nobiliare offriva esempi di fior di galantuomini come di emeriti farabutti, con buona pace di chiunque. Ma questo è sempre stato così, giacché la permanenza al potere non qualificava positivamente nemmeno tutti i membri del ceto dirigente diciamo storico, intendendo così il Senato veneto piuttosto che gli "Alberghi" genovesi, o il Parlamento siciliano. Il genere umano è quello che è, con le sue virtù e i suoi vizi !
Pertanto oggi abbiamo "club" di vario tipo; da quelli che si basano sul potere finanziario ( e ne vediamo spesso l'operato) a quelli che, anche senza richiedere requisiti nobiliari, prestano attività di servizio (Lions, Rotary), ad alcuni prestigiosi Ordini cavallereschi nei quali l'accesso è ormai aperto a tutti a prescindere dall'entità del patrimonio personale ma che semmai dividono i propri membri in varie categorie, nobiliari e non, proprio secondo quelle caratteristiche di tradizione storico-genealogica che configuravano l'antica nobiltà. Del resto, se il fine è il servizio al sofferente, non ti serve avere una posizione influente in società, detenere un qualsivoglia potere economico, essere Console di vattelappesca ma soltanto conservare quel sincero spirito cristiano che fu all'origine di tali Ordini che solo successivamente diventarono clubs elitari e che, oggi, nella generalizzata decadenza del ceto nobiliare, si sono maggiormente aperti alla società civile. Pretendere di essere assimilati ad un ceto nobiliare al giorno d'oggi perchè si può esibire una dichiarazione dei redditi a 8 o 9 zeri suscita solo senso del ridicolo se i comportamenti pubblici sono quelli che diventano oggetto di cronache da rotocalco o,peggio, di indagini pesantissime da parte della Magistratura con esito spesso assolutamente disonorevole per l'indagato. Preferisco conversare con gente la cui famiglia ha goduto in un recente passato della legittima appartenenza al "club" (chiamiamolo così......) e ora non ne fa più parte per vari motivi piuttosto che partecipare a lussuosi ricevimenti in ville appartenute in passato a grandi famiglie e oggi in mano a squallidi personaggi ricchi, potenti, influenti che magari, per un residuo pudore,non possono proporsi in prima persona per l'ingresso nel "club" ma tentano di aprirne la strada a figli e nipoti, magari incolpevoli. Buon fine settimana [knight.gif]
Ultima modifica di Memini il sabato 4 luglio 2015, 12:04, modificato 2 volte in totale.
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Re: La privazione della nobiltà

Messaggioda GENS VALERIA » sabato 4 luglio 2015, 11:55

T.G.Cravarezza ha scritto:Da un lato mi piace la nostra discussione, ma dall'altro è sempre più palese la distanza delle nostre vedute a riguardo.
Provo con un nuovo esempio pratico.
Nel '900 (ma già dall'800) possiamo considerare con il termine "industriali" quei cittadini che svolgono un'attività economica di alto livello, possiedono un'azienda, stipendiano un elevato numero di operai, in base alla grandezza della loro azienda possono influire sulle scelte economiche/sociali della località in cui operano. Pensiamo, a titolo di esempio, ai vari celebri marchi quali Fiat, Illy, Lavazza, Caffarel, Pirelli, Borsalino, Gucci, Ducati, Valentino, Barilla et cetera ed alle rispettive famiglie che li hanno fondati e che continuano, in modo più o meno diretto, a gestirli. Ci sono ovviamente vari livelli di industriali, da quelli più piccoli a quelli internazionali, ma la categoria è abbastanza definita e chiara.
Come si entra nel club? Beh, possedendo quei requisiti necessari a definirsi industriali: avere un'azienda, operai... Con tali requisiti si può entrare a far parte, ad esempio, di Confindustria che rappresenta le imprese manifatturiere e di servizi italiane (circa 150mila imprese).
Ma se io soddisfo i requisiti per entrare in Confindustria, ci rimarrò a vita e per l'eternità? No, ci rimarrò fino a quando potrò soddisfare tali requisiti. Ci possono essere alti e bassi, magari per 10 anni la mia impresa sarà tra le prime d'Italia, poi ci potrà essere un calo per x motivi (generale del settore, ma anche per semplice incapacità mia o dei miei collaboratori o dei miei figli), poi ci potrà essere una ripresa.... fino a quando, magari dopo 100 anni, dopo due o tre generazioni, la mia industria fallisce. Io sono ancora un'industriale? Lo sono i miei figli? Posso far parte di Confindustria ugualmente? Penso che saremo tutti d'accordo nel rispondere negativamente. Magari gli industriali amici potranno darmi una mano a risollevarmi, magari potranno mantenere buoni rapporti con me e la mia discendenza...., ma se non soddisfo più i requisiti originari per poter far parte del club, ne sono fuori.

Allora, non attaccatemi subito, è ovvio che il mio è un esempio provocatorio e anche banale, ma alle volte semplificare aiuta ad arrivare al nocciolo della questione. Il "club nobiliare" non nasce con chissà quali presupposti morali o teologici, ma semplicemente riunisce quelle persone/famiglie che in un determinato luogo, tempo e contesto sociale rappresentavano "il meglio", erano quindi quelli "ricchi, potenti, influenti" che gestivano la cosa pubblica e militare; erano "gli anziani"; erano "i governanti"; erano "i capi"... Il club era più o meno aperto in base al tempo, al luogo ed alle necessità contingenti. Abbiamo visto più volte come la stessa Venezia, ma anche altri patriziati minori, ammettessero al loro interno famiglie di parvenu molto ricchi e che in quel momento servivano al club; altre volte erano più chiusi e stringenti nelle ammissioni. Ma sostanzialmente nell'epoca d'oro della nobiltà, quando il termine rispecchiava nella pratica la sua vera natura, il potere era del nobile e la cittadinanza era consapevole di ciò ed anzi affidava al nobile, personaggio ricco, acculturato (uno dei pochi che poteva permettersi una cultura), capace, l'incarico di gestire la res pubblica mentre i cittadini comuni vivevano la loro vita quotidiana tra lavoro, affari, casa e chiesa.
Torniamo al nostro esempio iniziale. La famiglia nobile apparteneva al club perché soddisfava dei requisiti (ricchezza, potere, prestigio, influenza...: alle volte non erano nemmeno sufficienti senza l'occasione giusta per essere ammessi, ma non complichiamo il discorso). Ma come possiamo considerare che la permanenza nel club fosse infinita e definitiva? Voi mi rispondete che i nobili facevano gruppo, si aiutavano a vicenda (bah, l'uomo è uomo in ogni gruppo ed in ogni tempo e tranne le dovute eccezioni non mi ci vedo tutti questi nobili filantropi che aiutano i loro "cugini" in difficoltà per mero spirito evangelico. Parliamoci chiaro: faceva più comodo avere in consiglio un Barnabotto che si poteva comprare insieme al suo voto per pochi spiccioli piuttosto che un altro nobile potente e influente che poteva metterci il bastone tra le ruote nella gestione della res pubblica). Ma al di là di tutta questa beneficenza, al di là degli ovvi alti e bassi che in secoli e generazioni ci possono stare all'interno di una famiglia, parliamo "terra terra": che senso ha considerare nobile una famiglia che non dispone più di quei requisiti che le permisero di entrare nel club? Se non è più ricca, potente, prestigiosa, influente, capace (economicamente/militarmente/civilmente), mi spiegate perché deve essere ancora considerata del club? E sto parlando di famiglia, non del singolo perché ci sta che un singolo non sia all'altezza dei suoi avi, ma se più discendenti si dimostrano incapaci; se più discendenti perdono il lustro della famiglia (non dal lato morale, proprio dal lato materiale, perché è quello che interessa il club nobiliare: la ricchezza, il potere, il prestigio per entrare nel club non erano dettati dalla moralità), sono ancora da considerarsi nobili?
Avete già risposto più volte: sì; magari poi dopo qualche generazione si riprendono e rientrano a pieno titolo nel club. Ma è da considerarsi un rientro o semplicemente un nuovo ingresso di una nuova generazione che ha dimostrato di avere quei requisiti che permisero agli avi di entrare nel club?
Sergio poi più volte distingue i requisiti "funzionali" della nobiltà (ricchezza/potere/prestigio/capacità) da quelli "deontologici" (moralità, consapevolezza del proprio essere, della propria storia, dei propria avi...). Ma il club era essenzialmente funzionale. Anche Confindustria ha un suo codice deontologico cui gli aderenti devono sottostare. Ma se mancano le industrie, i singoli membri possono dirsi tutti "bravi/buoni/belli", ma non sono più industriali. Così come la "deontologia" nobiliare è essenzialmente quella che potrebbe possedere una qualsiasi famiglia che cura la propria morale, che cura la propria storia, che cura la propria discendenza. Cosa la determina nobile? La sua funzione nella società e il suo riconoscimento pubblico in quella società, come appunto avveniva all'epoca in cui i cittadini demandavano al "club nobiliare" la gestione della res pubblica in modo più o meno determinante in base ai tempi ed ai luoghi. Ma se non si è in grado di svolgere quella funzione, rimane il codice deontologico: per carità, è sempre un aspetto positivo, ma è davvero quello che fa il nobile? Studiano la storia particolare e generale, sono dell'idea che ogni singolo personaggio abbia fatto il suo percorso, si sia adattato più o meno al codice deontologico e abbia svolto la sua funzione in modo più o meno capace.


Il tuo interessante apporto segue un certo filo logico ma parte da un presupposto , per me , errato.

Dall'inizio Ottocento la classe borghese/ industriale ha tentato e è anche praticamente riuscita , scimmiottandone lo stile di vita della nobiltà , a soppiantarla nella valenza giuridico funzionale ma , ricordiamo che la posta in gioco era qualcosa di molto concreto il capitale industriale, le officine , le fabbriche le quali potevano subire danni, essere soppiantate , essere mal dirette, ma indiscutibilmente erano un patrimonio ereditabile concretissimo. Fallita la fabbrica di famiglia l'eredità molto concreta poteva azzerarsi .

Dall'inizio dell'Ottocento il ceto nobile annullò in poche legislazioni il valore funzionale , fu estromessa dai privilegi giuridici le rimase qualcosa che non poteva essere pignorata , negata , tolta : la memoria storica e la cultura nobiliare ( non codice deontologico ) le quale rappresentano un'eredità immateriale intoccabile .
Una decadenza economico-politica-sociale può metterla “ in sonno” ma non eliminarla. Si può riporre in un cassetto l'anello ereditato dal nonno e dal padre aspettando l'occasione o la volontà di tornare ad indossarlo.

Due parole su ciò che definisci “club” :
l'uomo è un animale sociale ma vi sono individui che non amano schierarsi o riunirsi, come l'industriale che si trova a disagio nel suo ambito , per timidezza o ritrosia , altrettanti nobili vivevano e vivono una vita estremamente sobria e ritirata.
Con ciò, né gli uni né gli altri, non perdono nulla della loro personalità e dignità, anzi ...
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

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