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Alessio Bruno Bedini ha scritto: (...) Eppure esisteva in perpetuo e anche dopo alcune generazioni che si era persa, poteva essere recuperata.
Con tutte le eccezioni del caso naturalmente, ma in linea di massima era cosi..

Delehaye ha scritto:Punti di vista ... Allora io sono nobile!!!! Basta applicare ciò che affermi. Todos nobles!



Delehaye ha scritto:Che confusione... Ahahahah... Adesso ci vuole il riconoscimento regio?





...GENS VALERIA ha scritto: ...Tipici esempi sono il barone siciliano che non volle mai accettare l'autorità sabauda o l' austero ufficiale di di antica e provata nobiltà , che si vide richiedere dalla Consulta Araldica del R.d.I. tutti i documenti genealogici del casato per poter fregiarsi del titolo e si rifiutò tassativamente raccoglierli.
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(perdonami la battuta).T.G.Cravarezza ha scritto:Il problema che affligge Delehaye e su alcune questione anche il sottoscritto, riguarda appunto il riconoscimento della nobiltà e il suo perdurare.
Se tu Sergio mi confermi che non esiste una "nobiltà autoproclamatasi" e che è sempre necessario l'intervento di una F.H. (sia essa il sovrano o il Papa o un consiglio cittadino di nobili o patrizi o anche solo l'accettazione della nobiltà locale o dei sovrani confinanti et similia), questo significa che per quanto una famiglia possieda i requisiti tipici dei nobili (vive more nobilium da generazioni, è ricca, ha influenza, ha ricoperto cariche pubbliche...), fino a quando non ottiene il riconoscimento dello status nobiliare dalla F.H. (ripeto, sia essa il sovrano, ma anche la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino da parte dei nobili locali o il trattamento dei regnanti confinanti ai Malatesta del ruolo di "Signore") non si è nobili.
T.G.Cravarezza ha scritto:Pertanto se serve quindi un'azione esterna alla famiglia, significa che lo status è qualcosa di "concesso", non un diritto naturale e inalienabile, perché altrimenti sarebbe appunto automatico, naturale e non necessitante di un'azione di terzi (vuoi il brevetto del sovrano, vuoi la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino...).
T.G.Cravarezza ha scritto:A questo punto, come l'Autorità inserisce la famiglia Pinco Pallo nel ceto nobiliare (vuoi con brevetto del sovrano, vuoi con la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino) e quindi ti concede determinati diritti doveri a seguito di tale inserimento, allo stesso tempo tale Autorità può toglierti da quel ceto nobiliare (vuoi con atto regio, vuoi tramite esilio o espulsione dal consiglio nobiliare cittadino). Se il consiglio nobiliare di Lucca domani decidesse che la famiglia Pinco Pallo per x motivi (reati, perdita di influenza...) è espulsa dal consiglio nobiliare e/o esiliata dalla città, quella famiglia non è più nobile, perché l'Autorità non le riconosce più il suo status, non le concede più i diritti di quello status. Poi tu puoi andare in giro a raccontare di essere discendente di avi nobili, puoi lamentarti finché vuoi, ma se l'Autorità che legifera a riguardo non ti riconosce più lo status nobiliare, tu non sei più nobile.
T.G.Cravarezza ha scritto:Così vale per il cambio di Autorità sovrana. Se nella città sovrana di Cuneo il governo è gestito da un consiglio di famiglie a cui è riconosciuto lo status nobiliare (perché sono loro stesse l'Autorità sovrana) con specifici diritti/doveri (c'è una legislazione cittadina che prevede norme a riguardo con privilegi sulle tasse et similia) e se tale città è conquistata da un altro Stato che spazza via la legislazione e il governo locale, quelle famiglie, dopo il cambio di governo, se non c'è un provvedimento specifico dell'Autorità sovrana "nuova", non sono più nulla, non fanno più parte del ceto nobiliare né sono destinatari di specifici diritti poiché la loro posizione nobiliare esisteva non in virtù di un diritto naturale, ma perché esisteva una legislazione nobiliare emanata da un'Autorità sovrana (in quel caso il loro stesso consiglio cittadino oppure un provvedimento di un Re et similia) che prevedeva lo status nobiliare e li aveva riconosciuti nobili. In mancanza di tale legislazione e di tale Autorità, loro non sono più nobili ma al massimo discendenti di avi che furono nobiliE se ancora in vita quegli stessi nobili, al massimo possono essere dei "pensionati nobili"
(perdonami la battuta).
Tutto il contendere è solo su questo: se la nobiltà, per essere tale, deve essere riconosciuta da un'Autorità, significa che non è diritto naturale, non è automatica, non è autoproclamata e di conseguenza come deve ottenere il riconoscimento, così il riconoscimento lo si può perdere vuoi perché te lo toglie l'Autorità che te lo ha concesso o perché cambia la legislazione e/o l'Autorità sovrana locale. Questa almeno è la mia posizione considerando la nobiltà uno status obbligatoriamente pubblico e destinatario di diritti/doveri da parte della legislazione e dell'Autorità e quindi in assenza di tale riconoscimento pubblico non posso considerare permanente e valido tale status.


Alessio Bruno Bedini ha scritto:Ne abbiamo discusso altre volte.
Ciò che l'autorità faceva è togliere il brevetto, il titolo, l'ammissione ai seggi ma MAI alcuna autorità ha tolto la nobiltà.
Occorre riflettere su questa cosa perché è l'ulteriore dimostrazione che la nobiltà nessuno poteva distruggerla.
La nobiltà è la storia e la storia non si cancella(va).
Nel momento in cui viene meno tale partecipazione, nel momento in cui la famiglia è espulsa dalla città, è consequenziale che non appartenga più al ceto nobiliare perché non gode più di quei diritti (o magari, come in alcuni casi storici, non ha "tutti" quei diritti), non è più tenuta a quei doveri e non svolge più il ruolo deputato alla nobiltà locale. Se poi quella famiglia va in altra città e l'altra città decide di inserirla nel ceto nobile, benissimo, tale città, per l'Autorità che le compete, può farlo, ma non lo farà in virtù di un diritto inalienabile di quella famiglia, ma perché quella famiglia risponde ai requisiti utili a quella città per essere ammessa nel ceto nobiliare e sarà ammessa a totale discrezione del consiglio di quella città. Insomma, la discriminante non sarà "solo" la nobiltà passata, quanto l'utilità che quella famiglia dimostrerà per la nuova Autorità. Che poi ci fossero famiglie che persero magari la ricchezza ma mantennero la posizione nobiliare, non inficia il mio discorso perché comunque spesso svolgevano ancora il loro ruolo, mantenevano la loro influenza, partecipavano comunque alle sedute del consiglio.... insomma, erano nobili perché tali erano riconosciuti pubblicamente e ne godevano diritti e doveri. Ma se una di quelle famiglie fosse stata espulsa dal Consiglio o non potendo adempiere ai doveri richiesti non potesse più svolgere quanto richiesto per la sua posizione, è inevitabile che, pur in assenza di un documento di privazione della nobiltà, essa non possa più essere considerata famiglia nobile proprio perché non corrisponde più a quanto previsto per quello status.


T.G.Cravarezza ha scritto:Il problema che affligge Delehaye e su alcune questione anche il sottoscritto, riguarda appunto il riconoscimento della nobiltà e il suo perdurare.
Se tu Sergio mi confermi che non esiste una "nobiltà autoproclamatasi" e che è sempre necessario l'intervento di una F.H. (sia essa il sovrano o il Papa o un consiglio cittadino di nobili o patrizi o anche solo l'accettazione della nobiltà locale o dei sovrani confinanti et similia), questo significa che per quanto una famiglia possieda i requisiti tipici dei nobili (vive more nobilium da generazioni, è ricca, ha influenza, ha ricoperto cariche pubbliche...), fino a quando non ottiene il riconoscimento dello status nobiliare dalla F.H. (ripeto, sia essa il sovrano, ma anche la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino da parte dei nobili locali o il trattamento dei regnanti confinanti ai Malatesta del ruolo di "Signore") non si è nobili. Pertanto se serve quindi un'azione esterna alla famiglia, significa che lo status è qualcosa di "concesso", non un diritto naturale e inalienabile, perché altrimenti sarebbe appunto automatico, naturale e non necessitante di un'azione di terzi (vuoi il brevetto del sovrano, vuoi la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino...).
A questo punto, come l'Autorità inserisce la famiglia Pinco Pallo nel ceto nobiliare (vuoi con brevetto del sovrano, vuoi con la cooptazione nel consiglio nobiliare cittadino) e quindi ti concede determinati diritti doveri a seguito di tale inserimento, allo stesso tempo tale Autorità può toglierti da quel ceto nobiliare (vuoi con atto regio, vuoi tramite esilio o espulsione dal consiglio nobiliare cittadino). Se il consiglio nobiliare di Lucca domani decidesse che la famiglia Pinco Pallo per x motivi (reati, perdita di influenza...) è espulsa dal consiglio nobiliare e/o esiliata dalla città, quella famiglia non è più nobile, perché l'Autorità non le riconosce più il suo status, non le concede più i diritti di quello status. Poi tu puoi andare in giro a raccontare di essere discendente di avi nobili, puoi lamentarti finché vuoi, ma se l'Autorità che legifera a riguardo non ti riconosce più lo status nobiliare, tu non sei più nobile.
Così vale per il cambio di Autorità sovrana. Se nella città sovrana di Cuneo il governo è gestito da un consiglio di famiglie a cui è riconosciuto lo status nobiliare (perché sono loro stesse l'Autorità sovrana) con specifici diritti/doveri (c'è una legislazione cittadina che prevede norme a riguardo con privilegi sulle tasse et similia) e se tale città è conquistata da un altro Stato che spazza via la legislazione e il governo locale, quelle famiglie, dopo il cambio di governo, se non c'è un provvedimento specifico dell'Autorità sovrana "nuova", non sono più nulla, non fanno più parte del ceto nobiliare né sono destinatari di specifici diritti poiché la loro posizione nobiliare esisteva non in virtù di un diritto naturale, ma perché esisteva una legislazione nobiliare emanata da un'Autorità sovrana (in quel caso il loro stesso consiglio cittadino oppure un provvedimento di un Re et similia) che prevedeva lo status nobiliare e li aveva riconosciuti nobili. In mancanza di tale legislazione e di tale Autorità, loro non sono più nobili ma al massimo discendenti di avi che furono nobiliE se ancora in vita quegli stessi nobili, al massimo possono essere dei "pensionati nobili"
(perdonami la battuta).
Tutto il contendere è solo su questo: se la nobiltà, per essere tale, deve essere riconosciuta da un'Autorità, significa che non è diritto naturale, non è automatica, non è autoproclamata e di conseguenza come deve ottenere il riconoscimento, così il riconoscimento lo si può perdere vuoi perché te lo toglie l'Autorità che te lo ha concesso o perché cambia la legislazione e/o l'Autorità sovrana locale. Questa almeno è la mia posizione considerando la nobiltà uno status obbligatoriamente pubblico e destinatario di diritti/doveri da parte della legislazione e dell'Autorità e quindi in assenza di tale riconoscimento pubblico non posso considerare permanente e valido tale status.
P.S. Io poi non sono così rigido per cui pretendo che ci sia uno scritto formale e ufficiale dell'Autorità per dichiarare una famiglia nobile, ma accetto che debba essere valutato anche il contesto. Cioè, per me è ovvio che i Malatesta furono nobili anche se magari manca, per il primo periodo, un "brevetto" di un sovrano che conceda loro un titolo. Ma è sufficiente che loro ricoprissero quel ruolo tipico del ceto nobiliare del loro periodo, che fossero riconosciuti dai sovrani e dai confinanti come "Signori" (quindi dominus, quindi padroni, quindi governanti) del loro territorio, che andando in visita a Milano fossero ricevuti quali "Signori di Rimini": tutte queste situazioni fungono da "riconoscimento" da parte dell'Autorità della loro posizione (a parte il fatto che loro stessi erano autorità nel loro territorio). E' però altrettanto consequenziale che nel momento in cui perdono la signoria (per "x" motivi: dalla sconfitta militare...), perdono anche il loro status a meno che lo stesso non gli sia riconosciuto dalla nuova Autorità e legislazione locale.
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