Prendo spunto da una notizia di qualche giorno fa per chiedere chiarimenti su una questione storico-giuridica, non attinente agli argomenti di cui si occupa il forum, ma mi permetto di porre ugualmente i miei dubbi, conoscendo le competenze di alcuni utenti.
Una dattilografa che lavorava nel campo di concentramento di Stutthof è stata riconosciuta colpevole di complicità nell'omicidio di 10.500 persone perché, pur essendo a conoscenza di ciò che avveniva nel campo, non ha fatto nulla per fermare le uccisioni.
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Mi chiedo quindi sulla base di quale norma giuridica si è potuto emettere tale condanna. Tra l'altro il processo si è svolto in modo preciso e scrupoloso, infatti la condanna è stata emessa da un tribunale "giovanile" (corrispondente al nostro tribunale minorile) data la giovane età dell'imputata all'epoca dei fatti.
Inoltre, se ben ricordo, il celebre saggio di Hannah Arendt riporta che Eichmann si difese affermando che i capi d'accusa che gli erano imputati non erano considerati reati nel luogo e nel momento in cui lui li avrebbe commessi e pertanto il processo non avrebbe dovuto aver luogo.
Anche al Processo di Norimberga, sempre se non mi sbaglio, era stato fatto notare che si stava applicando retroattivamente delle leggi, mentre altre erano basate su convenzioni internazionali a cui la Germania non aveva aderito.
Tralasciando i capi di accusa legati all'aver dato inizio a una guerra e la giustificazione di aver solo eseguito degli ordini, dal punto di vista meramente legale (su quello morale non si discute), sono (tutte) corrette le condanne per i crimini nazisti legati allo sterminio degli ebrei?
