Nobiltà e valori del vecchio Piemonte

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Nobiltà e valori del vecchio Piemonte

Messaggioda alfabravo » domenica 16 agosto 2009, 17:57

NOBILTA’ E VALORI DEL VECCHIO PIEMONTE
Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su "Il Giornale del Piemonte" del 15 Agosto 2009

Le migliaia di persone che salgono a Chianale per il celebre Concerto di Ferragosto dell’Orchestra “Bruni” di Cuneo o a Casteldelfino per quello della “ Conte Falletti” si raccolgono in una tra le terre più contese e ricche di storia del Vecchio Piemonte. La “Castellata”, di cui bene scrisse don Claudio Allais nel 1891, fu per secoli dominata dalla Francia, che da lì irrompeva contro i marchesi di Saluzzo prima, i duchi di Savoia poi: una vicenda che durò sino a quando Vittorio Amedeo II l’acquisì alla sua corona (trattato di Utrecht, 1713) e ne fece un antemurale contro possibili invasioni da ovest e la base di assalti contro la “sorella latina”, come ancora accadde nella Battaglia delle Alpi Occidentali del giugno 1940.
Gli Alfazio o Alfassio Grimaldi, Alberto Tomaso Saluzzo di Paesana e Gaspare Orazio Franchi di Pont (ovvero di Ponte Chianale) nel 1734 vennero elevati a signori dei luoghi, ovvero a responsabili del rapporto tra Corona e popolazione. Quello era infatti il nodo della nobiltà piemontese: un enigma, come ha scritto Andrea Merlotti, perché in gran parte i nobili erano tali anzitutto per pubblico riconoscimento, poi suggellato dal “consegnamento d’arme” quale premio per il servizio reso al sovrano, allo Stato.
Per far riscoprire quel mondo la Società per le scienze sussidiarie della storia ha promosso la ristampa anastatica del Libro d’Ono della Nobiltà italiana, già edito dal Collegio Araldico in 29 volumi. I primi tre hanno la prefazione di Aldo G. Ricci, sovrintendente all’archivio centrale dello Stato, recentemente insignito del Premio Nazionale Carducci per la saggistica storica. Il Libro d’Oro, spiega il curatore, è la mappa della classe dirigente nel lungo trapasso dalla proclamazione del Regno d’Italia (1861) al consolidamento dello Stato, il cui avvento non cancellò affatto la dirigenza preesistente. La Monarchia la acquisì anzi sia nel Senato, che era di nomina regia, vitalizio e pressoché ereditario per le grandi famiglie, sia nelle diverse cariche pubbliche: prefetti, ufficiali delle forze armate, magistrati... Il re d’Italia riconobbe la nobiltà creata dalle Case preunitarie, quale risultava da un processo plurisecolare, persino millenario. Parimenti riconobbe la nobiltà pontificia, incardinata sulla sovranità del Papa e sui Principi della chiesa, i cardinali, che nei ricevimenti a Corte precedevano persino di cavalieri della Santissima Annunziata, malgrado questi avessero rango di “cugini del Re”.
La ristampa dell’ Albo d’Oro è introdotta da alcuni saggi, tra i quali spicca quello sulla Consulta Araldica, scritto dal novarese Aldo Pezzana, marchese Capranica del Grillo, presidente della Società Dimore Storiche Italiane. Figlio di alto ufficiale internato in Germania nel 1943, Pezzana è autore di un delizioso memoriale Saluzzo, 1937-1946 pubblicato in tiratura limitata, meritevole di ampia circolazione. Il fondo archivistico della Consulta è invece illustrato da Francesca Romana Scardaccione.
Chi voglia gustare gl’intrecci di mille anni di nobiltà piemontese con la storia generale, nei suoi aspetti ora drammatici, ora felici, sempre esaltanti, può avventurarsi nelle affascinanti pagine che, su impulso dell’indimenticabile Eddy Sogno del Vallino, Tomaso Vialardi di Sandigliano ha scritto sul Libro degli Ospiti (1921-1991),ed. Widerholdt Frères (www.widerholdt.it), conservato al Torrione, il Castello avito, due passi dal Castello di Verrone a sua volta indagato dall’Autore in un eccellente volume (Savigliano Ed. L’Artistica).
“Quel che fu torna e tornerà per sempre” si legge in un cartiglio della goliardia torinese quando anch’ essa era un ordine iniziatico. E’ la percezione che si trae percorrendo il Vecchio Piemonte. Il recupero dell’identità, di cui tanto oggi si parla, passa anzitutto attraverso la memoria storica, l’individuazione del ruolo svolto dalle classi dirigenti animate da orgoglio di sé, alto senso della responsabilità verso la Corona e la popolazione, gusto irrinunciabile della libertà. I suoi cardini furono gerarchia e meritocrazia, nella consapevolezza che si vinceva e si perdeva tutti insieme ed è vano, anzi spregevole, pensare di scamparla portando un gruzzolo all’estero anche perché i sovrani erano divisi in tutto ma solidali nel rispettare e far rispettare il caposaldo dei valori comuni: la lealtà verso il proprio paese, la propria gente, l’onore quale valore fondante. Certi vocaboli sembravano cancellati per sempre. Ora se ne sta riscoprendo la carica vitale.
Aldo A. Mola

Ritter
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Re: Nobiltà e valori del vecchio Piemonte

Messaggioda Pasquale M. M. Onorati » lunedì 17 agosto 2009, 23:46

Ritter ha scritto: Per far riscoprire quel mondo la Società per le scienze sussidiarie della storia ha promosso la ristampa anastatica del Libro d’Oro della Nobiltà italiana, già edito dal Collegio Araldico in 29 volumi...


Gentile Ritter,
a chi bisogna rivlgersi per avere maggiori informazioni in merito?
Grazie e buonanotte.
Fructum affert in patientia
Pasquale M. M. Onorati
 
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Re: Nobiltà e valori del vecchio Piemonte

Messaggioda alfabravo » martedì 18 agosto 2009, 8:21

Egr. Sig. Onorati,

mi sono limitato a riportare quanto ho trovato in rete. Purtroppo non ho rintracciato un sito o un indirizzo della Società per le scienze sussidiarie della storia.
Credo comunque che contattando direttamente il professor Mola (dovrebbe abitare a Torre San Giorgio, provincia di Cuneo) avrà riposte adeguate ai suoi quesiti.

Distinti saluti da Ritter
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