Segnalo a chi non leggesse il Corriere della Sera che nella quotidiana rubrica di Sergio Romano la lettera del giorno oggi è la seguente:
PRINCIPI, CONTI, MARCHESI L’USO DEI TITOLI NOBILIARI
I titoli nobiliari in Italia non sono più riconosciuti da tempo. È vero che, nella maggior parte dei casi, si tratta di una particolare forma di cortesia nei riguardi della tal personalità invitata ai microfoni, principe o conte che sia. Ma non sarebbe opportuno eliminarli definitivamente?
Carlo Radollovich , carlo.radollovich@libero.it
Caro Radollovich,
Nella quattordicesima disposizione transitoria della carta costitu zionale italiana è scritto: «I titoli nobiliari non sono riconosciuti.
I predicati di quelli esistenti prima del 28 otto bre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato e funziona nei modi stabiliti dalla legge. La legge regola la soppressione della Consulta Araldica».
L’obiettivo dei costituenti era semplice. Volevano evitare che i titoli nobiliari conferissero ai loro titolari il benché minimo privilegio. Ren devano omaggio alla tradizione permettendo che il predicato continuasse a fare parte del cognome, ma negavano questo diritto ai titoli conferiti dal re in epoca fascista: tanto per fare un esempio i discendenti di Cesare Maria De Vecchi non sarebbero stati autorizzati a chiamarsi «De Vecchi di Val Cismon», dal nome della località in cui il quadrumviro fascista aveva combattuto nell’ottobre 1918.
Soppressero la Consulta araldica perché l’Italia non aveva più bisogno dell’ente pubblico a cui spettava il compito di certificare la validità dei titoli nobiliari. Istituita nel 1869, la Consulta era necessaria in un Paese dove i titoli formavano, assai più che altrove, una intricata stratificazione geologica. Vi erano i titoli conferiti dal Sacro Romano Imperatore, quelli del Papa, quelli napoleonici, quelli delle dinastie preunitarie e dei Savoia: una giungla in cui non era diffici le contrabbandare titoli inesistenti. Quanto all’Ordine Mauriziano (una istituzione sabauda simile per alcuni secoli all’Ordine di Malta) i re dattori della XIV disposizione si limitarono a farne ciò che era ormai da molto tempo: un’opera pia.
I costituenti hanno raggiunto tutti gli scopi che si erano prefissi, ma lei vorrebbe, caro Radollovich, che i titoli nobiliari venissero formalmente espulsi anche dal linguaggio corrente. A me sembra che vi siano almeno tre buone ragioni per lasciare le cose come stanno. In primo luogo non credo che fra i compiti dello Stato vi sia quello di scrivere il Galateo. Ci provò Mussolini quando impose l’uso del Voi e non vorrei che qualcuno cercasse di imitarlo. In secondo luogo i titoli appartengono al nostro passato e sono spesso un’occasione per rievocare, nelle conversazioni private e nel discorso pubblico, le antiche vicende del la penisola. E in terzo luogo vi sono altre debolezze umane, molto più pericolose.
Il testo è comunque reperibile sul sito del Corriere.
Federico
