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L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 15:07
da RFVS
Si parla sempre degli appellativi riferiti ai mariti, ai maschi....ma quando negli atti il marito non ha appellativo e la moglie sì, come bisogna ragionare?

Siamo nelle Marche, 1600 e 1700: In una serie di atti parrocchiali i maschi non presentato alcun tipo di appellativo, mentre le donne, moglie e madri, son chiamate "D.na"

come interpretare questa cosa?

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 15:15
da fabrizio guinzio
Mi sembra un bellissima manifestazione di educazione/cavalleria da parte degli estensori degli atti. Ne esistono altri esempii in area? Ciao, Fabrizio

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 15:28
da Messanensis
RFVS ha scritto:Siamo nelle Marche, 1600 e 1700: In una serie di atti parrocchiali i maschi non presentato alcun tipo di appellativo, mentre le donne, moglie e madri, son chiamate "D.na"


Tutte le donne presentano l'appellativo di D.na o ciò accade solo in alcuni casi?

Può darsi che le donne che presentano questo appellativo provengano da una famiglia con una posizione sociale più elevata rispetto a quella del marito.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 16:22
da RFVS
non tutte le donne lo hanno.
5 su otto sì e le altre no.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 16:24
da RFVS
...quasi dimenticavo.

delle donne non vien mai riportato il cognome, tranne di alcune e la famiglia dei mariti era della media borghesia cittadina.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 18:38
da Messanensis
Un'ipotesi può essere quella che ho già scritto.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 19:27
da ilvicerè
Appoggio pienamente la tesi dell'amico Messanensis,
nel caso, un mio antenato, artigiano e, quindi, Magister, sposa la figlia di un aromatario e personaggio politico di rilievo dell'epoca, la quale mantiene fino alla morte l'appellativo di Donna. Contrariamente a quanto possa sembrare (solitamente la moglie di un conte è pur sempre una contessa, pur essendo figlia di un principe) nelle famiglie medio borghesi c'era questa forma di "rispetto" della posizione sociale di provenienza.
Saluti.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: lunedì 14 aprile 2008, 19:48
da RFVS
ottime informazioni, grazie!

quindi, mi dite, è probabile che le donne provenissero da un ceto solciale superiore e per questo gli è stato mantenuto il rispetto della condizione di provenienza con l'appellativo di D.na
In effetti l'ipotesi sembra non fare una piega. :D

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: martedì 15 aprile 2008, 7:14
da Messanensis
Dice bene ilvicerè.
Faccio un altro esempio. Nei primi del 600 in Sicilia il titolo di Don non era inflazionato come lo fu in seguito e per poterlo utilizzare si doveva pagare. Così molti nobili non avevano diritto ad essere appellati con il Don e quindi venivano chiamati semplicemente con nome e cognome. Quando sposavano la figlia di una persona a cui era attribuito il Don, questa continuava a ricevere il trattamento di Donna. Si avevano perciò diversi casi in cui i due coniugi, pur essendo entrambi nobili, avevano un diverso trattamento.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: martedì 15 aprile 2008, 10:21
da RFVS
eh, ma in questo caso quantomeno la famiglia dei mariti non apparteneva alla nobiltà cittadina, al massimo faceva parte dlle famiglie di cittadinanza.
Per le famiglie delle mogli invece non saprei. Quelle che presentano il cognome potrebbero anche aver fatto parte del ceto nobile, ma non so dirlo ora come ora. Sono le famiglie Minicheli/Minichelli e del Parente, tutte di Macerata e, a quanto sembra, estinte.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: martedì 15 aprile 2008, 11:02
da inquisitor86
Mi permetto di portare due esempi, della zona di Faenza, che concordano in tutto e per tutto con quanto detto da voi in precedenza.
Un primo esempio riguarda una certa "D.na (o D.D.) Barbara q. Alexandri de Padovanis"(inizi XVII sec.), appartenente ad una antica e nobile famiglia così ricordata da uno dei maggiori storici bisighellesi: "...la fameglia de Padovanis nella Valle del Lamone,..., sin'ad hoggi si mantiene l'insegna del casato da Alberto (de' P.) inventata; il quale, in memoria dell'opera che egli haveva fatta, di fortificare il sodetto suo castello da Ezzelino da Romano soprannominato il Balbo, come a suo fedele et esperto capitano donatole, e del dominio di lui, volle che fosse composta, come è, di monti e rose, circa gli anni del Signore 1180, per quanto si cava dall'operetta stampata sopra l'origine di questa famiglia...nel 1631e dedicata all'eccellentissimo signore Alessandro, gentilhuomo...dalla medesima famiglia discendente..."("Comentario di Val d'Amone" - F.M.Saletti - ca.1660)
Un secondo esempio riguarda una certa "D.na Maria q. filia Alexandri alias Sandro de Cavinis" (inizi XVII sec.): la famiglia Cavina (de Caviniis) fu molto importante dal punto di vista militare e politico nella valle del Lamone e a Faenza. Fu nobilitata e mantenne il titolo comitale fino alla metà del '900.

Ho potuto però constatare che nè i mariti, nè i parenti della moglie venivano ricordati negli atti notarili da me consultati (in quelli, cioè, dove figuravano anche le mogli) con i loro consueti appellativi. Così, per esempio, il fratello della sopra citata d.na Maria Cavina, Francesco Cavina, notaio, non viene assolutamente ricordato con il consueto appellativo riservato ai notai o con diverso appellativo che sarebbe invece stato consono per il prestigio della famiglia.
Come è altresì da notare, nel primo esempio, Alessandro Padovani, diversamente nominato dal Saletti, nell'atto notarile da cui ho tratto il nome della figlia, non è ricordato con nessun appellativo.
Saluti
Andrea G.

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: martedì 15 aprile 2008, 12:50
da Luca
Forse dipenderà dalla zona e dalla inclinazione del parroco che redigeva gli atti, comunque mi è capitato di trovare l'appellativo "d.", "d.na" o persino madonna anche per donne di origine popolana!
Paese che vai...

Luca

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: venerdì 18 aprile 2008, 22:05
da fabrizio guinzio
Penso che si possa parlare, in tanti casi, di appellativi di cortesia. Mi ripeto: li trovo sintomo di educazione e rispetto per le donne; molti diplomatici turchi, sia in Austria che negli stati italiani, hanno espresso un mix di stupore-ammirazione-perplessità per il comportamento cavalleresco(a cominciare dall'Imperatore S.R.I. e gentiluomini del seguito) verso le donne, naturalmente di qualsiasi status esse fossero! Ciao, Fabrizio

Re: L'interpretazione di un appellativo

MessaggioInviato: sabato 19 aprile 2008, 8:02
da RFVS
tutto giustissimo e condivisibile, ma qui si parla di atti parrocchiali per lo più del 1600.