pierluigic ha scritto:-
Per Nessuno
La penso allo stesso modo
i primi modi di cognomizzazione ( quasi sempre non definitivi ) sono legati ai luoghi su cui si detenevano poteri signorili e a famiglie che detenevano cariche perlopiu ecclesiastiche ( come per quelle famiglie che sostituivano i Vescovi nei vuoti della carica )
poi e' seguita la forma "i filii di ............." o "i nipoti di ............"
Nei nostri studi io cerco sempre di porre in rilievo come non si possa prescindere dalla conoscenza di un intervallo di datazione dei primordi della araldica e della cognomizzazione
Escludendo per ora Venezia ( che va studiata a parte ) credo che la molla che ha favorito il passaggio dal sistema patronimico al sistema cognominale sia stata l'araldica
Il segno grafico in una societa' in gran parte analfabeta io credo abbia avuto il potere dirompente di congelare il patronimico e farlo divenire cognome
E questo credo sia avvenuto quasi ovunque in Italia nel corso del XII secolo
Credo non si possa prescindere da questa conoscenza perche' questa datazione sbugiarda tutti quegli assurdi studi genealogici che pretendono di dare uno stemma ai paladini o un cognome alle famiglie del ceto dirigente. Ma non solo . A Firenze ne viene sbugiardato il cronista Giovanni Villani e Dante Alighieri stesso. Questi sbagliavano in buona fede proiettando la loro realta' ai secoli precedenti
Dante Alighieri ci racconta :
............che il marchese Ugo di Toscana concesse il cingolo militare e il privilegio di inserire il suo stemma i "tre pali d’argento in campo rosso” nel loro a poche ( e quindi di antichissima nobiltà ) famiglie fiorentine
Dante ci racconta cio' che lui credeva vero ai primi del trecento
Dante credeva vero che Ugo di Toscana avesse un suo blasone. Oggi sappiamo che non era possibile
Ma questo ci dice qualcosa in piu'
Ci dice che qualche erudito molto prima di Dante aveva assegnato al Marchese Ugo un'insegna parto della sua fantasia ,
Nella convinzione che ogni grande uomo dell'antichita' avesse uno stemma suo , gli eruditi del XIII secolo avevano cioe' inventato cio' che non trovavano e lo avevano cosi imposto alla convinzione comune
Dante Alighieri ha fatto da cassa di risonanza a questa invenzione fino ai giorni nostri
Giovanni Villani nomina a ridosso del 1000 una infinita' di famiglie con un cognome che oggi sappiamo dai documenti coevi non potevano ancora avere
Altrettanto giuste le considerazioni sul diverso peso sociale dei rami dell'albero genealogico di una famiglia
Niente di nuovo sotto il sole. Anche oggi come ieri in uno stesso albero ci sono i parenti potenti e quelli impotenti
Durante l'ancien regime i genealogisti e le stesse famiglie operarono una potatura degli alberi eliminando i parenti poveri che creavano disdoro e che avrebbero potuto creare complicazioni ereditarie nei frequenti fedecommesso
Per cui l'unica strada percorribile oggi per eventuali rami secondari utile a dimostrare non trattarsi di omonimia ma di parentela e' una seria ricerca genealogica
Chiederei a Nessuno di aggiungere le considerazioni sui documenti cremonesi ( molto interessanti ) anche sul post
http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=6&t=23279&p=255187&hilit=bizzocchi#p255187in modo che possa essere un post ancora piu' utile
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Esattamente, sono d'accordissimo con Lei. Di fatto, anche Cremona, come, praticamente, quasi tutta Italia, ha avuto la sfortuna onomastica di essere passata sotto il giogo dei popoli germanici che non avevano un cognome e viaggiavano di patronimico. Del resto, come dice giustamente Lei, una realtà praticamente mai recisa dall'albero della tradizione onomastica romano-bizantina come Venezia deve essere studiata a parte.
Per quanto riguarda le considerazioni sui rami meno importanti dei vari alberi genealogici, sono ancora più che d'accordo con Lei. Tuttavia, almeno nella zona del cremonese, tale operazione è ritardata, per quanto ho potuto constatare nei miei studi, al periodo spagnolo: durante tale dominazione, infatti, si ha il lento ma costante smantellamento di tutto il sistema preesistente, che era assai variegato in quanto alla stratificazione sociale. Ad esempio, esistevano anche i
nobiles loci: famiglie di nobili rurali senza un titolo ma legalmente riconosciute come nobili e, almeno nei casi che ho potuto constatare, di condizione nobile
ab immemorabili (questa volta scrivo da pc e gli aggettivi della seconda classe non sono più un problema
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), in quanto non esiste una data di inizio della loro nobiltà. Ho raccolto anche prove del declino inesorabile di tale forma di nobiltà, voluto dagli spagnoli e, ahimè, anche dal patriziato di Cremona città. Mi è capitata tra le mani, dopo lunghe ricerche, una lamentela di una famiglia di
nobiles loci di Casalbuttano, i Mangioni (famiglia di cui sicuramente nessuno ha mai sentito parlare, in quanto non appare in nessun osannato elenco ufficiale e il cui stemma è assolutamente sconosciuto) ancora nella seconda metà del Quattrocento, scrivevano a Galeazzo Maria Sforza chiedendogli di aiutarli nel far valere la loro nobiltà, già riconosciuta da Francesco Sforza e addirittura dai Visconti, ma completamente calpestata dai decurioni di Cremona. Molte altre famiglie di
nobiles loci (in verità, non molte) sono riuscite a sopravvivere per maggior tempo solamente grazie ai legami familiari con famiglie del decurionato cittadino... per poi finire nell'oblio del mancato riconoscimento del loro ceto una volta terminate tali connessioni. Del resto, nessun membro di tali famiglie era denominato nob: d. negli atti: la condizione di nobiltà viene alla luce solamente nei documenti ufficiali. Ancora nel primo decennio del Cinquecento i Veneziani si sono premurati, durante il loro brevissimo periodo di dominazione su Cremona (che siano benedetti!) di fare dei censimenti per far pagare a tutti le tasse. Orbene, in tali censimenti le vecchie famiglie dei nobiles rurali erano normalmente censite come nobili senza tanti problemi.
Per rendere l'idea delle connessioni tra membri del patriziato cittadino e tali famiglie di piccoli nobili rurali, posso citare numerosissimi esempi: i Corbani di Annicco che avevano vincoli matrimoniali nel Quattrocento con alcuni rami dei Mainardi patrizi migrati in Annicco stessa, i Pasini di Casalbuttano che avevano vincoli matrimoniali ancora a metà Cinquecento con gli Schinchinelli (un Battista Pasini, di professione calzolaio e nobiletto del luogo di Casalbuttano, aveva sposato la figlia del giureconsulto e nobile patrizio cremonese Carlo Schinchinelli, di quella famiglia che neppure due generazioni dopo diventerà, grazie agli spagnoli, feudataria di Casalbuttano), i Lanzoni di Casalbuttano che avevano vincoli matrimoniali con i Sommi patrizi cremonesi (per esempio, un Antonio Lanzoni era sposato con Francesca Sommi, figlia del patrizio Buzzaccaro, il quale era addirittura imparentato, grazie alla madre, con gli Attendolo). E ne avrei anche altri di esempi che si sprecano. Vogliamo parlare di stemmi? Quelle famiglie, ancora nel Seicento, cioè in un periodo in cui ormai non hanno più nessun privilegio, ancora utilizzavano uno stemma. La prova? Basta andare a vedere le visite pastorali, specialmente nelle parrocchie di campagna: tutte hanno dei sepolcri nelle chiese parrocchiali con lo stemma (anche se non descritto) o l'impresa dell'arme gentilizia, altari, anconette donate con impresse le loro armi gentilizie. Alcune ancora avevano una sorta di privilegio di frequentare i luoghi dell'unica nobiltà tollerata dagli spagnoli, nobili feudali e patriziati civici, e, grazie al loro nome, riuscivano ancora a diventare canonici della cattedrale o parroci nelle parrocchie urbane (dove avevano il loro stemma di famiglia impresso dappertutto, dalle porte della loro abitazione, alle cornici dei dipinti donati dai loro familiari). Personalmente, ho studiato per molti anni le famiglie più in vista di Annicco e Casalbuttano e potrei parlarne per ore: dico solamente che negli atti notarili secenteschi, alcune famiglie bandite dallo Stato di Milano e rifugiatesi nel Mantovano, cioè in uno Stato "estero", godevano di trattamenti che in madrepatria erano solamente riservati alle due uniche forme di nobiltà tollerate dagli Spagnoli (come detto poco sopra, nobili feudali e patrizi civici):
illustris dominus,
multum magnificus dominus. Solo un caso?
Perdonate lo sproloquio...