Nobiltà personale

Per discutere sulla storia di famiglia e sulla genealogia / Discussions on family history and genealogy

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Messaggioda vdaurelio » venerdì 14 dicembre 2007, 14:04

Cari amici,
i notai non erano certamente laureati per tutto quanto già ampiamente descritto nel topic. E' vero che i notai non erano insigniti del titolo di dottor e lo posso dimostrare con documenti originali sino almento al 1812. I notai erano un ceto che comunque si ponevano in mezzo al ceto nobile per nascita e i non nobili. Certamente chi poteva permettersi degli studi di notariato era membro di una famiglia benestante (gli studio costavano cari). Per tale motivo, specialmente nella borghesia emergente, il fatto di far studiare il figlio o di laurearlo era un pretesto per ascendere la scala della nobiltà. Pur vero che la figura del notaio nel primo ottocento fu molto rivalutata anche in senso "nobilitante" ed infatti, malgrado le leggi sull'eversione della feudalità, si nota come i notai divvenero sindaci delle Università (sappiamo che il sindaco doveva essere nobile/notabile). Pertanto anche se non vi era un riconoscimento ufficiale della nobiltà per un notaio era il senso comune a nobilitare questa professione.
Vi posso consigliare un buon testo del Cosi "Terra d'Otranto attraverso gli atti Notarili" edito dalla Congedo Editore.
Saluti cari
Vincenzo DAurelio
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Messaggioda L.A.S. » venerdì 14 dicembre 2007, 14:29

vdaurelio ha scritto:Cari amici,
i notai non erano certamente laureati per tutto quanto già ampiamente descritto nel topic. E' vero che i notai non erano insigniti del titolo di dottor e lo posso dimostrare con documenti originali sino almento al 1812. Saluti cari


Se può servire alla discussione segnalo che, ancora nel 1879, e cito dal Testo Unico delle Leggi sul Riordinamento del Notariato (R.D. 25 maggio 1879, n. 4900), non serviva la laurea per esercitare, ma, a parte l'età di 24 anni (anche 21, in assenza di concorrenti), bastava il superamento degli esami (modifica del 1880, prima aver seguito i corsi) di "istituzioni di diritto romano comparato col diritto patrio, dei codici di civile e diritto amministrativo", nonché aver ottenuto l'iscrizione fra i praticanti di un consiglio notarile, a seguito di pratica svolta per due anni presso un notaio, e poi il superamento dell'esame di idoneità.
Cordialmente,
Lorenzo
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 14 dicembre 2007, 16:05

Il testo riportato da Leonardo Longo de Bellis è tratto da un intervento dell'utente Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm.

Ecco il link http://www.iagiforum.info/viewtopic.php ... c&start=45

Mi sembra giusto specificarlo dato che altrimenti sembra che lo abbia scritto Lorenzo che invece l'ha solo prodigiosamente ritrovato in mezzo ai 70.000 post :wink:

Riporto tutto il testo per completezza d'informazione:

Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm ha scritto:Saluto tutti i partecipanti a questo interessante forum giacché questo è il mio primo intervento.

Mi permetto di inserirmi nella discussione giacché si tocca un argomento che ho studiato a fondo.

I notai del regno di Napoli e Sicilia fin dai tempi di Federico II non erano dottori in legge e non possedevano lauree. Essi venivano nominati dalle autorità statali, dopo aver superato un esame pratico. Dopo il superamento dello stesso essi ricevevano un privilegio di nomina che veniva inviato da Napoli (probabilmente come quello che Lei menziona e possiede per il XV secolo), ma non si trattava di una laurea. Le norme che regolavano l’accesso al notariato si ritrovano disposte nelle costituzioni di Melfi di Federico II, mantenute e riprese nella legislazione dei successivi sovrani fino alla fine dell'età moderna, anche dopo l'età napoleonica (Sull'argomento cfr. M. CARAVALE, La legislazione del Regno di Sicilia sul notariato durante il medioevo, in AA. VV., Per una storia del notariato meridionale, Roma 1982, pp. 223-297).
Pertanto la preparazione era curata privatamente a spese dell’aspirante o della sua famiglia. L’obbligo di possedere la laurea in giurisprudenza sarà introdotto in Italia soltanto dopo l’unità, a partire dal 1913; sull’argomento cfr. G. ANCARANI – F. MAZZANTI – G. PEPE, Il notariato in Italia dall’età napoleonica all’Unità, Roma 1983.

Riguardo alla nobiltà dei notai Federico II aveva stabilito che essi dovessero essere esclusivamente nobili ed effettivamente fino a tutto il Quattrocento essi furono quasi sempre reclutati in questa classe. Tuttavia, successive disposizioni allargarono il reclutamento anche al ceto medio, fascia sociale come è noto, in forte espansione in età moderna. In effetti in Calabria si ritrovano notai nobili fino alla fine del Cinquecento (Luca Fonte di famiglia suffeudataria a Castelvetere fra Quattro e Cinquecento, Troilo Gagliardi a Gerace nel 1541, cfr. SASL, fondo Gerace, vol. 1 visita pastorale di Mons. Tiberio Muti, f. 1r, ed altri); successivamente (dal Seicento in poi) il reclutamento dei medesimi avvenne (come il Sig. Bedini correttamente sottolinea) quasi esclusivamente nel ceto medio che era tutt'altro che inconsistente nella regione. Nuove ricerche su fonti primarie, infatti, attestano per i secoli dal XVI al XVIII una presenza ed un ruolo di non secondaria importanza di questo ceto in seno alla società, contrariamente a quanto ritetuno da certa datata storiografia di matrice idealistica.
Riguardo all'alfabetizzazione, le ricerche andrebbero condotte sui secoli che ci interessano e per i quali le statistiche risultano assai complesse da realizzare e non su statistiche post-unitarie. Segnalo soltanto che fra cinque e settecento una buon numero di artigiani (calzolai, fabbri, conciapelli, fabbricatori, ecc. nella Locride o in altre aree della regione sapeva leggere o quantomento apporre la propria firma) fatto non trascurabile considerando le possibilità di istruirsi dell’etpoca (cfr. SASL, fondo notarile, obblighi, testamenti e alberani).
Infine, per quanto possa apparire inconsueto, non è affatto vero che un artigiano non potesse mantenere agli studi universitari un proprio figlio nella capitale. Come giustamente segnala Bedini che, i documenti li ha consultati davvero, ciò avveniva molto più spesso di quanto si possa immaginare.
Saluti
G.S.
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Alessio Bruno Bedini
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Messaggioda L.de Bellis » venerdì 14 dicembre 2007, 18:28

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Il testo riportato da Leonardo Longo de Bellis è tratto da un intervento dell'utente Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm.

Ecco il link http://www.iagiforum.info/viewtopic.php ... c&start=45

Mi sembra giusto specificarlo dato che altrimenti sembra che lo abbia scritto Lorenzo che invece l'ha solo prodigiosamente ritrovato in mezzo ai 70.000 post :wink:

Riporto tutto il testo per completezza d'informazione:

Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm ha scritto:Saluto tutti i partecipanti a questo interessante forum giacché questo è il mio primo intervento.

Mi permetto di inserirmi nella discussione giacché si tocca un argomento che ho studiato a fondo.

I notai del regno di Napoli e Sicilia fin dai tempi di Federico II non erano dottori in legge e non possedevano lauree. Essi venivano nominati dalle autorità statali, dopo aver superato un esame pratico. Dopo il superamento dello stesso essi ricevevano un privilegio di nomina che veniva inviato da Napoli (probabilmente come quello che Lei menziona e possiede per il XV secolo), ma non si trattava di una laurea. Le norme che regolavano l’accesso al notariato si ritrovano disposte nelle costituzioni di Melfi di Federico II, mantenute e riprese nella legislazione dei successivi sovrani fino alla fine dell'età moderna, anche dopo l'età napoleonica (Sull'argomento cfr. M. CARAVALE, La legislazione del Regno di Sicilia sul notariato durante il medioevo, in AA. VV., Per una storia del notariato meridionale, Roma 1982, pp. 223-297).
Pertanto la preparazione era curata privatamente a spese dell’aspirante o della sua famiglia. L’obbligo di possedere la laurea in giurisprudenza sarà introdotto in Italia soltanto dopo l’unità, a partire dal 1913; sull’argomento cfr. G. ANCARANI – F. MAZZANTI – G. PEPE, Il notariato in Italia dall’età napoleonica all’Unità, Roma 1983.

Riguardo alla nobiltà dei notai Federico II aveva stabilito che essi dovessero essere esclusivamente nobili ed effettivamente fino a tutto il Quattrocento essi furono quasi sempre reclutati in questa classe. Tuttavia, successive disposizioni allargarono il reclutamento anche al ceto medio, fascia sociale come è noto, in forte espansione in età moderna. In effetti in Calabria si ritrovano notai nobili fino alla fine del Cinquecento (Luca Fonte di famiglia suffeudataria a Castelvetere fra Quattro e Cinquecento, Troilo Gagliardi a Gerace nel 1541, cfr. SASL, fondo Gerace, vol. 1 visita pastorale di Mons. Tiberio Muti, f. 1r, ed altri); successivamente (dal Seicento in poi) il reclutamento dei medesimi avvenne (come il Sig. Bedini correttamente sottolinea) quasi esclusivamente nel ceto medio che era tutt'altro che inconsistente nella regione. Nuove ricerche su fonti primarie, infatti, attestano per i secoli dal XVI al XVIII una presenza ed un ruolo di non secondaria importanza di questo ceto in seno alla società, contrariamente a quanto ritetuno da certa datata storiografia di matrice idealistica.
Riguardo all'alfabetizzazione, le ricerche andrebbero condotte sui secoli che ci interessano e per i quali le statistiche risultano assai complesse da realizzare e non su statistiche post-unitarie. Segnalo soltanto che fra cinque e settecento una buon numero di artigiani (calzolai, fabbri, conciapelli, fabbricatori, ecc. nella Locride o in altre aree della regione sapeva leggere o quantomento apporre la propria firma) fatto non trascurabile considerando le possibilità di istruirsi dell’etpoca (cfr. SASL, fondo notarile, obblighi, testamenti e alberani).
Infine, per quanto possa apparire inconsueto, non è affatto vero che un artigiano non potesse mantenere agli studi universitari un proprio figlio nella capitale. Come giustamente segnala Bedini che, i documenti li ha consultati davvero, ciò avveniva molto più spesso di quanto si possa immaginare.
Saluti
G.S.



Carissimo ti riporto questa nota interessantissima da altro Autore,

Cordialità

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Re: Nobiltà personale

Messaggioda Carlettino » venerdì 14 settembre 2012, 18:38

Da quale fonte emerge la notizia che i sindaci dovevano essere nobili? Per quali terre vale questo principio?
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Re: Nobiltà personale

Messaggioda ermete » venerdì 14 settembre 2012, 19:21

credo che la nobiltà personale derivi, come abbiamo visto, da qualche carica (uffici utili), titolo cavalleresco o di studio. Se non sbaglio i laureati all'università di Macerata erano conti palatini. (se ancora non erro il regno Sabaudo riconosceva a detti conti la nobiltà personale).
Non era concessa ma riconosciuta.

Con napoleone gli insigniti di Ordini Cavallereschi o in determinati uffici avevano la nobiltà personale e pagando una certa tassa potevano estenderla agli eredi.

Per il resto che è stato detto, tutte le città avevano leggi per la Cittadinanza che dava capacità, a chi l'aveva, alle cariche pubbliche e al senato. A Bologna potevi chiedere la cittadinanza ma per entrare in senato dovevi aspettare la generazione successiva.
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