da pierfe » domenica 9 agosto 2015, 14:49
Mi permetta di dissentire ancora e mi creda non riesco a capire l'acredine che talune persone hanno nei confronti del Libro d'oro della nobiltà italiana, edito dal Collegio araldico - Istituto araldico romano, che ha l'indiscutibile merito di aver aggiornato per 105 anni lo stato civile di quasi tutta la nobiltà italiana, perchè dall'istituzione dell'Elenco ufficiale delle famiglie nobili e titolate del Regno d'Italia (1921) al 1967 nessuno lo aveva fatto in maniera così chiara e completa (sebbene con ovvie sviste data la mole dei dati). Dato che per nobiltà dall'avvento del regno d'Italia dobbiamo considerare solo quelle famiglie facenti parte del Libro d'oro della nobiltà italiana (istituito nel 1896), e quelle che avrebbero potuto essere risconosciute (elenchi 1921, 1933, 1934-36), fuori da queste famiglie anche se realmente nobili c'è solo il pensiero di studiosi ma non l'avvallo dello Stato, unico a mio giudizio ad avere il diritto di certificare la nobiltà italiana.
Nessuna persona con un granellino di sale in zucca può fare confusione fra il Libro d'oro della nobiltà italiana (stato civile nobiliare del regno d'Italia) e un periodico Libro d'oro della nobiltà italiana che pubblica ovviamente una maggioranza di famiglie che non sono sul Libro d'oro della nobiltà italiana di proprietà dello Stato; ed i criteri della pubblicazioni sono ben diversi da quelli che erano applicati per l'omonimo registro dello Stato.
Nessuno si sogna di pensare che sebbene il Quirinale sia una proprietà dello Stato sia proibito di vendere le immagini del palazzo e creare addirittura un mercato con le cartoline, in questo caso è giusto pagarne i diritti (se poi vengono pagati), ma per una pubblicazione che non ha mai avuto nulla a che vedere con il registro dello Stato mi sembra un assurdo.
In quanto al guadagno la mia testa pensa al profitto in modo diverso e l'espressione "sfruttamento economico ben remunerativo" mi sembra fuori dalla realtà, in quanto si tratta di una pubblicazione quinquennale edita in poche copie e che serve ad informare delle nascite, matrimoni e morti di appartenenti allo stesso ceto, quindi direi proprio un mercato limitato. Nessuno in questo settore può vivere solo di questo, poi mi permetta un gruppo di 32 soci - e mi auguro che siano aumentati - quale profitto possono avere?
A causa del disinteresse dello Stato sulla materia tutti oggi possono pubblicare repertori "nobiliari" che rappresentano solo il pensiero di chi li pubblica, ma queste pubblicazioni sulle quali non entro nel merito perchè il mio pensiero connesso ad una scientificità della materia non mi permetterebbe di infierire, sono tutte imprese commerciali che si basano sul voler apparire delle persone, per fare un esempio sull'antico Catalogo Bolaffi gli artisti si presentano e fanno pubblicità a se stessi; in queste pubblicazioni succede lo stesso, ma ripeto solo lo Stato può garantire il vero riconoscimento pubblico.
Ogni pubblicazione ha i suoi criteri che hanno linee guida diverse e vediamo a differenza di quanto avveniva per lo Stato per le famiglie inserite nel Libro d'oro della nobiltà italiana (non negli Elenchi dove l'inserimento era provvisorio nell'attesa del riconoscimento) le famiglie erano sempre indicate e non venivano omesse.
In queste pubblicazioni private, proprio perchè private, ci possono essere quelle che vengono chiamate "esigenze editoriali" che cancellano una famiglia, poi magari dopo anni la ripresentano meglio di prima, ma l'esserci o non esserci non cambia nulla nella vita personale e nella storia di famiglia di qualcuno, che tanto meno perde la sua nobiltà per non essere su un libro di questo genere.
Non mi tocca l'uso di un nome usato anche dallo Stato per qualcosa di diverso perchè questo uso è fatto ripeto da 105 anni, e l'opera fa onore alla nobiltà italiana, e affermo che è pienamento legittimo il passaggio da un editore proprietario Roberto Colonnello Bertini Frassoni ad un altro editore Libro d'oro srl, perchè chiunque delle sue proprietà ne fa quello che vuole, ma quello che non mi piace e dovrebbe far pensare è quando ci sono persone che usano dei nomi storici di libri estinti con i quali nulla hanno a che fare ed aggiungo perdipiù i loro criteri sono completamente diversi dal pensiero definitivo sulla materia di chi aveva dato vita a quelle opere.
I Britannici quando vogliono pubblicare dei repertori nobiliari usano i propri cognomi come il Burke insegna.
Ed è proprio questo che non capisco, la motivazione potrebbe forse essere solo nella mancanza di fiducia in se stessi: andare ad esumare qualcosa che nel passato (diverso dal nostro) aveva avuto un grande prestigio per goderne di una luce riflessa.
Pier Felice degli Uberti
PS se uno vuole proprio ancora oggi fare e comportarsi da nobile consiglio di andare nei Paesi dove la nobiltà è ancora riconosciuta e tutelata dallo Stato.
Pier Felice degli Uberti
Sine virtute nulla nobilitas