Il testo riportato da Leonardo Longo de Bellis è tratto da un intervento dell'utente Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm.
Ecco il link
http://www.iagiforum.info/viewtopic.php ... c&start=45
Mi sembra giusto specificarlo dato che altrimenti sembra che lo abbia scritto Lorenzo che invece l'ha solo prodigiosamente ritrovato in mezzo ai 70.000 post
Riporto tutto il testo per completezza d'informazione:
Gallicianus Scriptor nel forum il 14 gennaio 2007 alle 6:01 pm ha scritto:Saluto tutti i partecipanti a questo interessante forum giacché questo è il mio primo intervento.
Mi permetto di inserirmi nella discussione giacché si tocca un argomento che ho studiato a fondo.
I notai del regno di Napoli e Sicilia fin dai tempi di Federico II non erano dottori in legge e non possedevano lauree. Essi venivano nominati dalle autorità statali, dopo aver superato un esame pratico. Dopo il superamento dello stesso essi ricevevano un privilegio di nomina che veniva inviato da Napoli (probabilmente come quello che Lei menziona e possiede per il XV secolo), ma non si trattava di una laurea. Le norme che regolavano l’accesso al notariato si ritrovano disposte nelle costituzioni di Melfi di Federico II, mantenute e riprese nella legislazione dei successivi sovrani fino alla fine dell'età moderna, anche dopo l'età napoleonica (Sull'argomento cfr. M. CARAVALE, La legislazione del Regno di Sicilia sul notariato durante il medioevo, in AA. VV., Per una storia del notariato meridionale, Roma 1982, pp. 223-297).
Pertanto la preparazione era curata privatamente a spese dell’aspirante o della sua famiglia. L’obbligo di possedere la laurea in giurisprudenza sarà introdotto in Italia soltanto dopo l’unità, a partire dal 1913; sull’argomento cfr. G. ANCARANI – F. MAZZANTI – G. PEPE, Il notariato in Italia dall’età napoleonica all’Unità, Roma 1983.
Riguardo alla nobiltà dei notai Federico II aveva stabilito che essi dovessero essere esclusivamente nobili ed effettivamente fino a tutto il Quattrocento essi furono quasi sempre reclutati in questa classe. Tuttavia, successive disposizioni allargarono il reclutamento anche al ceto medio, fascia sociale come è noto, in forte espansione in età moderna. In effetti in Calabria si ritrovano notai nobili fino alla fine del Cinquecento (Luca Fonte di famiglia suffeudataria a Castelvetere fra Quattro e Cinquecento, Troilo Gagliardi a Gerace nel 1541, cfr. SASL, fondo Gerace, vol. 1 visita pastorale di Mons. Tiberio Muti, f. 1r, ed altri); successivamente (dal Seicento in poi) il reclutamento dei medesimi avvenne (come il Sig. Bedini correttamente sottolinea) quasi esclusivamente nel ceto medio che era tutt'altro che inconsistente nella regione. Nuove ricerche su fonti primarie, infatti, attestano per i secoli dal XVI al XVIII una presenza ed un ruolo di non secondaria importanza di questo ceto in seno alla società, contrariamente a quanto ritetuno da certa datata storiografia di matrice idealistica.
Riguardo all'alfabetizzazione, le ricerche andrebbero condotte sui secoli che ci interessano e per i quali le statistiche risultano assai complesse da realizzare e non su statistiche post-unitarie. Segnalo soltanto che fra cinque e settecento una buon numero di artigiani (calzolai, fabbri, conciapelli, fabbricatori, ecc. nella Locride o in altre aree della regione sapeva leggere o quantomento apporre la propria firma) fatto non trascurabile considerando le possibilità di istruirsi dell’etpoca (cfr. SASL, fondo notarile, obblighi, testamenti e alberani).
Infine, per quanto possa apparire inconsueto, non è affatto vero che un artigiano non potesse mantenere agli studi universitari un proprio figlio nella capitale. Come giustamente segnala Bedini che, i documenti li ha consultati davvero, ciò avveniva molto più spesso di quanto si possa immaginare.
Saluti
G.S.