da Antonio Pompili » martedì 28 agosto 2007, 10:32
Il Belli non risparmiava nessuno!
Personalmente apprezzo molto i suoi sonetti, così espressivi della più genuina "romanità" (anche se spesso portata - come avviene sempre nell'opera di un artista - ad estremi che, come tutti gli estremi, posson sfociare nell'inaccettabile). A dire il vero sono un appassionato in genere del sonetto: un verso che attraverso le parole riesce a offrire l'incanto polifonico di una imitazione a canone, grazie a una forza comunicativa di grande e precisa immediatezza.
In particolare i sonetti del Belli sono spesso versi licenziosi, talora blasfemi, ma arricchiti da chiara e inconfondibile sicerità. Il suo spregiudicato realismo spesso sfocia in aperte critiche tutt'altro che asettiche o puramente distruttive.
Un sonetto come quello presentato suona come un chiaro invito a rifuggire l'ipocrisia di vuoti formalismi e esteriorità fini a se stesse. Direi che c'è quasi - se mi è lecita una frettolosa analisi - un che di evangelico in questa critica (non solo per il finale tremendo richiamo al Giorno del Giudizio), che sembra ricordare alcune severe arringhe a scribi e farisei troppo impegnati in vuote ostentazioni di segni e privilegi per dedicarsi realmente ed efficacemente al servizio di Dio e del prossimo.
Anche se - pure questo è giusto dirlo - nei bozzetti che il Belli rappresentava con la sua geniale vivacità, le scene e i caratteri della vita quotidiana non potevano esser rappresentate in tutta la loro ricchezza e varietà (la perfetta e completa verità non potrà mai esser contenuta e trasparire in una sola opera artistica!). Le sue restano descrizioni tanto affascinanti e amareggianti allo stesso tempo perchè animate dalla vitalità densa, schietta, saguigna della plebe romana di cui egli nella sua opera si era proposto di "lasciare un monumento". In ogni caso descrizioni nate da una visione parziale.
Anche ai suoi tempi ci saranno stati Cavalieri degni di questo nome, non preoccupati solo di lucidar le loro "croscette" o indossar i loro "pastrani", ma capaci di un servizio nobile e generoso ai più alti valori sociali e religiosi. Quello che ancora oggi tutti possiamo aspettarci da un Cavaliere.
Se posso usare un'immagine, direi che le poche vivacissime pennellate qui offerte dal romano poeta, anche se non possono costituire un quadro completo della realtà da lui descritta e denuciata, danno, sia pur indirettamente, alcune coordinate fondamentali perchè il quadro della reale esistenza sia rappresentato anche oggi nel modo più artistico possibile. Cavajjeri jjeri, Cavajjer oggi, e ccavajjer domani!
QUI FACIT VERITATEM VENIT AD LUCEM (Gv 3,21a)
TU SCIS QUIA AMO TE (Gv 21,17b)