Leggendo questo brano del Vangelo penso sempre quanto sia bella ma anche difficile la vocazione del Cavaliere.
Chiusa la porta della tua stanza, preghi il Signore che ti soccorra nel difficile cammino quotidiano, ti commuovi per le miserie che ti circondano e ti interroghi sul come superare quelle che ti affliggono, in quella che S. Caterina da Siena chiamava la "Cella Interiore".
In pubblico, sei chiamato per appartenenza a mostrare indubbi segni di una certa gloria (il mio arcivescovo disse il giorno della mia investitura che anche i paramenti che indossava, certamente non anonimi, gli imponevano continuamente di ricordare il suo ruolo e l'alta responsabilità, gli ricordavano meglio di ogni altra cosa l'umiltà che deve essere posta a fondamento del proprio ufficio e la gloria da rendersi al Signore).
Quale sfida avvincente dunque, riuscire a dare a quei mantelli e quei segni la dignità di coloro che "si gloriano nel Signore" e non di se stessi.
In quel momento, siamo chiamati all'umiltà dell'anonimato, poiché partecipiamo della gloria di un Ordine che opera nel Nome del Signore. Siamo un mantello fra i tanti. Ecco perché il Cavaliere del Santo Sepolcro (nel caso di questo Ordine) non veste il mantello in una cerimonia privata.
Ricordiamo inoltre che non è una gloria che ci apparteneva, ma ci è stata donata, così come la fede. Siamo stati ritenuti degni di ricevere la cavalleria e forse anche la fede, ma tale degnità va costantemente messa alla prova poiché sempre insufficiente di fronte agli impegni della nostra vocazione. Siamo immersi nel mondo per parlare al mondo e per farlo sovente dobbiamo superare il pregiudizio sia di coloro che ci disprezzano come arroganti, sia di coloro che ci adulano, perché passi la parola di Dio quando vestiamo i segni della sua passione.
A mio avviso, l'essere al centro dell'attenzione e coltivare il Signore nell'umiltà del proprio cuore è la grande sfida del Cavaliere, una delle sue più grandi prove e la sua testimonianza più evidente.
La battaglia tra l'essere ogni giorno degni di tale investitura, ed il restare ogni giorno umili gloriandoci della Nostra Appartenenza nel Signore piuttosto che di noi stessi.
Senza dimenticare che per chi sente la Cavalleria come vocazione cristiana, Cavalleria è il desiderio di tutto ciò che è bene opposto a tutto ciò che non lo è, è innanzitutto un profondo e innato desiderio di perfezionamento, di virtù che ci spinge a voler raggiungere anche traguardi lontani, ad avere l'ambizione dell'inarrivabile gareggiando nel bene. Suonerà forse idealistico e poco concreto, ma questi sentimenti a mio avviso possono ancora toccare l'intimo di questi chiamati, determinando quella nuova cavalleria che toccò anche il Santo di Assisi.
