Ringrazio chi è intervenuto finora, sia chi ha espresso una vicinanza di vedute sia chi ha manifestato perplessità, perché è proprio nel confronto serio che una riflessione può maturare.
Vorrei però ribadire, una volta per tutte, che la mia domanda non nasce da giudizi personali, né da alcuna intenzione di “puntare il dito” su storie individuali, tantomeno sulla figura del Principe o di altri Gran Maestri.
Le vicende umane, comprese quelle dolorose come una separazione, vanno sempre comprese con delicatezza. Lungi da me ogni moralismo.
La mia domanda, e lo sottolineo ancora, era ed è una riflessione sull’identità di un Ordine che nel nome, nei simboli, nei riti e spesso nei discorsi pubblici, richiama una vocazione cavalleresca ispirata al Vangelo.
In tal senso, mi pare importante tornare su due alternative che ho proposto:
1) L’Ordine vuole essere una onorificenza dinastica laica, seppur nobile e con memoria storica?
2) Oppure vuole ancora proporsi come testimonianza attiva di una vita cavalleresca cristiana, capace di incarnare oggi un ideale controcorrente?
Non è questione di diritto canonico o civile. È questione di coerenza tra l’immagine proposta e la sostanza vissuta, tra valori evocati e valori testimoniati.
Se l’Ordine è ormai “altro” rispetto alla tradizione spirituale che l’ha originato, lo si dica chiaramente, senza ambiguità.
Ma se invece si intende ancora proporre una forma di cavalleria cristiana, allora è lecito e doveroso interrogarsi su quale stile di vita, quali simboli, quale testimonianza ne siano coerente espressione.
Questa domanda non è una critica: è una richiesta di chiarezza.
Perché molti di noi non cercano croci, mantelli o titoli, ma un ideale da servire e un cammino da percorrere, pur tra i propri limiti, ma sempre nella verità.



