AIKIDO77 ha scritto:Ma tornando alla more nobilium, a cosa vogliamo rapportarla? Alla ricchezza?, quella non guada in faccia né professione, né posizione sociale- almeno quando ricchi ci si diventa per fortuna-. Vogliamo parlare di laurea?, bene, anche quella non è direttamente proporzionale alla professione, posso essere un impiegato comunale ed avere tre lauree, a questo punto il titolo fa testo oppure no? Vogliamo parlare poi di professione, mi dica Lei dove sta la rarità- tale da catalogarla in un vivere in more nobilium- della professione di avvocato, di medico, di ingegnere ec.
Sul fatto che non sia facile determinare dei criteri precisi per definire una condizione
more nobilium credo che siano tutti d'accordo.
D'altra parte anche un confine preciso, tipo il milione di sesterzi da lei citato, lascia sempre un margine di ingiustizia (pensi a che diversità di status possono determinare pochi sesterzi in più o in meno del fatidico milione...)
1) Lei dice che la ricchezza non basta.
Pienamente d'accordo, anche perché di burini arricchiti - magari anche in modo disonesto - ce ne sono assai. E comunque, anche se fossero pochi, getterebbero comunque il discredito su ogni Ordine in cui riuscissero a entrare.
Però un certo livello minimo di agiatezza è necessario, altrimenti si rientra non fra chi fa opere di beneficienza, ma fra chi deve trarne vantaggio. Fermo restando che possono esserci persone di ricchezza non particolarmente elevata più generose di altre ben più fornite di mezzi economici.
2) Lei dice che il titolo di studio non basta.
Verissimo, basta guardarsi attorno e osservare il livello di educazione e anche culturale di molti laureati.
Però questo non significa che chi laureato non è possa vantare titoli di merito per l'ammissione a un Ordine. Anche perché se non basta una laurea a rendere un individuo almeno "presentabile", c'è da chiedersi quale possa essere - salve le dovute eccezioni - il livello di chi neanche ce l'ha.
3) Lei dice che la professione non basta.
Vero anche questo. Altrimenti anziché nell'ordine degli avvocati o dei medici potremmo automaticamente inserirli tutti in qualche Ordine cavalleresco.
Però ci sono professioni con diverso grado di dignità sociale, che piaccia o meno (e se non piace, allora logica chiederebbe che si chiedesse non l'accesso agli, ma l'abolizione degli Ordini cavallereschi). E così, per fare un esempio, un netturbino - magari anche laureato, come accade ultimamente - svolge un servizio socialmente utile, ha la medesima dignità personale di ogni altro cittadino, può perfino aspirare a entrare in Parlamento (e quindi a decidere delle sorti della nazione; piccolo inciso: sarà un caso che anche in Parlamento, dove pur si entra tramite democratiche elezioni e non per selezioni arbitrarie, siedano un gran numero di avvocati e professionisti in genere?). Ma troverà molto difficile accedere anche al cavalierato meno "classista" di tutti, quello dell'OMRI.
4) Aggiungerò di mio, che neanche la nobiltà è sufficiente. Per rendersene conto basta far mente locale alle squallide comparsate televisive di alcuni rampolli della nobiltà. D'altra parte non mi risulta che il semplice essere nobile garantisca il diritto d'accesso a Ordini che - tra le altre cose - richiedono una coerente condotta cristiana. Ma il discorso sulla nobiltà, specie in paesi come l'Italia dove non esiste più una fonte nobilitante, ci porterebbe lontano.
In definitiva tutti questi requisiti, presi singolarmente, non sono sufficienti per valutare positivamente la possibilità di ammissione a un Ordine (e forse la loro singola mancanza non lo è per stabilirne l'incompatibilità).
La loro contemporanea presenza però, in minore o maggior grado, e insieme ad altre caratteristiche (impegno, cortesia, educazione,... cose altrettanto difficili se non impossibili da quantificare) è una delle poche possibilità per cercare una valutazione quanto più possibile equa.
Fermo restando che la parola ultima per l'ammissione in un qualsivoglia Ordine appartiene all'Ordine stesso e a chi al suo interno è delegato a vagliare i possibili futuri membri: tutte le qualità descritte sopra entreranno quindi a far parte di un processo valutativo ben più ampio e complesso, dove il fattore umano - tanto in chi valuta quanto in chi è valutato - è determinante, inclusi possibili errori o spiacevoli ingiustizie.