Un controllo “in loco” dunque non guasterebbe e l’accertamento del privilegio deporrebbe in favore della tua tesi.
Un grazie, intanto, a tutti per i preziosi contributi!
Riporto, di seguito, alcune informazioni storiche circa le istituzioni ecclesiastiche di Bagnacavallo, che forse possono aiutarci a risolvere la questione.
Nel territorio di riferimento, fin dall'VIII° secolo, è attestata la presenza della Pieve di S. Pietro in Silvis, matrice delle chiese del territorio, retta da un arciprete, coadiuvato da un collegio di canonici.Dopo la morte dell’arciprete Bartolomeo Sorboli, nel 1723, l’arcipretura di S. Pietro in Sylvis, che era di libera collazione, passò in commenda ai vescovi di Faenza, che incorporarono le rendite di questa, ammontanti a 700 scudi annui; il primo arciprete accomandatario fu il vescovo di Faenza Tommaso Cervioni, di Lucca, eremitano di S. Agostino, che nel 1724 nominò Giovanni Battista Bagnoli cappellano arcipretale ed economo delle rendite della chiesa.
I Bagnacavallesi accettarono volentieri tale disposizione, cogliendo l’occasione per chiedere al Papa che la città di Bagnacavallo fosse elevata al rango di sede vescovile, appoggiati in ciò dal vescovo faentino Tommaso Cervioni, al quale la rendita annua della pieve di S.Pietro risolveva il problema delle pensioni da corrispondere.
Benedetto XIII° incaricò allora il cardinale Ruffo, legato di Ferrara, di stendere un memoriale circa lo stato di Bagnacavallo; il cardinale, al termine della sua relazione, sconsigliò l’innalzamento di Bagnacavallo al rango di città vescovile, poiché questo avrebbe comportato spese insostenibili.
Migliaia di scudi sarebbero serviti per rendere consono l’abitato urbano e per permettere ad alcuni consiglieri, appartenenti al ceto artigianale, di vivere decorosamente, inoltre la chiesa di S.Michele avrebbe dovuto essere elevata al rango di Collegiata, munita di più canonici dotati di rendita onorevole; tutto questo tenendo presente il dissesto delle finanze pubbliche e di quelle di molte famiglie primarie.
Il papa, prese atto della situazione, consentendo comunque il passaggio delle rendite di S. Pietro alla curia faentina, e riservandosi di elevare Bagnacavallo al rango di città vescovile, nel qual caso i vescovi futuri si sarebbero intitolati “di Faenza e Bagnacavallo”.
Nel 1733 i Bagnacavallesi ottennero che l’arcipretura di S. Pietro in Silvis tornasse indipendente , continuando a perorare la richiesta per l’innalzamento del rango di Bagnacavallo a città vescovile; fu eletto quale arciprete il faentino Giuseppe Zauli.
Con il proprio testamento del 1690, il bagnacavallese Giovanni Battista Cortesi, lasciò tutti i suoi beni per l’istituzione di un collegio di canonici in S.Michele; i diritti usufruttuari su tali beni, passarono alla famiglia Vitelloni, in seguito al matrimonio tra Maria Cecilia Cortesi e Camillo Vitelloni, che si oppose all’istituzione della Collegiata, fino a quando il cardinale Prospero Lambertini riuscì a dirimere la questione accontentando i Vitelloni e i loro consorti con ecqui compensi, in cambio del loro assenso.
Sicchè nel 1741, quando il cardinale Lambertini divenne papa col nome di Benedetto XIV°, innalzò la parrocchiale di S.Michele al rango di insigne collegiata, istituendo un collegio di 8 canonici tutti dotati di prebenda, e nominando a capo del collegio per primo il vescovo di Faenza nella persona di un suo vicario generale; l’arciprete faentino Giuseppe Zauli, divenne quindi, il primo arciprete mitrato della Collegiata di S. Michele con diritto all’uso dei pontificali (rocchetto e mantelletta negra), da estendere ai suoi successori .
L’antica chiesa parrocchiale intestata a San Michele, in territorio di Bagnacavallo, era retta da un arciprete o rettore arcipretale che governava anche la pieve matrice di S. Pietro in Silvis, coadiuvato da 2 curati porzionari, ai quali 3 spettava la cura delle anime come se fossero un'unica istituzione.
Per rispettare questo antico ordinamento, degli 8 canonici, 2 avrebbero, col titolo di curati, con privilegio di cappa magna, rocchetto ed ermellino bianco d’inverno , coadiuvato l’arciprete nella cura parrocchiale, godendo in pieno ed in esclusiva i beni prima spettanti ai 2 porzionari, ed esercitando lo "ius parochialis" distintamente dal capitolo; ogni bene, legato pio, oblazione, reddito della parrocchiale spettava quindi all’arciprete ed ai 2 canonici curati, detti “del corno destro” e “del corno sinistro” con riferimento all’antica denominazione dei porzionari (che si collocavano rispettivamente alla destra ed alla sinistra dell’arciprete), con esclusione del capitolo.
La Bolla di Erezione prevedeva inoltre che le prerogative spirituali e temporali dei canonici curati e del vicario non potessero essere alterate dal capitolo.
Nella bolla di erezione della Collegiata sono ricordati i canonici curati Biancoli ed Emiliani ed il canonico Bagnoli coadiutore dell’Emiliani, come immediati dell’Arciprete per posizione nello stallo e per prestigio, così come tale posizione spetterà ai loro successori. I tre canonici avevano anche diritto ad esercitare le funzioni di cantar messa, i vespri e i funzionari, al pari dei canonici ebdomandarii della cattedrale di Faenza, ma tale privilegio era concessso solo “ad personam”, escludendo i loro successori .
Nei documenti presi in esame non ho trovato alcun riscontro in merito ad altri privilegi concessi al capitolo canonicale in questione; tornando ai personaggi citati, chiedo conferma, quindi, per le seguenti deduzioni:
Giovanni Battista Bagnoli avrebbe potuto utilizzare un cappello nero a 6 nappe per lato (arciprete), in quanto vicario del vescovo nell'arcipretura della Pieve di S. Pietro;
Lodovico Bagnoli avrebbe potuto utilizzare un cappello nero a 6 nappe per lato (arciprete), in quanto non semplicemente canonico (3 nappe per lato), ma canonico curato del corno sinistro, cioè titolare, assieme all'arciprete e al canonico curato del corno destro, delle antiche funzioni arcipretali;
Domenico Bagnoli, canonico, non avrebbe invece alcuna attinenza con il cappello a 6 nappe per lato.
Cosa ne pensate?
Mi resta però un dubbio, per cui scusate se mi ripeto: tutti e tre i personaggi, sono in alcuni documenti di curia, chiamati abati, con riferimento, nel caso dei primi due, alla Cappellania Bagnoli, eretta all'Altare Maggiore di S. Michele di Bagnacavallo, con testamento dell'abate Giulio Cesare Bagnoli, datato 1623; negli estimi del 1677 è indicata la dotazione del beneficio, sotto la denominazione di "Abate Bagnoli".
Quindi i rettori dei benefici ecclesiatici di diritto laicale erano chiamati abati e godevano di tale titolo?
Un cordiale saluto a tutti,
Luca Bagnoli
perdentis non possum, placidus didignor, bagnoli ego sum.