Dell'araldica civica in Italia
Caro fra’ Eusanio e cari membri del Forum,
in attesa di piangere sul saggio che riferisce delle condizioni dell’araldica civica in Italia di prossima uscita in “Nobiltà” segnalatomi da Fra’ Eusanio appunto, Vi offro alcuni spunti critici del Prof. Alessandro Savorelli sul medesimo argomento, che, a suo tempo, avevo trovato molto significativi. Sono presi da ampi saggi storico critici che erano allegati a due volumi, uno del Comune di Siena ed uno del Comune di Ferrara, che illustravano l’avvenuto restyling dei rispettivi stemmi commissionati al noto grafico e designer senese - ma di origine elvetica (retica per la precisione!) - Andrea Rauch.
Scrive Alessandro Savorelli in “Comune di Siena. Manuale per gli standard grafici per la comunicazione istituzionale”:
« (…) Con l’Ottocento un certo revival borghese per gli stemmi civici finì presto per confluire in un apparato di regole definite dagli stati centralizzati, con conseguenze piuttosto negative, controllo d’ufficio, omogeneità burocratica e stilistica, aggiunta di una folla ridicola di ornamenti esteriori banali e non consacrati dalla tradizione, etc. ridussero spesso i vetusti solenni stemmi delle antiche città ad un marchio impiegatizio ed ad una insulsa decorazione kitsch da ballo Excelsior.
Nastri, nastrini, fogliami: una suppellettile inutile ed esuberante, davvero “buone cose di pessimo gusto” che ricordano l’arredamento pompieristico dell’epoca.
In Italia ad esempio la Consulta araldica del Regno (…) introdusse l’uso di corone cosidette “civiche”, già introdotto con grigia uniformità in epoca napoleonica (…) pedantescamente distinte per classi gerarchiche di città e comuni. Non basta lo scudo che si volle tristememente uniformato nella foggia esteriore (un brutto scudo rettangolare detto “sannitico”), si ritenne per giunta povero e nudo ove non fosse circondato da un apparato botanico vagamente classicheggiante (…)
Gli attuali regolamenti risalgono ancora al D.L. del 1943 che si rifà ampiamente purtroppo alla legislazione precedente, ma sono in gran parte chiaramente desueti. Di fatto l’obsolescenza della legislazione nobiliare (alla quale inesattamente è equiparata la regolamentazione dell’ararldica pubblica) ha prodotto una situazione di incuria, si che i decreti presidenziali coi quali viai via si concedono o modificano stemmi comunali non fanno che ripetere stancamente la modestissima prassi degli araldisti di stato sabaudi.
Come nel medioevo alla forma complessa dei sigillo ufficiale tese a contrapporsi il semplice stemma, di fatto oggi per gli usi “esterni” e di rappresentanza è inevitabile che si ritorni ad un amrchio essenziale, libero dagli orpelli ufficiali e dalle superfetazioni di gusto ottocentesco, che è giusto rimangano confinati nella prassi burocratica. (…)
L’Italia a dir vero non è certo all’avanguardia in questo senso: ben altro si è fatto in paesi come l’Olanda, la Germania, la Svizzera, gli stati Scandinavi, ove la confluenza di buone scuole grafiche e di senso storico ha in gran parte rinnovato e aggiornato - talora con esperimenti arditamente moderni - la forma degli stemmi civici, nel rispetto tuttavia della tradizione, e anzi, nei casi migliori, con una interpretazione moderna ed essenziale della sensibilità ararldica originaria, con soluzioni cioé di stilizzata, astratta compostezza, che ha attinto spesso proprio a modelli e forme dell’antichità classica dell’araldica.
Un rinnovamento del genere è da auspicarsi anche nel nostro paese (…)».
Da “Comune di Ferrara. La città e l’immagine”
Anche qui l’Autore commenta il restyling e la semplificazione grafica del modello ufficale dello stemma civico avviato autonomamente dal Comune di Ferrara.
«Se è stato detto che lo stemma di una città è il suo “biglietto da visita” (M. Pastoureau) come ogni altro manufatto anche gli stemmi meritano ogni tanto - magari, perché no, a una svolta di millennio - qualche restauro (…)
Come procedere? Ci servirà, in primo luogo un diserbante. In tempi d’enfasi, in cui la sobrietà era peccato mortale, tempi di tamerici salmastre, ligustri, acanti e altre specie arboree di una botanica esageratamente eroica, una gramigna di fogliami ed altri ammenicoli era cresciuta, quasi a soffocarla, intorno alla “balzana” già dal seicento. Né avremo maggior riguardo per i tralci di quercia ed alloro, le bacche che infestano gli stemmi comunali d’Italia (…)
Mettaimoli a riposo, nella bacheca di un museo non foss’altro che per quell’aria vagamente cemeteriale (…) Da quest’operazione di bonifica resteranno così, isolati nella loro semplictà, gli elementi essenziali caratterizzanti il segno della città: la corona e lo scudo (…)».
Mi perdonerte le lunghe citazioni, getto il sasso nello stagno e non aggiungo al momento altro se non i miei saluti più cordiali.
F.J. von Trotta
in attesa di piangere sul saggio che riferisce delle condizioni dell’araldica civica in Italia di prossima uscita in “Nobiltà” segnalatomi da Fra’ Eusanio appunto, Vi offro alcuni spunti critici del Prof. Alessandro Savorelli sul medesimo argomento, che, a suo tempo, avevo trovato molto significativi. Sono presi da ampi saggi storico critici che erano allegati a due volumi, uno del Comune di Siena ed uno del Comune di Ferrara, che illustravano l’avvenuto restyling dei rispettivi stemmi commissionati al noto grafico e designer senese - ma di origine elvetica (retica per la precisione!) - Andrea Rauch.
Scrive Alessandro Savorelli in “Comune di Siena. Manuale per gli standard grafici per la comunicazione istituzionale”:
« (…) Con l’Ottocento un certo revival borghese per gli stemmi civici finì presto per confluire in un apparato di regole definite dagli stati centralizzati, con conseguenze piuttosto negative, controllo d’ufficio, omogeneità burocratica e stilistica, aggiunta di una folla ridicola di ornamenti esteriori banali e non consacrati dalla tradizione, etc. ridussero spesso i vetusti solenni stemmi delle antiche città ad un marchio impiegatizio ed ad una insulsa decorazione kitsch da ballo Excelsior.
Nastri, nastrini, fogliami: una suppellettile inutile ed esuberante, davvero “buone cose di pessimo gusto” che ricordano l’arredamento pompieristico dell’epoca.
In Italia ad esempio la Consulta araldica del Regno (…) introdusse l’uso di corone cosidette “civiche”, già introdotto con grigia uniformità in epoca napoleonica (…) pedantescamente distinte per classi gerarchiche di città e comuni. Non basta lo scudo che si volle tristememente uniformato nella foggia esteriore (un brutto scudo rettangolare detto “sannitico”), si ritenne per giunta povero e nudo ove non fosse circondato da un apparato botanico vagamente classicheggiante (…)
Gli attuali regolamenti risalgono ancora al D.L. del 1943 che si rifà ampiamente purtroppo alla legislazione precedente, ma sono in gran parte chiaramente desueti. Di fatto l’obsolescenza della legislazione nobiliare (alla quale inesattamente è equiparata la regolamentazione dell’ararldica pubblica) ha prodotto una situazione di incuria, si che i decreti presidenziali coi quali viai via si concedono o modificano stemmi comunali non fanno che ripetere stancamente la modestissima prassi degli araldisti di stato sabaudi.
Come nel medioevo alla forma complessa dei sigillo ufficiale tese a contrapporsi il semplice stemma, di fatto oggi per gli usi “esterni” e di rappresentanza è inevitabile che si ritorni ad un amrchio essenziale, libero dagli orpelli ufficiali e dalle superfetazioni di gusto ottocentesco, che è giusto rimangano confinati nella prassi burocratica. (…)
L’Italia a dir vero non è certo all’avanguardia in questo senso: ben altro si è fatto in paesi come l’Olanda, la Germania, la Svizzera, gli stati Scandinavi, ove la confluenza di buone scuole grafiche e di senso storico ha in gran parte rinnovato e aggiornato - talora con esperimenti arditamente moderni - la forma degli stemmi civici, nel rispetto tuttavia della tradizione, e anzi, nei casi migliori, con una interpretazione moderna ed essenziale della sensibilità ararldica originaria, con soluzioni cioé di stilizzata, astratta compostezza, che ha attinto spesso proprio a modelli e forme dell’antichità classica dell’araldica.
Un rinnovamento del genere è da auspicarsi anche nel nostro paese (…)».
Da “Comune di Ferrara. La città e l’immagine”
Anche qui l’Autore commenta il restyling e la semplificazione grafica del modello ufficale dello stemma civico avviato autonomamente dal Comune di Ferrara.
«Se è stato detto che lo stemma di una città è il suo “biglietto da visita” (M. Pastoureau) come ogni altro manufatto anche gli stemmi meritano ogni tanto - magari, perché no, a una svolta di millennio - qualche restauro (…)
Come procedere? Ci servirà, in primo luogo un diserbante. In tempi d’enfasi, in cui la sobrietà era peccato mortale, tempi di tamerici salmastre, ligustri, acanti e altre specie arboree di una botanica esageratamente eroica, una gramigna di fogliami ed altri ammenicoli era cresciuta, quasi a soffocarla, intorno alla “balzana” già dal seicento. Né avremo maggior riguardo per i tralci di quercia ed alloro, le bacche che infestano gli stemmi comunali d’Italia (…)
Mettaimoli a riposo, nella bacheca di un museo non foss’altro che per quell’aria vagamente cemeteriale (…) Da quest’operazione di bonifica resteranno così, isolati nella loro semplictà, gli elementi essenziali caratterizzanti il segno della città: la corona e lo scudo (…)».
Mi perdonerte le lunghe citazioni, getto il sasso nello stagno e non aggiungo al momento altro se non i miei saluti più cordiali.
F.J. von Trotta