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Dubbio

MessaggioInviato: sabato 4 novembre 2006, 2:08
da giuseppe.q
Cari amici,
guardando alcune immagini per quanto riguarda le decorazioni cavalleresche ecc... mi è venuto un dubbio....
Nell'araldica ecclesiastica è consentito l'uso di suddette decorazioni? Ho letto un documento di Paolo VI che in qualche modo vieta l'uso della mitria e del pastorale negli stemmi dei vescovi ecc... Ho anche notato però che in Spagna è ancora in uso questo fenomeno.
Ci sono dei documenti che permettono o vietano l'uso di decorazioni di ordini cavallereschi negli stemmi ecclesistici?

Grazie a tutti...

Giuseppe

Re: Dubbio

MessaggioInviato: sabato 4 novembre 2006, 23:01
da fra' Eusanio da Ocre
giuseppe.q ha scritto:...(omissis)...Nell'araldica ecclesiastica è consentito l'uso di suddette decorazioni? Ho letto un documento di Paolo VI che in qualche modo vieta l'uso della mitria e del pastorale negli stemmi dei vescovi ecc...(omissis)...
Giuseppe


...beh, mitra e pastorale :shock: hanno una valenza che è leggermente diversa dalle decorazioni cavalleresche...

Bene :D vale

MessaggioInviato: lunedì 6 novembre 2006, 0:51
da giuseppe.q
Caro Fra Eusanio,
la ringrazio per la sua risposta... ma io volevo sapere un'altra cosa. :?
Buona serata a tutti.

Giuseppe

MessaggioInviato: lunedì 6 novembre 2006, 2:11
da Guido5
Caro Giuseppe,
il tuo dubbio lo risolve in meno di tre righe mons. Bruno Bernard Heim nel suo "L'araldica nella Chiesa cattolica" (LEV, 2000 ma la prima edizione inglese è del 1978): "È loro vietato usare qualsivoglia indicazione di dignità e qualsiasi decorazione secolare, eccettuate le croci di Malta e del Santo Sepolcro" (pag. 110: L'arma dei vescovi).
L'affermazione perentoria trae origine da un decreto della Sacra Congregazione Concistoriale (oggi Congregazione per i Vescovi) del 1915 che - richiamando la mai abrogata costituzione apostolica "Militantis Ecclesiae" di Innocenzo X (1644) che faceva tale divieto ai cardinali - annunciava la decisione di Benedetto XV di estendere tale "assoluta proibizione" a tutti i patriarchi, gli arcivescovi e i vescovi "a meno che una dignità secolare sia annessa alla stessa sede vescovile o arcivescovile, ovvero che si tratti dell'ordine equestre di San Giovanni di Gerusalemme o del Santo Sepolcro".
Un uso legittimo (forse l'unico) della corona in uno stemma ecclesiastico è oggi così quello di mons. Joan Enric Vives i Sicília, "Bispe d'Urgell i Copríncep d'Andorra", quest'ultima carica condivisa con il Presidente della Repubblica francese. Lo stemma del Vescovo spagnolo è riprodotto a http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?p=41742&#41742.

Ciao a tutti!
Guido5

MessaggioInviato: lunedì 6 novembre 2006, 13:35
da giuseppe.q
Caro Guido,
ti ringrazio infinitamente per il tuo chiarimento.
Grazie ancora a tutti voi.

Un saluto

Giuseppe :D

MessaggioInviato: martedì 7 novembre 2006, 16:36
da fra' Eusanio da Ocre
giuseppe.q ha scritto:Caro Fra Eusanio, la ringrazio per la sua risposta... ma io volevo sapere un'altra cosa. :?


Lo so bene! :wink:

Ma nel lasciare la parola a Guido, intanto chiarivo un altro aspetto del discorso, onde evitare che i lettori più distratti accomunassero i concetti.

Bene :D vale

MessaggioInviato: martedì 7 novembre 2006, 17:36
da Guido5
Caro Giuseppe,
devo precisare che, con un successivo decreto della stessa Sacra Congregazione Concistoriale (12 maggio 1951), Pio XII ha vietato l'uso di corone eccetera, "anche se annessi alla sede arcivescovile o vescovile". Un'istruzione di Paolo VI, firmata dal Segretario di Stato card. Cicognani, ha poi imposto di togliere dallo stemma tanto il pastorale quanto la mitra (31 marzo 1969). Chiedo oggi stesso al Vescovo di Urgell se, come forse unico capo di Stato, ha ottenuto una deroga speciale dalla Santa Sede.

Ciao a tutti!
Guido5

MessaggioInviato: giovedì 9 novembre 2006, 13:05
da Giorgio Aldrighetti
Come già evidenziato, sovente, le croci di ordini cavallereschi sono state concesse anche a cardinali e vescovi e tali decorazioni, in particolare quelle dell’Ordine di Malta, dal XVII secolo, figurano, quali ornamenti esteriori, generalmente addossate e sporgenti ai quattro lati dello scudo prelatizio.
L’uso delle insegne cavalleresche nell’araldica ecclesiastica figura regolamentato con il decreto della Sacra congregazione concistoriale del 15 gennaio 1915, dove, tra l’altro, si prescrive che sono permesse solo le croci del Sovrano militare ordine di Malta e dell’Ordine equestre del santo Sepolcro di Gerusalemme.
Ricordiamo, inoltre, che sino al 1951 era consentito timbrare gli scudi ecclesiastici con corone nobiliari . Le corone timbravano gli scudi ecclesiastici, sia da chi teneva pro tempore feudi ecclesiastici, o feudi di origine imperiale, sia da chi proveniva da famiglie titolate. Annotiamo, a tal punto, che nel Triveneto i vescovi titolati, riconosciuti dalla Consulta araldica del Regno d’Italia erano: vescovo di Belluno e Feltre, Conte; vescovo di Padova, Conte di Piove di Sacco; arcivescovo di Trento, Principe, Altezza Reverendissima; vescovo di Treviso, Duca, Marchese, Conte; arcivescovo di Udine, Marchese di Rosazzo; vescovo di Vicenza, Duca, Marchese, Conte. Inoltre, il titolo di Principe, d’uso comune, è stato impiegato, pur in mancanza di un provvedimento da parte della Consulta araldica del Regno d’Italia, per il vescovo di Bressanone (ora Bolzano–Bressanone) e per l’arcivescovo metropolita di Gorizia .
È opportuno, a tal punto, evidenziare che anche diverse diocesi, capitoli, confraternite, monasteri, ospedali, in quanto istituzioni ecclesiastiche, possedevano propri stemmi, che, per la maggior parte, si usano ancora.
Lo stemma dell’arcidiocesi di Gorizia, presente in quel palazzo arcivescovile, così si blasona: “Partito: nel primo di nero alla croce trifogliata a tre traverse, d’argento; nel secondo della contea di Gorizia: trinciato: a) d’azzurro al leone d’oro; b) d’argento a due sbarre di rosso; al capo d’oro all’aquila spiegata di nero, caricata in cuore dello scudetto d’Austria: di rosso alla fascia d’argento, e dalle lettere d’oro M F caricate nell’ala destra e T I nell’ala sinistra, poste in palo. Lo scudo, accollato ad una croce astile semplice d’argento, trifogliata, posta in palo, è timbrato da un cappello con cordoni e nappe (fiocchi) di verde. I fiocchi, in numero di venti, sono disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4. Accollato allo scudo, un padiglione di velluto rosso, soppannato di ermellino, bordato con frange d’oro, annodato ai lati, in alto, con cordoni d’oro, con il colmo timbrato dalla corona di principe del S. R. I” .
Giacomo Bascapè e Marcello del Piazzo , sempre per l’arcivescovado di Gorizia e Gradisca, insignito del principato del Sacro Romano Impero, riportano, invece, la seguente blasonatura dello scudo: “Partito: nel primo (di rosso) alla croce a tre traverse, d’argento; nel secondo della contea di Gorizia: trinciato: a) d’azzurro al leone d’oro coronato dello stesso; b) sbarrato d’argento e di rosso col capo d’Aquileia (d’azzurro all’aquila d’oro)”.
Gli elmi non dovevano figurare nell’araldica ecclesiastica, ma la libertà di pittori e di incisori li pose, seppur raramente, specialmente sugli scudi episcopali.
Precisiamo che con L’Istruzione sulle vesti, i titoli e gli stemmi dei cardinali, dei vescovi e dei prelati inferiori del 1969 , a firma dell’Em.mo sig. cardinale segretario di Stato Amleto Cicognani, all’art. 28 si recita testualmente: “Ai cardinali e ai vescovi è permesso l’uso dello stemma. La configurazione di tale stemma dovrà essere conforme alle norme che regolano l’araldica e risultare opportunamente semplice e chiaro. Dallo stemma si tolgono sia il pastorale che la mitra”. Nel successivo art. 29 si precisa che ai cardinali è permesso di far apporre il proprio stemma sulla facciata della chiesa che è attribuita loro come titolo o diaconia.
Immagine

MessaggioInviato: sabato 11 novembre 2006, 3:09
da giuseppe.q
Buona sera a tutti.
Egr. Sig. Aldrighetti, la ringrazio infinitamente per la sua risposta altamente chiarificatrice dei miei dubbi.
Buona serata e grazie ancora.

Giuseppe

MessaggioInviato: sabato 11 novembre 2006, 22:00
da Giorgio Aldrighetti
Ringraziando per le espressioni usatemi, mi preme meglio precisare che le corone nobiliari scomparvero, quali ornamenti esteriori negli scudi ecclesiastici, in forza del decreto della Sacra congregazione concistoriale del 12 maggio 1951, che prescrisse a tutti gli ordinari di astenersi dall’usare titoli nobiliari, corone e altri segni secolari nei propri sigilli, insegne e stemmi, anche quando fossero annessi alla loro sede arcivescovile o vescovile. Antecedentemente, con il decreto della Sacra congregazione concistoriale del 15 gennaio 1915, si proibivano, invece, solo le corone nobiliari proprie della famiglia del prelato, mantenendo, invece, negli scudi quelle annesse alle rispettive sedi vescovili o arcivescovili.

MessaggioInviato: lunedì 13 novembre 2006, 19:40
da fra' Eusanio da Ocre
Tuttora non risultano ulteriori decreti ufficiali sull'argomento, ma è da ritenersi che la prassi vaticana corrente non incoraggi il pratico utilizzo di timbri laici sugli stemmi prelatizi.

Ancorchè ufficialmente "leciti", nel senso sopra precisato dal sempre completo amico Giorgio, basti pensare al timbro religioso per eccellenza, la tiara... ed alla forma da esso assunta sopra lo stemma del felicemente regnante Benedetto XVI.

Bene :D valete

MessaggioInviato: lunedì 13 novembre 2006, 21:40
da Giorgio Aldrighetti
Ringrazio Fra' Eusanio per le benevoli espressioni usatemi.
Visto che sempre Fra' Eusanio parla di tiara, mi permetto, di seguito, riportare un mio contributo steso all'indomani dell'apparizione dello stemma di Benedetto XVI.
L’Osservatore Romano di giovedì 28 aprile 2005, a pagina 6, porta un ampio articolo di mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arcivescovo titolare di Tuscania, già nunzio apostolico, sullo stemma di Papa Benedetto XVI.
Osservando lo stemma riportato in bianco e nero e leggendo, poi, l’articolo, mi sono reso conto che ci troviamo in presenza di una svolta epocale nell’araldica ecclesiastica, in quanto la tiara non timbra più lo scudo papale. Ma andiamo con ordine.
Lo scudo di Benedetto XVI che era, in precedenza, “inquartato”, contiene delle figure araldiche che egli aveva già nel suo stemma di arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1982), e poi da cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (1982-2005).
Tali figure, caricate ora in un “cappato abbassato”, sono la conchiglia di san Giacomo, il moro di Frisinga e l’orso di Corbiniano, tutti elementi che richiamano le antiche tradizioni della sua patria bavarese e parte del suo vissuto biografico.
La conchiglia, si riferisce anzitutto a una famosa leggenda che riguarda sant’Agostino.
Si racconta, infatti, che mentre questi passeggiava lungo la riva del mare, meditando sull’imperscrutabile mistero della Trinità di Dio, incontrò un fanciullo che con una conchiglia stava versando l’acqua del mare in una piccola buca. A quel punto il santo, sorridendo davanti all’impossibilità di un tale tentativo, si sentì dire dal fanciullo: tanto poco questa buca può contenere l'acqua del mare, quanto poco la tua ragione può afferrare il mistero di Dio.
Allo stesso tempo il simbolo si ricollega alla personalità di Joseph Ratzinger come teologo e all’inizio della sua carriera scientifica. Nel 1953 egli conseguì il dottorato in teologia sotto la guida del professor Gottlieb Soehngen presso l’Università di Monaco con una dissertazione su “Popolo e
Casa di Dio nella Dottrina della Chiesa di sant’Agostino”.
La conchiglia, inoltre, è da secoli il simbolo primario del pellegrino e Benedetto XVI desidera calcare le orme di Giovanni Paolo II, che fu grande pellegrino in ogni parte del mondo.
Come “conchiglia del pellegrino”, fa anche riferimento ad un concetto centrale del Concilio Vaticano II, cioè il “popolo di Dio pellegrinante”, di cui l’allora arcivescovo Ratzinger, e ora Benedetto XVI, si riconosce pastore.
Come arcivescovo egli aveva inserito intenzionalmente questo simbolo nel suo stemma anche come “conchiglia di san Giacomo”, simbolo dei pellegrini di Compostella.
La conchiglia è anche il simbolo caricato nello stemma dell’antico “Convento degli Scozzesi” (“Schottenkloster”) a Ratisbona, dove ora si trova il seminario diocesano. In questo modo essa ricorda anche una tappa della vita del Papa e la sua attività come docente di teologia.
Dal 1969 fino alla sua nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga, egli, infatti, insegnò Dogmatica e Storia dei Dogmi presso l’Università di Ratisbona.
L’altra figura è il “moro di Frisinga”, “Caput Aethiopum” (la testa di un etiope): la testa di moro coronata caricava lo stemma dell’antica Diocesi-principato di Frisinga nel 1316 ai tempi del vescovo Corrado III, e successivamente ripresa da tutti gli arcivescovi di Monaco e Frisinga, a partire dal 1817 anno del “Concordato Bavarese”, che segna l’atto di nascita della Arcidiocesi.
Vi è infine l’orso con il basto, il cosiddetto “orso di Corbiniano”.
Esso si riferisce a una leggenda relativa al vescovo Corbiniano, giunto da Arpajon, nei pressi di Chartres, intorno al 724 per annunciare il Vangelo nell’antica Baviera, il quale viene venerato come padre spirituale e patrono dell’Arcidiocesi.
In particolare di lui si racconta una leggenda legata al suo secondo viaggio verso Roma, allorché un orso attaccò e divorò la sua bestia da soma. Si racconta che il Santo comandò allora alla belva di portare fino a Roma il suo bagaglio, prima di lasciarlo libero una volta giunto a destinazione.
Una nota dell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga, diffusa in questi giorni, così spiega: “Il significato è chiaro. Il cristianesimo ammansì e addomesticò il selvaggio paganesimo e pose così nell’antica Baviera i fondamenti di una grande cultura”.
L’orso di Corbiniano, come ha affermato lo stesso Ratzinger, richiama anche una delle meditazioni sui Salmi di sant'Agostino (354-430), per la precisione quella ai versetti 22 e 23 del salmo 72 (73), in cui Agostino vedeva espressi “il peso e la speranza della sua vita”, così come “il carico del suo servizio episcopale”: “Un animale da tiro sono davanti a te, per te, e proprio così io sono vicino a te”.
L' orso con il carico, che sostituì il cavallo, o più probabilmente il mulo di san Corbiniano, divenendo - contro la sua volontà - il suo animale da soma, non era e non è un’immagine di quel che deve essere e di quel che sono? “Sono divenuto per te come una bestia da soma e proprio così io sono in tutto e per sempre vicino a te”, scriveva il cardinal Ratzinger.
Per la blasonatura, mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, sempre nell’articolo de L’Osservatore Romano, così recita: “Lo scudo dello stemma papale può quindi essere descritto (“blasonato”) secondo il linguaggio araldico nel seguente modo: Di rosso, cappato di oro, alla conchiglia dello stesso; la cappa destra, alla testa di moro al naturale, coronata e collarinata di rosso; la cappa sinistra, all’orso al naturale, lampassato e caricato di un fardello di rosso, cinghiato di nero”.
A tal riguardo mi sia permesso evidenziare che nel disegno, in bianco e nero, dello stemma di Benedetto XVI, che figura ne L’Osservatore Romano, di giovedì 28 aprile, manca, tra l’altro l’indicazioni degli smalti, ad esclusione del di rosso (le fitte linee verticali) e del d’argento (che non porta alcun segno); il “cappato”, poi, è abbassato in quanto la cappa scende oltre la metà dei due lati dello scudo; per la conchiglia bisogna precisare che è quella di S. Giacomo; non trovo corretto, ancora, descrivere con “cappa destra” e “cappa sinistra”; per la testa di moro, mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, sempre nel saggio, scrive testualmente: “testa di moro al naturale (ovvero di colore bruno)”; mi sia, invece, consentito affermare che, in araldica, le teste di moro vanno, naturalmente, smaltate di nero.
Sempre mons. Cordero Lanza di Montezemolo omette, poi, nella blasonatura, che la corona risulta “all’antica, a sei punte visibili” e la presenza di un anello nell’orecchio della testa del moro.
L’orso passante, ancora, è nella positura in banda e nello scudo non figura cinghiato.
Per il lampassato di rosso, ricordo che non figura il simbolo di tale smalto nel disegno, in bianco e nero, dello scudo, come, d’altro canto, la conchiglia non porta il tratteggio di oro, bensì d’argento; lo stesso dicasi per i campi…
Mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, riporta, infine, nel suo saggio, solo la blasonatura dello scudo e non degli ornamenti esteriori.
Il motto di Benedetto XVI rimane: «Cooperatores Veritatis», ma non compare nello stemma papale, secondo la comune tradizione degli stemmi dei Romani Pontefici.
Alla fine della prima decade di maggio, poi, è comparso lo stemma, con gli smalti a colori, nel sito ufficiale della Santa Sede http://vatican.va e, di conseguenza, per la prima volta, ho potuto vedere lo stemma “colorato”.
Per tale arme propongo la seguente blasonatura: “Mantellato rialzato : nel 1°, di rosso, alla conchiglia di S. Giacomo, d’oro; nel 2°, d’oro, alla testa di moro al naturale , coronata all’antica di dieci punte (sei visibili), collarinata, il tutto di rosso, con l’orecchio anellato d’oro; nel 3°, d’oro, all’orso passante, al naturale, di bruno , posto in banda , lampassato e caricato di un fardello, il tutto di rosso, con il fardello alla croce di sant’Andrea di nero.
Lo scudo è accollato dalle chiavi pontificie, una d’oro e l’altra d’argento, decussate, addossate, gli ingegni, traforati a forma di croce, in alto, rivolti a destra e a sinistra, e legate da un cordone di rosso, terminante, d’ambo le parti, con una nappa dello stesso. Lo scudo è timbrato dalla mitra d’argento, ornata da un montante e da tre traverse d’oro, la prima al capo, l’ultima, movente dalla punta; dalla mitra pendono due infule svolazzanti di rosso e frangiate d’oro, caricate ciascuna da una crocetta greca, dell’ultimo; lo scudo è accollato in punta dal pallio d’argento , frangiato di nero, a tre croci greche, patenti, di rosso ”.
Come si vede, tra gli ornamenti esteriori dello scudo del Romano Pontefice, compaiono, novità assoluta, la mitra ed il pallio , mentre figurano le chiavi e scompare la tiara .
Siamo in presenza, quindi, di una svolta epocale nell’araldica ecclesiastica, in quanto la tiara ha sempre timbrato lo scudo papale, fin dagli albori dell’araldica.
Nel mentre convengo che dal pontificato di Paolo VI, la tiara non è stata più usata come copricapo, sostituita dalla mitra , rappresento, però, il vivo rammarico dello sparuto numero di araldisti, nel veder scomparire per sempre quello che è stato il più insigne fra gli ornamenti esteriori araldici ecclesiastici.
Ma nella vita terrena, ovviamente, nulla è inamovibile.

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