da Cawdor » venerdì 14 aprile 2023, 19:57
La granata del primo Alfonso
Grande appassionato di armi, tanto da farsi costruire una propria armeria all’interno del Castello e da provvedere lui stesso alla realizzazione di alcuni ordigni, il Duca
Alfonso I – al potere a Ferrara tra il 1505 e il 1534 – scelse come propria insegna quella della “granata svampante”, una palla da cannone da cui fuoriescono tre lingue
di fuoco. Un esemplare di questo emblema è ancora oggi visibile sul capitello di una colonna in marmo, che si trova sulla cosiddetta Loggia degli Aranci del Castello
Estense.
Paolo Giovio, nel suo Dialogo dell’imprese militari e amorose, descrisse tale “impresa” come «una palla di metallo, piena di fuoco artificiale che svampava per
certe commessure» 62, capace di rompersi facendo gran fracasso. All’immagine così strutturata mancava però il motto: ancora secondo il vescovo di Nocera, esso «gli fu
aggiunto dal famoso Ariosto, e fu: Loco et tempore. E fu poi convertito in lingua francese per più bellezza dicendo: A lieu et temps» 63.
L’immagine della granata di Alfonso si ritrova però anche sui già menzionati pilastri della chiesa di San Cristoforo alla Certosa 64, ed anche sui soffitti a cassettoni del
piano inferiore di Palazzo Schifanoia. Si può ipotizzare, quindi, che questo emblema fosse già conosciuto ed in parte anche usato in epoche precedenti, ma che abbia
acquisito poi un’importanza particolare proprio con Alfonso, il quale probabilmente ne fece il simbolo del proprio stile di vita.
62 P. GIOVIO, 1978, (1555), p. 88.
63 IBID.
64 Fig. 19, p. 278.
[...] come già ricordato, spicca la “granata svampante” che Alfonso, duca di Ferrara, portò alla battaglia di Ravenna 87
87 Cap. I, p. 26-27., fig. 19, p. 278 [...]
[...] In particolare, alla contrada di San Benedetto viene attribuita l’insegna del diamante, appartenuta ad Ercole I; a Santo Spirito, si collega la granata svampante di Alfonso I;
l’idra simboleggia il rione di San Giorgio; mentre la lince bendata di Leonello orna gli stendardi del rione di San Giovanni. [...]
[...] Tali immagini
sono scolpite su due scudetti, analogamente a quanto si può riscontrare al piano nobile, dove – nel loggiato cosiddetto “degli Aranci” – si può notare su una colonna la
riproduzione della granata svampante di Alfonso I. [...]
[...] Oltre agli emblemi di Borso – FIDO e unicorno – sui pilastri della chiesa di San Cristoforo, posta al centro del complesso, si distinguono anche il diamante di Ercole I
e la granata svampante di Alfonso I198
198 Figg. 46 e 47, p. 291; fig. 19 p. 278; fig. 48, p. 292 e figg.49, p. 292 e 94, p. 314. [...]
[...] Benati indica tra gli affreschi di Finale anche la “granata svampante”, insegna adottata da Alfonso I a partire dal 1505: non si tratta però della versione diffusa a Ferrara – la
tradizionale palla di cannone da cui escono tre lingue di fuoco, visibile ad esempio in Castello, sul capitello di una colonna della Loggia degli Aranci – ma di una variante a
me finora ignota, che secondo Roberto Ferraresi – ricercatore finalese e responsabile del locale Museo Civico che si trova al piano terra della Rocca – sarebbe detta anche
“sole coperto dalle nubi” e che in effetti presenta una forma raggiata seminascosta da un insieme di nubi, indicanti forse il risultato di una esplosione 256.
Come ricorda anche Gian Luca Tusini nella recentissima pubblicazione dedicata alle Rocche di Finale in età estense, il problematico simbolo non è stato mai riscontrato
nel repertorio degli emblemi della casata 257 .
Se tale immagine corrispondesse alla granata alfonsiana, o quantomeno ad una sua versione più corsiva, la datazione del ciclo pittorico risalirebbe dunque al primo ‘500,
e dimostrerebbe che anche il duca Alfonso, come Borso ed Ercole prima di lui, nell’affidarsi alle “imprese” dipinte per comunicare i propri programmi politici si
rifaceva a simboli già usati dai suoi predecessori, stabilendo un collegamento tra se stesso e la tradizione di famiglia, e sottolineando un comune intento della Casa d’Este
verso il benessere e la prosperità dei feudi ad essa affidati.
256 Fig. 64, p. 299.
257 G.L. TUSINI, 2009, p. 92 [...]
[...] In tutte le immagini di fornaci a noi pervenute, sembra inoltre essere molto chiaro l’elemento delle lingue di fuoco che fuoriescono dalle imboccature: si tratta di un
particolare che si ripete anche nell’emblematica estense, sia nella borsiana “bacinella con le fiamme”, che nella “granata fiammeggiante” di Alfonso I.
Lo stesso frontespizio del De pirotechnia – la cui prima edizione risale al 1540, dunque qualche anno dopo la scomparsa del terzo Duca di Ferrara – mostra, in basso a
destra, una coppia di forni caratterizzati dalla fuoriuscita di tre lingue di fuoco, proprio come avviene nella “granata” alfonsiana. Il Biringuccio, nella sua descrizione
della fornace, sottolinea in effetti la presenza di «quattro pendini verso le bande di fuore (…), donde hanno da uscir le fiamme»398, che, a causa della visione frontale, non
vengono mai rappresentate tutte insieme: così anche nelle “imprese” ferraresi, in cui il fuoco si vede solitamente provenire da tre punti diversi, e talvolta anche da una bocca
alla sommità, nel caso della “bacinella”.
398 V. BIRINGUCCIO, 1550 (II ed.), c. 51r [...]
[...] Il De re metallica viene edito per la prima volta nel 1556, dodici anni dopo la morte di Alfonso I d’Este e quasi un secolo dopo la scomparsa di Borso. Si tratta di un’opera di carattere tecnico, considerata come il primo trattato nel campo delle miniere e della metallurgia, caratterizzata dalla presenza di oltre 290 xilografie, alcune delle quali mostrano varie tipologie di fornace, dalla più semplice in laterizio399, a quella costruita direttamente nei pressi della miniera400, a modelli più complessi, usati per la partizione e la raffinazione dei metalli401. Si può osservare come questi forni, spesso di forma circolare, siano sovente rappresentati nell’atto di emettere dalle numerose bocche alcune lingue di fuoco e di fumo, analogamente alle fiammeggianti “imprese” note a Ferrara come la “bacinella” e, più avanti, la “granata”.
E’dunque probabile che dietro alla misteriosa “impresa” di Borso indicata con il nome di “bacinella con le fiamme” – le cui particolarità sono state riprese dai suoi
successori, Alfonso su tutti, per ribadire un rapporto privilegiato degli Estensi con il fuoco e la sua potenza – si nasconda in realtà una fornace, strumento per il lavoro del
ceramista, del vetraio, ma anche di un altro personaggio che può definirsi in certa misura un artigiano: si tratta dell’alchimista.
399 G. AGRICOLA, 2003, (1556), p. 176, fig. 91, pag. 313.
400 IBID., p. 282,
401 IBID., pp. 377; 384, fig. 92, p. 313 [...]
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COORDINATORE Prof. Carlo Peretto La rappresentazione del potere nell’età di Borso d’Este: ”imprese” e simboli alla Corte di Ferrara
Dottorando Tutore Dott. Irene Galvani Prof. Ranieri Varese
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