Sempre scettico e diffidente di quando il triste pachiderma burocratico-leguleio voglia impicciarsi di araldica, la diffidenza si fa timore oggi dato che chi ne capisce davvero, "absit iniuria verbis" - escludendo fin da subito i tanti appassionati delle "regolette" tardo ottocentesche o chi ha letto qualche datato prontuario ottocentesco che non resistono poi a spacciarsi temerariamente per grandi "esperti" - nel 2014 sono davvero pochini, e, temo, che scarseggino ancor di più tra gli onorevoli membri del potere legislativo.
Ma, detto questo, trovo già gigantesca e a suo modo difficilmente applicabile la dizione apparentemente scontata «in conformità con i princìpi e con le regole dell’araldica italiana» come se davvero ne sia mai esistita davvero una
I territori che 150 anni fa giunsero ad avere un'unità statuale - per tacere dei pezzi aggiunti via via sino al 1918 - al contrario, per secoli se si guarda alla loro vera araldica, quella storica, viva a quell'epoca, sono stati la sommatoria più variabile, mutevole, anarcoide e indefinibile di consuetudini araldiche del tutto differenti tra loro, nonchè, ancora, assai mutevoli nel tempo.
Il rischio assai reale insomma, unendo le "competenze" del legislatore e la complessità di una materia sottovalutata dai più, è chissà cosa ne potrebbe sortire. Tremo già, mi par di vederli gli "esperti" col metro e col centrimetro, come bravi geometri dello stemma, a misurare le inclinazioni degli elmi, la posizione della gorgiera, più in alto, più in basso, l'altezza dei pennacchi, i moduli degli scudi e altre amenità del genere che la burocrazia dell'araldica non ha mai risparmiato agli stemmi.
Fortunatamente, visti i tempi grami e le necessità ben più drammatiche del Paese - spero che i relatori lo dicano sottovoce che si stanno occupando di questa grave emergenza nazionale

- sarà uno delle tante proposte di legge depositate e rimaste li a far nulla.
Saluti a tutti,
F.