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Rappresentazione di smalti e pellicce

MessaggioInviato: sabato 24 maggio 2003, 9:23
da sebpasq
Egregi Sign.
tra le tante domande che mi sono rivolto sull'araldica, la più frequente è questa: come è stato deciso in passato la rappresentazione grafica di uno smalto o una pelliccia?
Se per esempio per il rosso le linee verticali possono richiamare in qualche modo le fiamme del fuoco o per l'azzurro le linee orizzontali possono far pensare all'orizzonte del cielo e per l'argento al colore dell'argento, negli altri casi secondo voi come si sarà scelta la rappresentazione?
Spero che qualcuno abbia un'idea o delle testimonianze a proposito.

Saluti.

MessaggioInviato: martedì 27 maggio 2003, 2:25
da fra' Eusanio da Ocre
Egregio collega,
la sua ipotesi sulla genesi dei tratteggi araldici del rosso e dell'azzurro è suggestiva, ma la storia della loro introduzione e del loro uso è assai meno poetica. Il problema di indicare il colore anche negli stemmi disegnati in bianco e nero nacque prestissimo, con i primi araldi che nel '300 (e forse anche prima) iniziarono a farcire le loro cronache con disegni al tratto destinati a rimanere acromi (i miniaturisti avevano altre necessità ed altri mezzi). Su campi e figure vennero sovrapposti lettere di tutti gli alfabeti, cifre, i più diversi gruppi di lettere e numeri, oppure simboli di tutti i generi, il cui uso da parte dei singoli araldi trovava giustificazioni eterogenee (con le iniziali dei nomi dei colori, anche in lingue diverse o antiche; con appellativi derivati da tradizioni cromatiche prearaldiche; con mitologie e fantasie di qualunque tipo :shock: ).
Purtroppo, però, nessuno di questi metodi prevalse sugli altri, e la confusione regnava sovrana; una stessa lettera indicava colori diversi :? , a seconda di chi la usava.
Con l'introduzione della stampa, gli stemmi vennero spesso resi con incisioni su legno, nelle quali campi e figure venivano spesso riempiti con tante linee parallele fra loro e disposte lungo gli assi dello scudo (cioè in verticale, in orizzontale ed in obliquo). La cosa nacque come fattore puramente estetico, ma piacque, e gli araldisti la fecero propria, ma ognun per sé. La confusione quindi rimase, però soltanto fino alla prima metà del XVII secolo, quando un araldista italiano, il gesuita Silvestro da Pietrasanta, pubblicò la sua monumentale Tesserae gentilitiae applicando con rigore e su vasta scala (l'opera è una quasi enciclopedica raccolta illustrata di stemmi, blasonati uno ad uno) il metodo che poi :P tutti gli altri adottarono, e che usiamo ancor oggi universalmente.

Bene :D vale

MessaggioInviato: martedì 27 maggio 2003, 16:52
da sebpasq
Egregio collega
la ringrazio per la preziosa risposta: è interessante sapere che l'autore di quello che oggi è il modo di rappresentare graficamente gli smalti e le pellicce dell'araldica sia un italiano. Un giorno spero di riuscire ad avere sottomano quest'importante opera da lei citata, per cui se mi vorrà fornire un indizio su dove potrei trovarla, la ringrazierei.

Saluti.

MessaggioInviato: martedì 27 maggio 2003, 22:18
da T.G.Cravarezza
Gentili Signori,
vorrei ricordare a tutti un topic aperto tempo addietro dal preparato Mauro Valerio riguardante proprio la figura del Gesuita Silvestro da Pietrasanta:
http://www.anticheopinioni.it/Forum/viewtopic.php?t=11
Cordialmente