Grembiato o gheronato

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Re: Grembiato o gheronato

Messaggioda curiosa » sabato 19 aprile 2008, 14:51

Te lo ripeto anche qui: resta Fritz, non andartene!!!
..."dica di più chi vane frasi ha da spendere,
io non vanterò ciò che non intendo vendere" (W.S.)
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Re: Grembiato o gheronato

Messaggioda Sigillum1 » domenica 20 aprile 2008, 0:27

Gentile prof. Tibaldeschi, seppure con qualche ritardo, sento di doverle questo intervento, essendo stata coprotagonista (con la mente piuttosto che con l’animo) del dibattito cui ha solo recentemente preso parte per via di una sua scelta terminologica che non conoscevo.
Come osservava Marilisa recentemente, ed in altro contesto, ciascuno infine opera in piena autonomia le proprie scelte, seppure nell’ambito di una quadro metodologico condiviso e dunque è soltanto per meglio motivarle le mie (e non certo per riaprire un dibattito per parte mia definitivamente chiuso) che a lei, e al dott. Bedini, che pone un quesito sulla bibliografia più recente, propongo qualche e finale considerazione sul tema, ad integrazione dei miei interventi e di quelli di Guido che, mi pare, condivide il mio pensiero.
1. Non vedo proprio perché dal grembo posso derivare il grembiato e dal gherone invece non possa derivare il gheronato…
2.Trovo curioso che proprio in questo forum, l’opera della Consulta araldica del Regno, e dunque anche il vocabolario del barone Manno, non occupino un posto privilegiato nella gerarchia delle fonti (uno dei miei vangeli, il prof. Cencetti, ebbe a dire sulla sua opera parole che rappresentanto tuttora, a mio avviso, le fondamenta dell’Araldica moderna)
3. Credo, ma non ho controllato, dott. Bedini, che il termine gheronato sia stato utilizzato, in questo secolo, per tutta la documentazione (uno dei vangeli di questo forum) prodotta dalla Consulta araldica del Regno (nel R. Decreto del 13 aprile 1905 (n. 234) si approvava un Regolamento Tecnico-Araldico nel quale si disponeva (art. 1°) che « la Consulta Araldica, nella descrizione degli stemmi ed in altre occorrenze, si atterrà alle diciture contenute in uno speciale Vocabolario Araldico, da essa compilato ed approvato con Decreto Ministeriale »).
4. Ancora il questo secolo, oltre che dal Manno, che presumibilmente operò la scelta fra i due termini, il gheronato è utilizzato, almeno da Guelfi Camaiani (Dizionario), Caratti di Valfrei (Dizionario), Bascapè Del Piazzo (Manuale: a mio giudizio il più autorevole in lingua italiana attualmente sul mercato), Atlas (altra fonte di un qualche rilievo nella letteratura araldica), Ceramelli Papiani (nella sua prima versione cartacea edita dal Ministero per i Beni culturali, Archivio di Stato di Firenze), di Montauto (Manuale). Un cordiale saluto. Silvia
Silvia
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Re: Grembiato o gheronato

Messaggioda carlo tibaldeschi » mercoledì 30 aprile 2008, 15:15

Gentile e Cara Professoressa,
un ritardo parzialmente incolpevole il mio, del quale comunque mi scuso fortemente. La lontananza di alcuni giorni, la non-frequentazione del Forum (mi hanno dovuto avvertire di questo Suo rilancio sull’argomento) e la doverosa attenta lettura di tutti gli interventi che hanno illuminato il dibattito, mi hanno portato via una gran quantità di tempo.
Ho ripercorso tutto il lungo, snervante, macerante e lacerante cammino, fatto in altro ambito in compagnia del mio compagno di avventura, a proposito di questi due termini così come di mille altri.

Non sarò breve, ma ciò perché desidero dare a Lei, coinvolgendo tutti coloro che hanno dato un contributo alla presente discussione, relazione circostanziata di una scelta. Scelta che tale è stata e che intende comunque rispettare, pur non condividendole, quelle diverse fatte da altri.

Fanno dunque la loro comparsa in epoca imprecisata in araldica DUE DIVERSE espressioni grafiche: una di forma triangolare con base sul bordo del campo e vertice in cuore; un’altra di forma più complessa della quale vengono dati (la definizione è tratta dal Larousse) i precisi connotati: “pièce formée de deux lignes diagonales partant des angles du chef et qui rejoignent un pal”.
Esse vengono rispettivamente denominate l’una GIRON, l’altra GOUSSET. L’araldica, così come il suo linguaggio, deve moltissimo alla Francia. Nel momento in cui l’una e l’altro si diffondono ad altri paesi, proprio qui cominciano i mali di pancia.

In passato avevo sempre ritenuto poco dubitabile il fatto che esse in origine si rifacessero a due pezzi di un tessuto, del tipo quale che fosse, di forma diversa, DIVERSA sottolineo, forme che non vanno in alcun modo confuse l’una con l’altra.
Cerchiamo di capire da dove è stato cavato il nome per ciascuna di esse.

Giron. Sostantivo dai significati molteplici. Il Du Cange, richiamato da alcuni partecipanti, fa la storia etimologica della parola, la quale indica un pezzo di tessuto di forma triangolare, cosa che ho sempre ritenuto realistica e convincente. Gli interventi fruttuosi dell’onorevole Moderatore, di Lei stessa, di Federico, Guido 5, Bedini e di molti altri hanno gettato lumi di colore e intensità diversi sulla questione, ma uno in particolare mi ha colpito. A causa della sua forma Fra Cesare ricorda il significato nella lingua francese di “SCALINO triangolare”. Diable d’un homme! mi verrebbe voglia di dire (sempre che Belzebù sia d’accordo, trattandosi di un religioso), a me non era mai venuto in mente!
Sono andato a vedere i testi di architettura medievale di Viollet Le Duc, ed è vero: il GIRON ed il GIRONNÉ hanno senza alcun dubbio l’apparenza rispettivamente dello scalino e della scala a chiocciola visti in pianta.

Cosa significa in francese GIRON? Oltre a “scalino”, appena considerato (propriamente la pedata, non l’alzata), ed a pezzo di tessuto sul quale si sono appuntati le attenzioni di tutti, esso significa GREMBO, inteso sia in senso proprio che in senso figurato. Le espressioni giron maternel (grembo materno), se blottir dans le giron de sa mère (rannicchiarsi in grembo alla madre) oppure rentrer dans le giron de l’Église (rientrare nel grembo della Chiesa) ne chiariscono ad abundantiam il senso. Per estensione, avvertono gli etimologi, prende lo stesso nome, appunto, il lembo di veste che ricopre quella porzione di corpo.
La traduzione in ambito araldico di giron, ha generato nella lingua italiana due differenti versioni linguistiche che si contendono il campo facendo sprecare inchiostro ed energie. L’una di forma “francese” – qualcuno degli intervenuti lagnava l’uso di francesismi – resa col termine GIRONE, detto pure GHERONE, l’altra, direttamente tradotta in italiano in una delle sue accezioni, resa col termine GREMBO.

Qualcuno – credo Guido 5 – riferiva le definizioni del Devoto-Oli. Nella edizione del 1972 leggo:
GIRONE: 1); 2); 3); 4) In araldica sinonimo di grembo; 5).
GHERONE: 1) Ciascuno dei due lembi triangolari ecc. 2) In araldica pezza onorevole in forma di pergola in cui però l’intervallo fra i due bracci divaricati è pieno; 3)...
GHERONATO: lemma scomparso nell’edizione 1972.
GREMBO: 1); 2); 3); 4) 5), 6) Figura araldica in forma di triangolo che ha la base su un lato dello scudo ed il vertice al centro.
GREMBIATO: dello scudo araldico diviso in sei, otto, dieci, dodici o sedici triangoli con le basi sui lati ed i vertici al centro, di due smalti alternati.
Dal che si deduce che tra l’edizione precedente citata e quella del ’72 sono intervenuti dei ripensamenti o degli approfondimenti che hanno fatto variare l’impianto delle definizioni, che sono le stesse del vocabolario Treccani riportate da qualcun’altro.

Ma chi lo ha detto che il GIRON, IN ARALDICA, non in lingua, rappresenti obbligatoriamente un pezzo di tessuto e niente altro, ancorché la sua forma triangolare possa correttamente rifarsi al termine GHERONE nel senso di lembo di tessuto?
Le pezze araldiche (molto meno le figure) possono essere in effetti rappresentazione più o meno sublimata di qualcosa di materialmente preciso (basterebbe ciò che si racconta sulla banda/balteo o sulla fascia/cingolo, interpretazioni che a me francamente piacciono molto molto poco), ma niente e nessuno impedisce di pensare che certe forme siano invece state “ispirate” da immagini che qualcuno aveva negli occhi e che poi vennero tradotte in raffigurazioni araldiche.

In questo caso, a mio parere, è stato dato un nome ad una pezza e non viceversa.

Leggere l’araldica in termini linguistico-etimologici è assolutamente necessario, ma farlo in modo esclusivo e preclusivo è una trappola nella quale non si deve cadere.

Gousset. Sostantivo dai diversi significati: il Larousse gliene conferisce ben quattro, fra i quali quello che ci interessa in araldica e che ho già riferito sopra.
Una domanda corrispondente a quella fatta per Giron: Perché una certa pezza araldica è stata chiamata così?
Il GOUSSET è un pezzo dell’armatura medievale in uso fino alla metà del XV secolo, in maglia metallica, di forma variabile da quadrangolare a trapezoidale o un poco diversamente sagomata a seconda della sua destinazione, da collocarsi per rinforzo nei punti meno protetti dalla corazza. Esso veniva fissato al robusto corpino in tessuto trapuntato indossato sopra la camicia di lino.
Charles J. FFoulkes (The Armourer and His Craft: From the XIth to the XVIth Century, London 1912, pag. 161) alla corrispondente voce inglese GUSSETS li elenca in otto tipi diversi (otto perché talvolta diversi destro/sinistro): per l’ascella, per la faccia interna del gomito, per quella posteriore del ginocchio, per il collo del piede.
Il Dizionario della Lingua Francese della Zanichelli traduce:
GOUSSET: 1) taschino; 2) (arald.)gherone; 3) (armi ant.) guardascella.
Lo Zingarelli riporta: guardascella - 1 (sm.) Parte delle armature che proteggeva le ascelle. Generalmente in maglia di ferro era in vigore tra il XV e il XVI sec.”.
L’Encyclopédie Médiévale compilata sull’opera e sui disegni di Viollet le Duc non si sofferma in modo specifico sul gousset, ma alla voce ARMURE cita un ms dell’ultimo XIII secolo presso la Bibliothèque Nationale intitolato “Pèlerinage (sic) de la vie humaine”. Di tale ms riproduce una vignetta, alla fig 24, la cui didascalia nell’originale dice: “Elle prit un gambeson”. Cosa si vede? La mano che porge il “gambeson” (il robusto corpino di cui sopra) rinforzato da un evidentissimo GOUSSET ascellare che riproduce pari pari il GOUSSET araldico.

In questo caso, a mio parere, a differenza di quanto è avvenuto per il GREMBO, l’oggetto è divenuto pezza araldica.

Ci si deve chiedere perché mai essa si sia guadagnato il nome italiano di GHERONE affibbiatole – così credo – dal Crollalanza e dagli studiosi che afferivano al suo gruppo. Non è facile precisarlo, ma certo fu sfortunatissima scelta, visti i pasticci che ha portato con sé, col generare cioè un pastrocchio linguistico che ha disorientato una quantità di araldisti mai trovatisi nella condizione di esaminare compiutamente la questione.
È invero possibile che quegli studiosi siano stati indotti dall’assimilazione del gousset, fatto di maglia di ferro, ad un rinforzo di tessuto in fibra tessile, oppure influenzati dal suo significato attuale (taschino: “avoir le gousset vide” = essere al verde), significato che solo il buon Caratti di Valfrei seppe cogliere col suo “tasca” (l’orologio da taschino è denominato fra i collezionisti “montre gousset”). Oppure, in subordine, che abbiano voluto vedere nella forma di quella pezza, non riconosciuta nella sua vera natura, un richiamo alla punta della lancia e ritenuto di ricalcare così l’etimo del termine, quello ahimè già usato per indicare il lembo di tessuto.

Tra i molti autori citati nella discussione, uno tra i pochissimi che, oltre al Crollalanza, ha saputo fare differenza fra il GREMBO, detto sconvenientemente anche GIRONE, ed il GOUSSET detto sconvenientemente in italiano GHERONE, è il Santi Mazzini. Tutti gli altri ne hanno cancellato il nome ed il significato, compiendo in tal modo un’operazione storicamente per nulla corretta.

Lei, Gentile Professoressa, intende giustamente rifarsi in primis al Manno ed al suo Vocabolario Ufficiale. Non fu certo difficile al Manno – con tutti i meriti di studioso di alto rango che io sono il primo a riconoscergli – imporre il proprio modo di vedere, di pensare, di parlare in campo araldico. All’epoca del Regolamento e del Vocabolario egli era da 25 anni (ossia dal 1880) Commissario del Re presso la Consulta Araldica. Dalla sua posizione di forza fu ovvio l’accoglimento dell’Art. 1 del Regolamento, compilato da lui, e del suo Vocabolario, compilato da lui. Vocabolario nella cui prefazione, fra i tanti autori citati, il Crollalanza ed i suoi – che pure negli ambienti dell’araldica si erano fatti un bello spazio –, non comparivano minimamente, ma ove tuttavia il Manno dichiarava molto onestamente che non intendeva “imporre a nessuno, fuori che a se stessa [alla Consulta], questo VOCABOLARIO ARALDICO. Deciderà il lungo uso penes quem est ius et norma loquendi”.

Personaggio non facile né tenero il Manno, in dissidio coi colleghi genealogisti ed araldisti italiani e persino col Franchi Verney che lo aveva preceduto alla Consulta, l’uno e l’altro ben ripagati nel Dizionario Storico-Blasonico edito nel 1886 dal Crollalanza. Questi infatti si impipò altamente della loro posizione nel più alto organo tecnico del Regno, evitando di citarli nella prefazione e senza neppure ricordarli ad nomina nelle rispettive famiglie.

Non mi sento affatto un devoto del Crollalanza, ormai sorpassato e anche barbogio, ma non posso non rispettarne l’opera, la dedizione e la metodologia di studio, sentimenti che non posso certo far mancare anche al Manno ed ai tanti altri meritevoli studiosi che hanno dato un forte e generoso contributo alla mia pur modesta formazione.

L’insegnamento di un Maestro venerato può portare con sé, senza alcuna vergogna, carenze, scorrettezze, imprecisioni, limiti, errori. Un Vocabolario non è un Vangelo e può contenere benissimo carenze, scorrettezze, imprecisioni, limiti, errori. Anche la Costituzione della Repubblica, a sessant’anni di distanza, ha bisogno di essere cambiata: lo dicono le persone più rispettabili e più vincolate alla sua osservanza.
Il fatto che solo pochissimi degli studiosi di araldica abbiano tenuto conto della differenza tra due figure assolutamente diverse senza coglierne le improprietà linguistiche e senza cercare di sciogliere gli aspetti che ho cercato qui di chiarire, non è necessariamente una colpa, però è indiscutibilmente un errore.

Il temine GREMBO potrà essere giudicato poco opportuno ma è tutt’altro che sbagliato, poiché esso ha tradotto il francese Giron senza italianizzarlo improvvidamente in Girone o Gherone, l’uno e l’altro termini troppo adatti a generare confusioni, come si è visto. Acquisito da un lungo uso, ha il diritto di mantenere la sua individualità verbale nel linguaggio araldico.
Il termine GHERONE, infelicemente ma definitivamente entrato nell’uso ad indicare una pezza rara quanto si vuole, ha la nascita segnata dalla facile confusione terminologica, ma anch’esso ha il diritto di vivere onoratamente nel linguaggio araldico proprio perché, fatta pulizia delle assonanze teminologiche inquinanti, definisce una pezza completamente diversa dalla sua .... concorrente.

Il grembo, per la sua forma e la sua limitata dimensione, si può moltiplicare nel campo e dare origine alla convenevole partizione GREMBIATO.
Il gherone, per la sua forma e per la sua dimensione, non può moltiplicarsi nel campo e non può dare origine alla convenevole partizione GHERONATO, termine che pertanto non ha motivo di esistere.

Non posso non complimentarmi con Lei, cara Professoressa – a Lei mi sono rivolto stimolato dalla Sua amabile sollecitazione personale – e con tutti coloro stati in grado di arrivare in fondo a questo lunghissimo scritto. Che mi piace immaginare convincente e che, se convincente non sarà stato, farà ricadere su di me la responsabilità ma non certo l’intenzione di ritornare in alcun modo sull’argomento. E felicitarmi con Fritz/Federico per avere sollevato un quesito di tanto peso specifico e di tanto successo. Lei, Fritz, ha ragione: le questioni di ... principio non hanno mai...fine. Felicissima battuta che mi ha dato il destro di produrmi in questa lunghissima tiritera, anch’essa senza fine (ma ormai mi sento stimolato a confezionare il tutto come articolo su Nobiltà), e in più di trastullarmi con allegri calembours sulle “questioni di principio” e sulle “questioni di merito” e sui “meriti” di coloro le sollevano e sul “fine” che si va ricercando e la “fine” che non si raggiunge....e via andare.

Un vivissimo cordiale, e perché non amichevole?, saluto. Carlo Tibaldeschi
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Re: Grembiato o gheronato

Messaggioda Sigillum1 » mercoledì 30 aprile 2008, 17:51

Gentile professore,
la ringrazio per l'attenzione nei confronti del mio intervento che aveva l'unico scopo di spiegarle sin nei dettagli storici, la mia posizione, tenacemente sostenuta nel corso di una discussione che, come le dicevo, non ho interesse a riprendere, anche perchè, per quanto il linguaggio araldico mi interessi molto, sono certa che potremo continuare a coltivare, anche insieme, il nostro interesse per la disciplina, pur dissentendo, in qualche caso, sui vocabolario.
Mi limito a poche osservazioni che il suo complesso intervento mi conduce a verbalizzare:
Credo che il Manno abbia tentato di tradurre i termini araldici francesi in buon italiano: non li ha italianizzati né tradotti letteralmente, come alcuni fecero: il termine girone è solo una letterale e pessima traduzione del termine giron, mentre il termine gherone è una buona traduzione, non letterale, dello stesso termine; il termine gherone esisteva già, infatti, nella lingua italiana (non è un francesismo come lei e il nostro frà Cesare amate sottolineare), e la forma descritta dai dizionari è del tutto corrispondente a quella del giron francese; non ugualmente agevole mi pare il rimando al grembo, che, a mio avviso, poco opportunamente scelto (come del resto osserva anche lei), è stato correttamente sostituito, e può, sempre a mio avviso, essere conservato solo in omaggio ad un maestro (altri termini malamente italianizzati sono stati a lungo usati, ma confido che vengano rapidamente aboliti e sostituiti (il capriolo!!!!).
Non ho chiarezza sulle origini della pezza francese e le confesso che le tante ipotesi messe in campo nei secoli su questi temi, mi sono sempre apparse, per la gran parte, leggendarie quanto certe affascinanti ma incredibili genealogie, ma, trattandosi di un triangolo, fatico proprio a rilevare improprietà linguista nella sua traduzione con un termine (gherone) che un triangolo è nella lingua italiana; e poiché si tratta di un triangolo, con base su uno dei lati dello scudo, non vedo affatto la ragione per cui non potrebbe originare un gheronato.
Temo di non sapere, purtroppo, alcunchè, sui dissidi fra Araldisti fra XIX e XX secolo, e mi limito, per pura ignoranza del tema, ad affidarmi alla mia limitatissima ma concreta esperienza d’uso del lavoro del Manno, confortata in questo dalle valutazioni metodologiche di Cencetti e alle considerazioni espresse.
Con l’aiuto di Fritz, chissà, avremo forse modo, in futuro, di incontrarci di nuovo in questo piacevole e stimolante salotto, ne sarò lietà…e la ringrazio sin d’ora. Un cordiale saluto. Silvia
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