...e soprattutto, caro Pier Carlo, si tratta di una delle fonti primarie dalla quale si ricavano preziose testimonianze araldiche, a volte irreperibili altrove.
Gli esempi che hai prescelto sono legati ad uno stesso titolare, ma ne mostrano due stemmi diversi: il primo ce ne dà l'arma di famiglia
(d'argento, allo scaglione di rosso, accompagnato da tre teste e colli recise di drago [al naturale]), che il secondo
quasi ripete ma abbinandola ad un'altra secondo l'uso britannico
(inquartato: nel 1° e 4° d'argento, allo scaglione diminuito ed accompagnato da tre teste e colli strappate di drago, il tutto di rosso; nel 2° e 3° d'argento, alla fascia diminuita ed accompagnata da tre losanghe, il tutto d'azzurro. Cimiero:
una testa e collo di cervo).
Essi ben rendono l'idea delle principali difficoltà che l'araldista incontra nello studio di queste testimonianze:
- le piccole dimensioni in cui gli artisti sono costretti ad operare rendono a volte difficili da fare, e da leggere, gli stemmi: ne risentono in particolare la forma delle figure (specie negli stemmi complessi, o comunque ricchi di elementi) e gli smalti (talvolta mal resi, o niente affatto tratteggiati);
- gli artisti, in particolare quelli più vicini a noi nel tempo, possono avere scarse o nulle cognizioni di araldica, il che può riflettersi anche vistosamente sui loro lavori. Questo problema, per la verità, esiste da quando l'araldica è nata (e per la sua rilevanza ed i suoi risvolti meriterebbe una discussione a sé), ma è particolarmente acuto nei tempi e nei luoghi dove essa ha perso di popolarità;
- normalmente non è dato sapere a quale fonte araldica l'artista abbia attinto, cosicché (come nei due casi qui proposti) mani diverse realizzano stemmi diversi... a scorno

e diletto

di noi studiosi!
Insomma, ne abbiamo da parlare...
Bene

vale