Egregio collega,
la sua ipotesi sulla genesi dei tratteggi araldici del rosso e dell'azzurro è suggestiva, ma la storia della loro introduzione e del loro uso è assai meno poetica. Il problema di indicare il colore anche negli stemmi disegnati in bianco e nero nacque prestissimo, con i primi araldi che nel '300 (e forse anche prima) iniziarono a farcire le loro cronache con disegni al tratto destinati a rimanere acromi (i miniaturisti avevano altre necessità ed altri mezzi). Su campi e figure vennero sovrapposti lettere di tutti gli alfabeti, cifre, i più diversi gruppi di lettere e numeri, oppure simboli di tutti i generi, il cui uso da parte dei singoli araldi trovava giustificazioni eterogenee (con le iniziali dei nomi dei colori, anche in lingue diverse o antiche; con appellativi derivati da tradizioni cromatiche prearaldiche; con mitologie e fantasie di qualunque tipo

).
Purtroppo, però, nessuno di questi metodi prevalse sugli altri, e la confusione regnava sovrana; una stessa lettera indicava colori diversi

, a seconda di chi la usava.
Con l'introduzione della stampa, gli stemmi vennero spesso resi con incisioni su legno, nelle quali campi e figure venivano spesso riempiti con tante linee parallele fra loro e disposte lungo gli assi dello scudo (cioè in
verticale, in
orizzontale ed in
obliquo). La cosa nacque come fattore puramente estetico, ma piacque, e gli araldisti la fecero propria, ma
ognun per sé. La confusione quindi rimase, però soltanto fino alla prima metà del XVII secolo, quando un araldista italiano, il gesuita Silvestro da Pietrasanta, pubblicò la sua monumentale
Tesserae gentilitiae applicando con rigore e su vasta scala (l'opera è una quasi enciclopedica raccolta illustrata di stemmi, blasonati uno ad uno) il metodo che poi

tutti gli altri adottarono, e che usiamo ancor oggi universalmente.
Bene

vale