Riprendo il filo della discussione per aggiungere alcuni elementi che sono emersi proseguendo le ricerche.
Per prima cosa, inserisco per intero le note trovate nel sito Araldica Civica che illustrano alcune informazioni sugli emblemi civici insieme a una rappresentazione cronologica delle diverse raffigurazioni storiche dello stemma, così da mapparne l'evoluzione visiva:
Per sfuggire alle incursioni devastatrici dei barbari, gli sparuti abitanti della colonia romana, allineata presso la via Postumia, si rifugiarono nel più profondo del bosco infestato però da lupi voracissimi e quindi assai pericolosi. Da ciò venne “Vicum Luparium”, cioè villaggio di cacciatori di lupi.
Gli antichi abitatori, infatti, vestiti di pelli di montone, una volta catturato il lupo, lo portavano festanti in mostra nei paesi vicini. Era per tutti una grande festa e le catture degli animali venivano riportate nei registri parrocchiali che parlano frequentemente anche di intere greggi sbranate dalle belve.
La Deputazione Comunale di San Martino di Lupari nel 1850, per mettere in debita luce quanto su esposto, scelse come stemma un rovere a simbolo della Foresta Scandolara che si estendeva a sud del territorio, da Onara a Fratte, per una quarantina di chilometri quadrati. Alla destra (araldica) dell’albero fu rappresentato il tipico cacciatore altomedioevale vestito di pelli e munito di lancia, nell’atto di uccidere il lupo, ad evidenziare quindi il toponimo stesso del Comune e quello della frazione Lovari, da “lovo” che in veneto significa appunto lupo.
L’orlo rosso, che fin dall’origine cinge lo scudo, fa sintetico riferimento al molto sangue versato dai Luparensi in varie occasioni.
Ricordiamo non solo gli assalti delle belve, ma anche le invasioni barbariche e gli eventi bellici dei scoli XII, XIII e XIV causati dalla posizione geografica di frontiera di San Martino di Lupari tra le fortezze padovane (Cittadella) e trevigiane (Castelfranco Veneto).
Giancarlo Scarpitta ha portato nel 1982 all’ufficializzazione i simboli ottocenteschi, regolarizzando la forma dello scudo e gli ornamenti esteriori prescritti dalla normativa in vigore. Vennero invece mantenute le figure e le loro posture all’interno dello stemma. Ciò fu imposto, al fine di facilitare la concessione dello stemma invocando un uso continuato di oltre un secolo.
In precedenza, il Municipio fece sempre uso di uno stemma senza corona turrita e rami fogliati. Lo scudo era di forma appuntata con il lembo superiore formato da due line concave.
In passato fu anche proposto di adottare l’emblema dei nobili da Campreto (o Campretto) che nella frazione omonima possedevano un castello distrutto da Ezzelino da Romano nel 1246. Il di Crollalanza così riporta nel Dizionario Storico-Blasonico la descrizione dell’arma della famiglia: “d’oro al capriolo (scaglione) di nero”. La pratica non ebbe però seguito.
Lo stesso Giancarlo Scarpitta propose un gonfalone regolamentare con i colori “rosso ed azzurro”, già tradizionali per i Luparensi.

Per quanto riguarda i dati ufficiali, ho trovato che l'Archivio di Stato riporta: «Decreto 1984-06-20 DPR, concessione di stemma e gonfalone». Come giustamente evidenziato da
Cawdor nel suo intervento, il virgolettato presente nello Statuto (anche alla luce della nota a piè di pagina dello stesso) dovrebbe essere proprio la trascrizione letterale della blasonatura ufficiale dello stemma e del gonfalone nella concessione. Purtroppo, non sono riuscito a recuperare il bozzetto.
Uscendo un attimo dal caso specifico, trovo davvero intrigante l'intero argomento del “
campo di cielo”. Nel Dizionario di Araldica Civica, la definizione generale di Campo di cielo è:
«Quando il fondo dello scudo è dipinto al naturale, come in un paesaggio, azzurrato con o senza nubi.»
Consultando le raccolte scansionate dell'Archivio di Stato e confrontando diverse blasonature con i relativi bozzetti ufficiali, ho notato una costante generica (che prescinde quindi dal nostro caso specifico): in molti stemmi civici in cui la blasonatura recita espressamente "campo di cielo", il bozzetto dell'epoca si presenta a tinta unita, senza sfumature o nubi. Al contrario, alcune delle versioni moderne "aggiornate" di quegli stessi comuni mostrano evidenti sfumature e gradienti.
A questo proposito, vorrei condividere alcuni dubbi e ipotesi che mi sono venuti sull’uso di un campo di cielo a tinta unita:
- L'uso della tinta unita nei bozzetti d'ufficio era/è legato alla necessità di garantire la leggibilità delle figure, specie nei timbri a secco/inchiostro o nelle riproduzioni monocromatiche (in bianco e nero)?
- Si vuole in realtà intendere “azzurro chiaro” ed è utile per differenziarsi dall'azzurro araldico standard, magari per evitare di sovrapporre figure azzurre (come un mare o un fiume) su uno sfondo dello stesso smalto così come per evitare che l’azzurro del gonfalone sia uguale all’azzurro dello stemma?
- Magari la maggior parte dello stemma è al naturale ed è prassi che lo sia anche la parte del campo?
- Fino a che punto l’artista o il grafico moderno hanno licenza di inserire o levare sfumature e nuvole prima di violare la rigida schematicità della blasonatura?
Che ne pensate?