Nobiltà Civica

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Nobiltà Civica

Messaggioda Marcof » martedì 20 giugno 2006, 20:33

Un difficile argomento che potrebbe turbare i sonni estivi di cultori ed apassionati potrebbe riguardare la difficile materia riguardnte la Nobiltà Civica.

Già Mistruzzi di Frisinga e prima l'Arnone hanno fornito pregevoli informazioni riguardo l'argomento, poichè il Diritto Nobiliare, in quanto Diritto, è Diritto positivo.

L'Arnone, a suo tempo , pubblicò un elenco, presumo ormai notissimo, di città alle quali la Consulta Araldica riconobbe il Patriziato o la Civica Nobiltà; non conosco però i criteri che la Consulta utilizzò per la compilazione di tale elenco.

Stringendo il campo, noto che nel documento della Consulta manca la Città di Casale Monferrato che, a suo tempo, ebbe un Senato cui potevano accedere solo esponenti di famiglie con determinati requisiti - more nobilium ultra centenario ad esempio.

Come possono esser considerate, stante la situazione poco sopra descritta, le famiglie che esprimevano senatori?

Per maggior chiarezza mi riferisco al periodo antecedente la chiusura del Senato ad opera di Guglielmo Gonzaga, chiusura che dovrebbe essere avvenuta nel 1570.

Restando nel difficile campo della Nobiltà Civica rimane la curiosità riguardo a come considerare l'Anzianato o il Consiglio degli Anziani della Parma Medioevale; ingenerava nobiltà negli appartenenti? Personale? Trasmissibile? ..................................

Grazie
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Messaggioda FP » martedì 20 giugno 2006, 21:16

Mi unisco alla richiesta del Signore...Qualche chiacchierata sull'argomento non fa male! :wink:
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Messaggioda Morello » mercoledì 21 giugno 2006, 11:08

Colgo l'occasione per proporvi questo quesito. La città di Ortona (CH) risulta infeudata dal 1525 circa al 1734. Quindi non vi fu nobiltà civica, tra l'altro il titolo di nobile o patrizio di Ortona, non è mai esistito o riconosciuto. Nel 1764 il Sovrano riforma il decurionato dividendolo in tre ceti, ma mentre il 2° viene definito "dei Civili" ed il 3° "del Popolo", il 1° dov'erano confluite sia le poche famiglie nobili che le casate di "distinta civiltà", non viene definito "dei Nobili", non viene specificato nulla. Non credo si sia trattato di una svista, ma questo mi fa pensare che il mancato riconoscimento della nobiltà cittadina in Ortona, risalga proprio a questo provvedimento ed alla infeudazione della città, visto che la documentazione decurionale antecedente il 1584 è andata perduta. Voi che ne dite? Serafini
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Messaggioda Lasa pur dir » mercoledì 21 giugno 2006, 11:41

Serafini ha scritto:Colgo l'occasione per proporvi questo quesito. La città di Ortona (CH) risulta infeudata dal 1525 circa al 1734. Quindi non vi fu nobiltà civica, tra l'altro il titolo di nobile o patrizio di Ortona, non è mai esistito o riconosciuto. Nel 1764 il Sovrano riforma il decurionato dividendolo in tre ceti, ma mentre il 2° viene definito "dei Civili" ed il 3° "del Popolo", il 1° dov'erano confluite sia le poche famiglie nobili che le casate di "distinta civiltà", non viene definito "dei Nobili", non viene specificato nulla. Non credo si sia trattato di una svista, ma questo mi fa pensare che il mancato riconoscimento della nobiltà cittadina in Ortona, risalga proprio a questo provvedimento ed alla infeudazione della città, visto che la documentazione decurionale antecedente il 1584 è andata perduta. Voi che ne dite? Serafini


Sto svolgendo, stimolato dalle conversazioni con l'amico MCT, uno studio sul concetto di nobiltà a Lanciano città regia, fino alla vendita da parte della Corona nel 1640, vendita comunque oggetto di un lungo contenzioso.

Dagli Statuti non risulta alcuna divisione in ceti. L'ingresso al Decurionato cittadino, che dal 1515 venno ristretto a 72 membri per ordine del Re (su richiesta, secondo lo storico Bocache "dei migliori" della città) era condizionato o all'essere nati nella città oppure al possedervi beni stabili per un valore di 50 ducati.

Il Bocache parla di due classi, una formata da coloro che possedevano la laurea dottorale, notai, medici, chirurghi, pubblici mercanti di fondaco, e capi mastri d'arte meccanica con pubblica bottega e non meno di 4 aiutantie che viene definita " dei migliori", e l'altra invece formata da artefici, mercanti e agricoltori.

C'è ancora molto da ricercare e da capire, sia sul ruolo delle famiglie nobili titolate che pure vivevano in città ma che parrebbero escuse dalle magistrature cittadine sia ad esempio come si spiega la presenza di una confraternita che accetteva "solo nobili" tra le sue fila e che conservava presso la sua sede gli stemmi di tutte le famiglie "nobili" della città, purtroppo sciaguratamente dispersi negli anni '50.

Purtroppo la ricerca è solo agli inizi e le fonti non sono moltissime.
Sarebbe interessante un confronto con la vicina Ortona.

Sempre cordialmente.

Domenico Maria d. B.
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Messaggioda Morello » mercoledì 21 giugno 2006, 12:14

Il compianto Dino Pacaccio, che fece interessanti studi sul Cinquecento ortonese, mise in luce una riduzione del Decurionato nel 1592 credo da 60 a 40 elementi. Da alcuni riscontri sembrerebbe che almeno sino al 1616 il Decurionato di Ortona (infeudata dal 1525), fosse formato sia da famiglie di nobiltà feudale o almeno di origine nobile (poche), da diversi esponenti che esercitavano le arti liberali (dottor fisici, giudici a contratti, notai, U. J. D.), e dal popolo, ma dovremmo pensare al popolo grasso, benestante, possidente. La documentazione riprende nel 1691 e si nota subito una diminuzione verticale di membri (20/24), quasi tuuti appartenenti a famiglie nobili o di distinta civiltà, il popolo, preticamente risulta estromesso dal governo e dalle cariche cittadine. Le cause,forse, sono molteplici, la peste del 1656, la rivolta masanelliana, una chiusura aristocratica che coinvolse anche altri centri della regione, pensiamo a L'Aquila. La situazione insostenibile, le lamentele, la rivolta per il pane del 1764, la lotta sterile tra le famiglie preminenti per la copertura delle cariche di sindaco e mastrogiurato, determinarono appunto, finalmente, l'intervento del Sovrano, auspice il suo Segretario di Stato Bernardo Tanucci, nel 1765.
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Messaggioda FP » mercoledì 21 giugno 2006, 12:23

Carissimi,
la discussione è davvero molto interessante; parlavamo con l'amico Ferrante, un giorno, della Nobiltà Civica, e in special modo di quella frusinate.

Il libro "Turriziani alias Colonna. Memorie di una famiglia e dei ceti storici di Frosinone tra XV e XX secolo, Roma 2005" del prof. Fernando Giulio Crociani, costituisce un importante spunto per lo studio delle famiglie di Nobiltà Cittadina. In esso si dice che forse a Frosinone non esisteva un vero e proprio album nobilium nel quale le famiglie nobili potevano essere ascritte e l'individuazione di quest'ultime avveniva attraverso i diritti di jus patronatus acquisiti nel XV dalle medesime. All'epoca, infatti, le dodici cappelle della Collegiata di S.Maria Assunta vennero riservate alla nobiltà cittadina.

La questione di Lanciano non è, purtroppo, la sola...Ove non esisteva una vera e propria divisione in ceti lo sforzo da compiere per capire che tipo di distinzioni i nobili locali adoperassero è arduo...Molte volte veniva proibito loro di far parte della magistratura cittadina, altre veniva concesso. Forse l'unico vero tipo di distinzione era quello che scaturiva dagli appellativi di Messer, Illustrissimo, Nobilis Civis, Don, Magnificus, Perillustris Dominus e dall'uso di una cappella gentilizia con diritto di patronato e sepoltura. Alle volte sembra facoltativo anche il possesso di uno stemma visto che alcune famiglie ciociare di vita more nobilium, che comunque avevano patronati nelle chesa principale, non possedevano un vero e proprio stemma ma un emblema (talvolta identificabile con il sigillo di un notaio che faceva parte della famiglia) o non possedevano nulla di tutto ciò.

Ogni volta, purtroppo, ci si imbatte in casi molto diversi...E poi occorre distinguere i documenti che si hanno a disposizione in ufficiali e non ufficiali...I notai, come i parroci, alle volte davano ad alcune persone appellativi altisonanti in segno di stima o di ringraziamento...Ma come comportarsi, ad esempio, nei confronti di un atto del governo cittadino che riporta degli appellativi d'uso nobiliare? E' un atto ufficiale?

Gli interrogativi sono tanti e di certo le questioni vanno valutate una ad una...

Resto in ascolto di altri pareri...
A presto,
fp :wink:
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Messaggioda aristarco » mercoledì 21 giugno 2006, 15:38

Il libro "Turriziani alias Colonna. Memorie di una famiglia e dei ceti storici di Frosinone tra XV e XX secolo, Roma 2005" del prof. Fernando Giulio Crociani, costituisce un importante spunto per lo studio delle famiglie di Nobiltà Cittadina.

Questo asserto è valido solo per l'ambito geografico delineato dal sig. Crociani. Esistono, invero, ben pochi studi sulla nobiltà cittadina, che va analizzata per micro-aree geografiche, evitando fuorvianti generalizzazioni. Il saggio di Cesare Manaresi, più volte segnalato in questo forum, rappresenta una imprescindibile fonte per un approccio scientifico - direi sostanzialmente diplomatico ed archivistico - alla materia.


In esso si dice che forse a Frosinone non esisteva un vero e proprio album nobilium nel quale le famiglie nobili potevano essere ascritte e l'individuazione di quest'ultime avveniva attraverso i diritti di jus patronatus acquisiti nel XV dalle medesime. All'epoca, infatti, le dodici cappelle della Collegiata di S.Maria Assunta vennero riservate alla nobiltà cittadina.

Il signor Crociani evidenzia un criterio sostanzialmente attendibile per l'individuazione del ceto nobile frusinate, in assenza di ascrizioni. Condivido pienamente la limitazione dell'ambito cronologico al sec. XV (e direi, sostanzialmente, anche parte del XVI), poichè - segnatamente dal XVIII sec. - la concessione del giuspatronato è stata aperta anche a strati della popolazione non propriamente nobili: allundo a maggiorenti, in grado di devolvere somme considerevoli per l'acquisizione o - più spesso - la restaurazione ed il miglioramento di benefici pregressi, in capo ad altre famiglie o istituzioni. E' costante della seconda metà del XVIII sec. e del XIX sec. l'acquisto da parte di famiglie di elevata condizione borghese di cappellanie appartenute a famiglie nobili, spesso cadute in bassa fortuna ovvero poco interessate alla conservazione e mantenimento delle stesse. E' evidente la percezione - da parte dei ceti sociali emergenti - del carattere profondamente "legittimante" del possesso di benefici ecclesiastici, ai fini dell'ottenimento di titoli nobiliari. Suggerisco di considerare - a titolo esemplificativo (in questo potrebbe essere di aiuto Davide Shamà) - il "cursus honorum" di una famiglia ora dell'alta nobiltà romana durante i secoli XVIII e XIX: alludo ai Torlonia.

La questione di Lanciano non è, purtroppo, la sola...Ove non esisteva una vera e propria divisione in ceti lo sforzo da compiere per capire che tipo di distinzioni i nobili locali adoperassero è arduo... Molte volte veniva proibito loro di far parte della magistratura cittadina, altre veniva concesso.

Questa affermazione va dimostrata: in particolar modo, sarebbe opportuno conoscere chi - stante l'interdizione ai nobili di accesso alle magistrature civiche - ricopriva le cariche dell'amministrazione cittadina e, particolarmente, quali cariche erano, per così dire, "proibite".

Forse l'unico vero tipo di distinzione era quello che scaturiva dagli appellativi di Messer, Illustrissimo, Nobilis Civis, Don, Magnificus, Perillustris Dominus e dall'uso di una cappella gentilizia con diritto di patronato e sepoltura.


Non necessariamente: l'abuso dei prefissi d'onore è endemico a partire dal XVII secolo e si "aggrava" nel corso del XVIII sec.
I regimi preunitari tentarono in vario modo di arginare questo fenomeno: la Repubblica di Genova cercò di regolamentare l'uso del trattamento di "magnificus dominus", da principio riservato al ceto patriziale, ma in periferia riconosciuto anche al notariato. Maria Teresa emanò un'apposita prammatica in cui sanciva rigide condizioni per l'uso dei prefissi d'onore. Anche in ambito sabaudo furono esperiti tentativi di arginare l'abuso di siffatte titolature ma, in ogni caso, dette restrizioni, mentre furono spesso rispettate nel "centro", furono totalmente disattese nella periferia.

Alle volte sembra facoltativo anche il possesso di uno stemma visto che alcune famiglie ciociare di vita more nobilium, che comunque avevano patronati nelle chesa principale, non possedevano un vero e proprio stemma ma un emblema (talvolta identificabile con il sigillo di un notaio che faceva parte della famiglia) o non possedevano nulla di tutto ciò.

Questo particolare è del tutto inedito e meriterebbe di essere dimostrato con evidenze, plurime e certe. Sono assai riluttante ad accettare la tesi di una dicotomia tra "stemma" ed "emblema", quest'ultimo spesso desunto dal signum tabellionis di un notaio. Lessi qualcosa di simile in una dispensa del compianto prof. Alfred Engelmann, studioso di famiglie lariane, il quale - convinto decostruttore della tesi concernente l'esistenza di ceti nobili nell'area di suo interesse (oltre naturalmente alla nobiltà cittadina comasca) - giustificò l'esistenza di stemmi per famiglie non censite come "decurionali" proprio ricorrendo alla teoria dell'emblema, del segno identificativo, citando come esempio l'insegna dell'oste o la targa dello speziale. Dove esistette un ceto notarile particolarmente influente e, di volta in volta cooptato nell'assetto albergale, giammai accadde nulla di simile: talora fu assunto lo stemma brisato della famiglia titolare dell'albergo.

Ogni volta, purtroppo, ci si imbatte in casi molto diversi...E poi occorre distinguere i documenti che si hanno a disposizione in ufficiali e non ufficiali...I notai, come i parroci, alle volte davano ad alcune persone appellativi altisonanti in segno di stima o di ringraziamento...

Questo conferma il mio precedente giudizio a riguardo dei prefissi d'onore.

Ma come comportarsi, ad esempio, nei confronti di un atto del governo cittadino che riporta degli appellativi d'uso nobiliare? E' un atto ufficiale?

Chi spesso redigeva gli atti del governo cittadino? Un notaio...
Comunque, sulla scorta dei massimari melitensi, resto dell'avviso che la semplice attribuzione di una qualifica nobiliare in un atto ufficiale (aggiungo dopo il XVI sec.) non dimostra di per sè che la persona in questione è nobile nè consente di stabilire l'origine o - quantomeno - la fattispecie di tale nobiltà. E' unicamente indizio di un modus vivendi more nobilium. La questione è stata dibattuta precedentemente (addirittura sottoposta a sondaggio): spero che qualcuno abbia almeno letto i massimari melitensi (molto chiari, forse anche troppo per l'Italia centro-meridionale, e spesso carenti per il resto del nostro territorio).[/b]
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Messaggioda FP » mercoledì 21 giugno 2006, 21:17

aristarco ha scritto:Il signor Crociani evidenzia un criterio sostanzialmente attendibile per l'individuazione del ceto nobile frusinate, in assenza di ascrizioni. Condivido pienamente la limitazione dell'ambito cronologico al sec. XV (e direi, sostanzialmente, anche parte del XVI), poichè - segnatamente dal XVIII sec. - la concessione del giuspatronato è stata aperta anche a strati della popolazione non propriamente nobili: allundo a maggiorenti, in grado di devolvere somme considerevoli per l'acquisizione o - più spesso - la restaurazione ed il miglioramento di benefici pregressi, in capo ad altre famiglie o istituzioni. E' costante della seconda metà del XVIII sec. e del XIX sec. l'acquisto da parte di famiglie di elevata condizione borghese di cappellanie appartenute a famiglie nobili, spesso cadute in bassa fortuna ovvero poco interessate alla conservazione e mantenimento delle stesse.


Confermo; tuttavia in un'epoca quale quella rinascimentale, precedente il Concilio di Trento, spesso non era rispettata una precisa regolamentazione canonica che riguardasse i privilegi di Jus Patronatus. Talora le famiglie privilegiate non venivano neppure menzionate nelle Sacre Visite o nei documenti parrocchiali, mentre già dalla prima metà del Seicento si può parlare di un rigoroso "censimento" delle cappelle sottoposte a tale privilegio, tant'è vero che da allora vengono sempre indicati i titolari ed i "pesi inerenti" sostenuti.

aristarco ha scritto:Non necessariamente: l'abuso dei prefissi d'onore è endemico a partire dal XVII secolo e si "aggrava" nel corso del XVIII sec.


Certamente: ciò non toglie che, anche in questo, la nostra penisola mantenne un certo stato di eterogeneità...

aristarco ha scritto:Questo particolare è del tutto inedito e meriterebbe di essere dimostrato con evidenze, plurime e certe. Sono assai riluttante ad accettare la tesi di una dicotomia tra "stemma" ed "emblema", quest'ultimo spesso desunto dal signum tabellionis di un notaio. Lessi qualcosa di simile in una dispensa del compianto prof. Alfred Engelmann, studioso di famiglie lariane, il quale - convinto decostruttore della tesi concernente l'esistenza di ceti nobili nell'area di suo interesse (oltre naturalmente alla nobiltà cittadina comasca) - giustificò l'esistenza di stemmi per famiglie non censite come "decurionali" proprio ricorrendo alla teoria dell'emblema, del segno identificativo, citando come esempio l'insegna dell'oste o la targa dello speziale.


Credo sia la cosa migliore da fare quando ci si imbatte in questioni del genere; dare un "volto araldico" ad una famiglia di rilevanza sociale è però, a volte, un'impresa.

aristarco ha scritto:Chi spesso redigeva gli atti del governo cittadino? Un notaio...
Comunque, sulla scorta dei massimari melitensi, resto dell'avviso che la semplice attribuzione di una qualifica nobiliare in un atto ufficiale (aggiungo dopo il XVI sec.) non dimostra di per sè che la persona in questione è nobile nè consente di stabilire l'origine o - quantomeno - la fattispecie di tale nobiltà.


Questa affermazione è da prendere un po' col beneficio del dubbio, poichè alle volte il giuramento di magistrati locali può dare maggiore speranza sulla veridicità e sulla bontà dei documenti esaminati. Nei piccoli tribunali locali, per esempio, si doveva mantenere una certa rigorosità e, stando a quanto ho letto, vi era un cerimoniale piuttosto fiscale che tendeva a "legittimare" ancor più l'evento che stava svolgendosi in quella sede. Particolare davvero curioso ed appassionante.
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Messaggioda aristarco » mercoledì 21 giugno 2006, 22:54

Confermo; tuttavia in un'epoca quale quella rinascimentale, precedente il Concilio di Trento, spesso non era rispettata una precisa regolamentazione canonica che riguardasse i privilegi di Jus Patronatus.


Questo lo dice Lei: Le suggerisco di controllare le investiture delle mense vescovili, così si renderà conto del livello di gerarchizzazione e controllo dell’istituto del giuspatronato già durante il XV sec.. Ogni istituzione o passaggio di giuspatronato era sancito dalla stipula di un atto notarile, non necessariamente a cura del notaio curiale. Una minuziosa indagine a partire dalla documentazione notarile consente spesso di studiare l’evoluzione del giuspatronato in processo di tempo: questa disamina è talora agevolata dalla presenza – presso gli archivi diocesani – di regesti posteriori di documenti attinenti alla materia in questione. La bibliografia è invero significativa non solo per l’area lombarda ma anche per il resto d’Italia (cito l’area lombarda perché uno dei più completi e rigorosi studi attiene proprio questo contesto, o meglio, la Rezia minore – che è parte significativa dell’antica diocesi di Como).

Talora le famiglie privilegiate non venivano neppure menzionate nelle Sacre Visite o nei documenti parrocchiali, mentre già dalla prima metà del Seicento si può parlare di un rigoroso "censimento" delle cappelle sottoposte a tale privilegio, tant'è vero che da allora vengono sempre indicati i titolari ed i "pesi inerenti" sostenuti.

Questo dipende dai cosiddetti “casi del ritrovamento” ed è una variabile indefinibile: gli atti delle visite pastorali milanesi – per esempio - sono assai più minuziosi e interessanti anche sotto il profilo degli studi genealogici dei coevi atti comaschi. Questo è il portato degli interessi specifici del presule: chi era più interessato alla funzionalità degli edifici sacri e alla riscossione delle decime, chi invece – oltre ai predetti legittimi interessi – era desideroso di conoscere più approfonditamente la demografia dei singoli luoghi. Comunque, ripeto, chi crede di studiare l’evoluzione di un giuspatronato solo in base alla documentazione di provenienza diocesana segue una metodologia scorretta: bisogna ricorrere anche alla documentazione di origine notarile.

Certamente: ciò non toglie che, anche in questo, la nostra penisola mantenne un certo stato di eterogeneità...

Sarebbe opportuno indicare quali casi suffragano la sua tesi concernente l’esistenza di un certo stato di eterogeneità. Ogni assunto dovrebbe essere accompagnato da evidenze, almeno questa è la metodologia cosiddetta “scientifica”, cui – modestamente – mi attengo da almeno 15 anni di studio e di ricerca.

Credo sia la cosa migliore da fare quando ci si imbatte in questioni del genere; dare un "volto araldico" ad una famiglia di rilevanza sociale è però, a volte, un'impresa.


Le ricordo che esisteva una netta dicotomia tra arma familiare e signum tabellionis, marchio di fabbrica e così via. Caterina Santoro ha censito tutti i marchi di fabbrica dei mercanti milanesi ascritti alla matricola dei lanai dal XIV sino al XVI secolo: tutte famiglie che – in diversa misura – hanno concorso al governo della città esprimendo consiglieri di porta, giudici, consoli di giustizia e magistrati. Questi offici erano appannaggio della nobiltà – o meglio – dei veteres cives. Ebbene, tutte le famiglie censite hanno stemma ed in nessun modo il marchio di fabbrica richiama la morfologia dell’arma. Lo stesso dicasi a proposito del signum tabellionis dei notai genovesi in rapporto alla configurazione degli stemmi alzati dalle singole famiglie che espressero i notai (famiglie sostanzialmente stemmate). Analoghe considerazioni valgono anche per l’area toscana (in senso ampio). Penso che quanto da lei segnalato sia un singolo caso e comunque solo il riscontro di più occorrenze del fenomeno può legittimare l’elaborazione di una teoria.

Questa affermazione è da prendere un po' col beneficio del dubbio, poichè alle volte il giuramento di magistrati locali può dare maggiore speranza sulla veridicità e sulla bontà dei documenti esaminati. Nei piccoli tribunali locali, per esempio, si doveva mantenere una certa rigorosità e, stando a quanto ho letto, vi era un cerimoniale piuttosto fiscale che tendeva a "legittimare" ancor più l'evento che stava svolgendosi in quella sede. Particolare davvero curioso ed appassionante.

Questo suo giudizio sostanzia una messa in discussione della giurisprudenza melitense (non ho fatto altro che ribadirne, in sintesi, la prassi): ammetto la fallibilità umana, ma almeno in questo caso specifico la prego di argomentare ulteriormente la sua tesi, fornendo dati idonei a falsificare (popperianamente) decenni di consolidata giurisprudenza.
Le chiedo l'onere della prova, anche quale membro del SMOM, forse troppo incline ad una passiva accettazione delle consuetudini e poco aperto a tesi che forse inconsciamente categorizzo come "rivoluzionarie" (sono un inguaribile conservatore...).


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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » mercoledì 21 giugno 2006, 23:46

aristarco ha scritto:...(omissis)...Sono assai riluttante ad accettare la tesi di una dicotomia tra "stemma" ed "emblema", quest'ultimo spesso desunto dal signum tabellionis di un notaio...(omissis)...


L'affermazione non è priva di fondamento, appartenendo profondamente sia gli stemmi che gli emblemi all'ubertoso universo del simbolo.

Ma sarebbe ugualmente infondato confonderli fra di loro, stanti le profonde qualificazioni formali e concettuali che caratterizzano l'araldica nei confronti di ogni altra branca della grafica.

Colgo l'occasione per ringraziare te, e tutti gli altri colleghi, per l'elevato livello culturale e civile della presente discussione.

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Messaggioda FP » giovedì 22 giugno 2006, 9:51

Questo lo dice Lei: Le suggerisco di controllare le investiture delle mense vescovili, così si renderà conto del livello di gerarchizzazione e controllo dell’istituto del giuspatronato già durante il XV sec.. Ogni istituzione o passaggio di giuspatronato era sancito dalla stipula di un atto notarile, non necessariamente a cura del notaio curiale [...]

Va bene per l'area lombarda; molte zone, posso benissimo parlarle dell'aquilano, soffrono di carenza di documentazione (e non solo riguardo l'istituto del giuspatronato). Sapevo che occorresse un notaio nell'atto di passaggio da una famiglia all'altra, ma i riscontri che ho trovato (non so spiegarle il perché...) sono stati davvero pochi...

Sarebbe opportuno indicare quali casi suffragano la sua tesi concernente l’esistenza di un certo stato di eterogeneità. Ogni assunto dovrebbe essere accompagnato da evidenze, almeno questa è la metodologia cosiddetta “scientifica”, cui – modestamente – mi attengo da almeno 15 anni di studio e di ricerca.

Certo: ma questa volta non mi riferivo ad un caso specifico, sottolineavo solo il fatto che alle volte, già all'inizio del '700, vi era una forte distinzione tra nobili e non in questo; ad esempio, sempre in atti di tipo locale, ho riscontrato una sostanziale differenza tra i trattamenti riservati ad un magistrato di una famiglia nobile ed uno di una famiglia "borghese". E' chiaro che già sapevo in partenza chi appartenesse all'una o all'altra famiglia.

Questo suo giudizio sostanzia una messa in discussione della giurisprudenza melitense (non ho fatto altro che ribadirne, in sintesi, la prassi): ammetto la fallibilità umana, ma almeno in questo caso specifico la prego di argomentare ulteriormente la sua tesi, fornendo dati idonei a falsificare (popperianamente) decenni di consolidata giurisprudenza.
Le chiedo l'onere della prova, anche quale membro del SMOM, forse troppo incline ad una passiva accettazione delle consuetudini e poco aperto a tesi che forse inconsciamente categorizzo come "rivoluzionarie" (sono un inguaribile conservatore...).


Non gliene faremo una colpa, stante la sua preparazione :D Ad ogni modo, questa volta non ho parlato del SMOM pel semplice fatto che non ho la preparazione sufficiente per entrare nel merito. Ho solo osservato che, qualora si realizzino determinate caratteristiche, un ricercatore può cominciare a togliersi qualche dubbio su quanto sta studiando e trarre finalmente qualche conclusione. Uno studioso già da molti anni avvezzo in tali pratiche, che avesse riscontrato una certa frequenza di appellativi nobiliari in vari atti, a partire da epoche consone, dovrà un giorno prendere atto di ciò che ha trovato...Traendone le giuste conclusioni.
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » giovedì 22 giugno 2006, 13:10

Complimenti per l'alto livello della discussione! :D

Sono felice di potermi confrontare con persone così preparate.

Vorrei sottolineare alcuni punti già da voi espressi:

1. Occorre necessariamente distinguere tra due tipi di "nobiltà civica":

a) debitamente concessa attraverso organi atti a tale funzione nelle città che erano ufficialemente investite. La "nobiltà civica" propriamente detta;
b) ufficiosa nelle città che non erano "seggio di nobiltà";

Va da se che nel secondo caso, per quanto l'uso ufficioso possa essere diventato consuetudine nel corso dei secoli, ci troviamo di fronte, sempre e in ogni caso, ad un qualcosa di non ufficiale.


2. E' impossibile generalizzare la "nobiltà civica" propriamente detta che è contestualizzabile solo nel:

a) territorio di appartenenza;
b) determinato secolo o periodo breve;
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Messaggioda FP » giovedì 22 giugno 2006, 14:32

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Complimenti per l'alto livello della discussione! :D

Sono felice di potermi confrontare con persone così preparate.

Vorrei sottolineare alcuni punti già da voi espressi:

1. Occorre necessariamente distinguere tra due tipi di "nobiltà civica":

a) debitamente concessa attraverso organi atti a tale funzione nelle città che erano ufficialemente investite. La "nobiltà civica" propriamente detta;
b) ufficiosa nelle città che non erano "seggio di nobiltà";

Va da se che nel secondo caso, per quanto l'uso ufficioso possa essere diventato consuetudine nel corso dei secoli, ci troviamo di fronte, sempre e in ogni caso, ad un qualcosa di non ufficiale.


2. E' impossibile generalizzare la "nobiltà civica" propriamente detta che è contestualizzabile solo nel:

a) territorio di appartenenza;
b) determinato secolo o periodo breve;


Non sei da meno nè a me, bieco ma giovanissimo studioso, nè al Sig. Aristarco :D
Ottime osservazioni; per quanto riguarda il punto 1b la questione è più complicata. Ho avuto modo di studiare una famiglia aquilana (i Marinucci) che, insignita almeno dal XIV-XV secolo (sospetto da ancor prima, almeno dal XII sec., ma l'unico documento è reperibile nel Catalogum Baronum) di un titolo signorile, divenne già una famiglia di nobiltà generica acquisendo un elevato modus vivendi con vari diritti di Jus Patronatus e vantando sia in città che nel contado tante proprietà tra ville, palazzi e, in un certo senso, chiese. Ovviamente utilizzava da tempo immemorabile uno stemma semplicissimo, come tutte le antiche famiglie, e i suoi membri erano appellati con i trattamenti nobiliari in ogni occasione, ufficiale o meno. E' chiaro che, benché non fossero ascritti al "patriziato di Aquila", la famiglia avesse ormai un'ufficiale ed evidente nobiltà ab immemorabile.
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Messaggioda mct » giovedì 22 giugno 2006, 14:36

Egregi Signori,
grazie per l'interessante discussione; :wink:
Vorrei semplicemente ricordarvi (-sono in perfetta sintonia con il pensiero di Alessio-) di non generalizzare le "USANZE" del territorio di Appartenenza...
(l'Abruzzo è particolarmente ostico... vero Domenico? :D )
Un saluto
Massimiliano :wink:
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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » giovedì 22 giugno 2006, 15:18

Francesco Pompili ha scritto:Non sei da meno nè a me, bieco ma giovanissimo studioso, nè al Sig. Aristarco :D
Ottime osservazioni; per quanto riguarda il punto 1b la questione è più complicata. Ho avuto modo di studiare una famiglia aquilana (i Marinucci) che, insignita almeno dal XIV-XV secolo (sospetto da ancor prima, almeno dal XII sec., ma l'unico documento è reperibile nel Catalogum Baronum) di un titolo signorile, divenne già dal Cinquecento una famiglia di Nobiltà Civica acquisendo un elevato modus vivendi con vari diritti di Jus Patronatus e vantando sia in città che nel contado tante proprietà tra ville, palazzi e, in un certo senso, chiese. Ovviamente utilizzava da tempo immemorabile uno stemma semplicissimo, come tutte le antiche famiglie, e i suoi membri erano appellati con i trattamenti nobiliari in ogni occasione, ufficiale o meno. E' chiaro che, benché non fossero ascritti al "patriziato di Aquila", la famiglia avesse ormai un'ufficiale ed evidente nobiltà ab immemorabile.


Il discorso sulla nobiltà "ufficiosa" (come l'ho definita prima) è molto interessante. Però su alcuni punti non sono d'accordo con te.

Occorre chiamare il pane, pane e il vino, vino. Una famiglia residente in una città non seggio di nobiltà o non iscritta in nessun elenco, per quanto di vita "more nobilium" non è nobile nel senso proprio del termine. La nobiltà era anzitutto uno status giuridico.

Anzi tutto sgombriamo il campo da possibili equivoci.
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