da aristarco » domenica 25 novembre 2007, 17:18
La nobiltà civica tortonese è stata trattata a fondo in almeno due monografie di indiscusso pregio:
Tortona Insigne, di Aldo Berruti (1978 - il cui ricco archivio è oggi custodito presso la Biblioteca Civica di Tortona)
La nobiltà tortonese secondo la revisione ordinata da Casa Savoia nel 1752 e nel 1776, di U. de Ferrari di Brignano (1932).
Meno affidabili le pur interessanti opere del Carnevale.
La monografia del de Ferrari è fonte primaria per la stesura dell'opera del Berruti.
La società tortonese era suddivisa in due ordini: "de numero militum", la classe della nobiltà, "de numero populi", ossia tutti coloro che non erano inclusi nel predetto ordine.
La nobiltà civica tortonese era di tipo albergale. Il de Ferrari identifica otto alberghi o casate: Casa Montemerlo Gentile, Casa Busseti Guidobono, Casa Soprani, Casa Costantini, Casa Tre Case, Casa Bonvicini, Casa Prina, Casa Nova, quest'ultima riconosciuta dall'imperatore Venceslao nel 1396. Pare che nel 1547 gli alberghi fossero dodici. I documenti rivelano vari sinonimi per designare gli alberghi o case: portici, bussole, urne sono i più frequenti. Dall'ordine dei decurioni si eleggevano i presidi, i rettori e i pubblici ufficiali della città. I requisiti per essere ammessi al decurionato tortonese furono codificati dapprima nella prova di vita civile del padre, avo e bisavolo del richiedente (a Tortona, la vita civile si provava primariamente dimostrando che i predetti ascendenti non avevano esercitato in vita arti vili); successivamente, allo scopo di restringere il novero degli ammessi alla nobiltà civica, alla prova di distinta condizione sociale degli ascendenti predetti si sostituì la prova di nobiltà degli stessi.
Fondamentale, poi, era il consenso dei componenti dell'albergo cui la famiglia chiedeva di essere ascritta.
Nel 1752 Carlo Emanuele III ordinò una revisione del decurionato tortonese, revisione che si risolse nella cessazione del diritto di aggregazione, riservandolo alle sovrane determinazioni. In seguito a tale decreto, solo le famiglie Ricci, Gatti, Caccia di Romentino e Signoris di Buronzo furono aggregate per speciali benemerenze, senza tuttavia essere ascritte ad alcun albergo.
Questa decisione sembrò negare una prassi consolidata. Carlo V e Filippo IV, per esempio, rivolgendosi nei loro atti alla nobiltà civica tortonese, scrivevano: egregis nobilis dilectis, mentre il Tribunale Teresiano, nel 1771, riconobbe il decurionato tortonese. Non va, altresì, taciuto che l'appartenenza alla civica nobiltà tortonese era riconosciuta come titolo primordiale di nobiltà generosa sia dall'Ordine di Santo Stefano (1564) sia dall'Ordine Mauriziano (1578).
A Tortona, tuttavia, esisteva anche una nobiltà "viscontile", legata al vescovo (il Berruti ha identificato molte famiglie) ed una nobiltà di credenza, oltre alla grande nobiltà feduale.
Esisteva, altresì, un elenco delle famiglie aventi diritto di partecipare alla vita pubblica (stilato dal Guasco) e l'obbligo di provanze nobiliari per i candidati al collegio dei giudici e degli avvocati. In quest'ultimo caso, la prova era redatta sotto forma di rogito.
Un elenco, infine, delle famiglie nobili tortonesi fiorenti nel 1293 fu pubblicato nel 1503 negli Annali del sen. Agostino Guidobono.
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