Egregi colleghi,
vorrei puntualizzare che gran parte delle vostre lucide e documentate argomentazioni (fra cui spiccano quelle del Sig. Ardashir) mi trovano in larga parte d'accordo: i concetti di sovranità e di nobiltà, ed ogni loro implicazione ed interconnessione reciproca, si fondano su presupposti storici, sociali e morali indiscutibili e perenni, ai quali ogni appartenente a tali
categorie sociali (non mi azzardo a definirle
classi...)
dovrebbe sempre richiamarsi.
Il condizionale è dovuto sia all'umana fragilità (che ben provoca le
cadute di stile, o come vogliate definirle, cui accennava l'amico Michele), sia al fatto che la società umana è un organismo in continua evoluzione, della quale vi è chi ne trae vantaggio, e vi è chi ne perde.
E non possiamo non ammettere che, purtroppo, sovranità e nobiltà siano attualmente più fra questi ultimi che fra i primi.
Le conseguenze possono ben essere quelle cui accennavo quale esempio: a parità di "regole" (annobilitazione per motivi economici), la Venezia del medioevo e del rinascimento seguiva criteri che l'Inghilterra odierna non riconosce, applicandone a sua volta altri.
Ognuno di noi potrebbe avere valide ragioni per dissentire sia sugli uni che sugli altri: ma ciò non toglie che la realtà sia questa, la quale non di rado prescinde dagli ideali...
Bene

valete