Ciò che manca all'Italia è una "vera" nobiltà?

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Ciò che manca all'Italia è una "vera" nobiltà?

Messaggioda RobertoC » mercoledì 5 aprile 2006, 16:10

Vi sottopongo volentieri il seguente articolo di Blondet, che affronta, in modo molto provocatorio, il tema (scottante, ma reale?) della mancanza di una "vera" nobiltà nell'Italia contemporanea.
C'è di che interrogarsi.
Cordialità.
Roberto Celentano


Ancora sull’eleganza

di Maurizio Blondet

Noi italiani abbiamo un problema.
Un problema di cui non ci rendiamo conto, ma da cui derivano quasi tutti i nostri altri problemi della vita collettiva.
Questo problema si chiama «volgarità».
Basta guardarci.

Siamo volgari nei gusti: pensate al livello di TV che fa «audience» da noi, ai film italiani che fanno cassetta.
Guardate le sfilate del celebrato made in Italy: dovrebbero essere la parata dell’eleganza, e invece sfilano donne da postribolo (con tutti quei veli e nudità da casa chiusa anni ‘50) e ragazzotti da patibolo, quel tipo di ragazzi di vita che i nostri grandi sart frequentano negli angiporti della jet society: orecchino, tatuaggi, teste rasate da galeotti.
Potete immaginare che signori e signore indossino quel tipo di vestiti, poniamo, nei ricevimenti «formali», quelli che in cui s’incontrano le classi dirigenti? Ovviamente no.

Il fatto che questo tipo di moda (o di look) maschile sia adottato con entusiasmo dai nostri figli dovrebbe preoccuparci: orecchino, tatuaggi e teste rasate sono stati per secoli i segni distintivi dei «bravi» di Don Rodrigo, dei galeotti, degli zingari ladri di cavalli, delle ciurme di pirati, «schiuma dei mari».
Le sottoclassi semi-criminali, le meno eleganti della storia.
Non solo siamo volgari: addirittura ne andiamo fieri.

Siamo volgari - cioè poco esigenti, di facile contentatura con noi stessi e con gli altri - anche negli studi, nella moralità pubblica, nella qualità dei nostri politici, nei rapporti col prossimo.

Ci sono delitti tipicamente italiani che nascono dalla pura volgarità.
Casi estremi di maleducazione, che diventano sopraffazione e perfino omicidio. Lanciare sassi dal cavalcavia è, ancor prima che un atto criminale, un atto ignobile. Da vergognarsi.
E così la violenza degli stadi, il vandalismo diffuso, la slealtà e l’arroganza dei politici («lei non sa chi sono io»), l’onnipresente tendenza a «passare avanti», nel senso di accaparrarsi dei vantaggi a svantaggio del prossimo onesto o più educato.
Perché non ci vergognamo?

Non è tutta colpa nostra.
Il fatto è che in Italia, da secoli, per motivi storici, è mancata salvo rare eccezioni, la nobiltà.
Non pensate ai nobili d’oggi, ultimi eredi di glorie di cui sono indegni, che riempiono i rotocalchi con le storie dei loro amori.

Pensate alla nobiltà dell’età cristiana, il Medio Evo.
I nobili erano i cavalieri.
Aderivano al codice d’onore della Cavalleria, creato per loro dalla Chiesa: siccome erano forti, armati e violenti, la Chiesa ingiunse loro di vergognarsi di opprimere il povero e la vedova.
«Valentia e cortesia» era il motto dei cavalieri: la «valentia» (il coraggio) senza «cortesia» (la gentilezza) li avrebbe lasciati quel che erano in origine, energumeni barbari e assassini.
La nobiltà è, nella società, quella classe «che dà l’esempio».
Anche in una società democratica dev’esserci sempre un ceto che si fa imitare per le sue virtù, ossia per le abitudini superiori che coltiva.
All’inizio, i nobili davano l’esempio in guerra.
L’eleganza nel vestire nacque proprio dall’attitudine di sprezzo elegante di fronte alla morte: i cavalieri andavano in battaglia vestiti di rosso e d’oro, come a una festa. Che eleganza!

Ciò richiedeva una disciplina.
Il nobile era colui che moriva per la parola data.
Era questo il suo «onore»; infatti si diceva: «noblesse oblie», la nobiltà «obbliga».
Disse Goethe: «vivere a proprio gusto è da plebeo; il nobile aspira a un ordine e alla legge».
Paradossalmente, ma per secoli, è stato proprio così: la nobiltà si definiva per l’esigenza che si auto-imponeva, per gli obblighi, la disciplina con cui s’addestrava al comando e ad affrontare la morte, non per i diritti di cui godeva.
Quando una società come l’italiana resta per secoli senza veri nobili - e pensate come fu ignobile l’ultimo dei Savoia, scappato dall’Italia abbandonando gli italiani al nemico, l’8 settembre del ’43 - vuol dire che non ha esempi superiori (esigenti) da imitare.
Finisce che imita gli esempi facili e vistosi: come capita agli italiani d’oggi,
che spesso imitano i malavitosi, i violenti e gli arroganti, coloro che hanno la forza ma non la gentilezza.
L’intera società diventa sempre più volgare e «furba».

Naturalmente i nobili avevano i difetti tipici della loro classe: l’orgoglio e la superbia.
Se riuscivano a liberarsene, diventavano più facilmente santi (come san Luigi re di Francia, o la regina Isabella di Spagna), perché fra nobiltà e santità il passo è breve: il detto cristiano «vita est militia», la vita è servizio militare (cavalleresco, fondato sull’onore), li trovava già preparati.
Del resto, i Vangeli sottolineano che Gesù era aristocratico, della casa di Davide, erede di re.
E che Gesù loda i gesti nobili: come quello del centurione, uomo di comando, e «perciò» anche di obbedienza.
E rimprovera le ignobiltà, le meschinità, le piccolezze d’animo, anche nei suoi apostoli: «chi vuol essere il primo, serva», ecco un motto nobiliare.
I soli nobili che l’Italia ha avuto sono i santi.
Hanno dato esempi eccome.
Fondarono ordini religiosi, che si riempirono di loro imitatori.
Ma i santi religiosi danno esempi religiosi.
Il che è essenziale, ma non basta a creare una società.

Occorrono esempi di nobiltà «civile».
Capi che non scappano per primi lasciando i loro soldati alla mercé del nemico, politici che si vergognino di essere sleali verso gli elettori e di rimangiarsi gli «impegni» assunti, la mancanza di parola e d’onore; giudici e potenti che si sforzino ogni giorno d’essere migliori, più educati.
Che restino leali alle leggi anche contro il loro interesse personale, perché la loro carica ve li «obbliga».
Essere nobili, eleganti nella vita, mai contentarsi di quello che già si è, ma «educarsi» a migliorare, disciplinati e rigorosi nel pensiero e nell’azione sì da costituire un esempio civile, può essere una forma nuova di apostolato cristiano.
Una forma di carità alta.
E forse, oggi, assai urgente.
Ultima modifica di RobertoC il mercoledì 5 aprile 2006, 16:29, modificato 1 volta in totale.
RobertoC
 

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » mercoledì 5 aprile 2006, 16:15

Cos'è la fiera dello stereotipo? :shock:

Non sono più volgari gli americani o gli inglesi? .. per non parlare dei cugini francesi o i tedeschi? .. e gli arabi?

Forse sarebbe meglio non generalizzare.. :wink:
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Messaggioda Mic » mercoledì 5 aprile 2006, 17:16

Egr.Signori,
permettetemi di essere d'accordo sia copn il Sig. Roberto, sia con il Prof.Bedini.

E' vero la maggior parte dei cittadini italiani è un pò volgarotta, un tantino incivile.
Ma è pur vero che se noi piangiamo dalle altre parti non si ride di certo.
Infondo noi siamo imortatori di cattivi esempi, ancorchè il nostro stile ITALICO sia unanimemente riconosciuto in tutto il mondo come il più elegante e sobrio.

Ricordo ancora un complimento che mi fecero in occasione del ballo della rosa a Montecarlo circa il mio abbigliamento.
Un signore esternò il suo compiacimento per il tessuto della mia camicia (che per la cronaca era comunissima seta :D ) ed un altro di rimando "certo, è italiano!" :D

Naturalmente l'episodio è specifico, ma credo che sia opinione comune che noi Italiani fuori dalle nostre mura si sia esempi da imitare.

(scusate il mio Nazionalismo :wink: , ma quando c'è di mezzo il Bel Paese sconnetto il cervello e vado avanti con l'Inno di Mameli in testa :D :D )
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Re: Ciò che manca all'Italia è una "vera" nobiltà?

Messaggioda antonio_conti » giovedì 6 aprile 2006, 9:53

RobertoC ha scritto:Anche in una società democratica dev’esserci sempre un ceto che si fa imitare per le sue virtù, ossia per le abitudini superiori che coltiva.


:shock: :shock: :shock: :shock: :shock:
Gentile Celentano,
l'intervento che lei ha riportato meriterebbe davvero molte osservazioni (critiche... da parte mia :roll: ). Ma la frase che ho estratto mi sembra il centro del problema.
Davvero lei crede che ci sia mai stato un ceto da imitare per le abitudini superiori che coltiva :?: . La storia ci insegna che, avendo i mezzi per elevarsi -rispetto ad un popolazione sterminata di sfruttati- spesso membri di case nobili hanno effettivamente dato esempio del peggio possibile, e naturalmente non parlo di oggi 8) .

L'eleganza, la bontà, l'onestà... devono essere valori di tutti e non si può immaginare che un "ceto" ne abbia innanzitutto la titolarità :shock: .
Visto che l'intervento da lei riportato cita valori cristiani, mi permetta di notare che un simile concetto non mi sembra adatto all'Ecclesia dei fedeli.

Gentile Celentano, un intervento come quello che ho letto mi fa dire:
"Viva il 1° comma della XIV disposizione transitoria! " :3:

Cordialmente
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Messaggioda Maria Giulia » giovedì 6 aprile 2006, 10:04

Egregi signori, non posso che concordare con il Sig. Conti, nessuno può essere depositario di un modo di comportamento, ricordiamoci che senza virtù non esiste nobiltà, come così bene indica il Sig. Degli Uberti.
Se mai la posizione "nobiliare" dovrebbe portare a maggiori responsabilità sulle quali ho però molte perplessità, soprattutto nel mondo di oggi e con la "nobiltà" di oggi.
Cordialmente.

Maria Giulia Cantuti.
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Messaggioda pierfe » giovedì 6 aprile 2006, 11:17

Maria Giulia ha scritto:Egregi signori, non posso che concordare con il Sig. Conti, nessuno può essere depositario di un modo di comportamento, ricordiamoci che senza virtù non esiste nobiltà, come così bene indica il Sig. Degli Uberti.
Se mai la posizione "nobiliare" dovrebbe portare a maggiori responsabilità sulle quali ho però molte perplessità, soprattutto nel mondo di oggi e con la "nobiltà" di oggi.
Cordialmente.

Maria Giulia Cantuti.


Condivido in pieno il suo pensiero, anche perchè se la nobiltà poi non è "riconosciuta" forse non esiste più, e se esistesse oggi dovrebbe essere come fu in passato "classe aperta" per non estinguersi.
Per me oggi esistono solo famiglie storiche... perchè la vera storia non la può rubare nessuno.
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Messaggioda Wapro » giovedì 6 aprile 2006, 11:30

Carissimi,

credo che l'articolo riportato descriva perfettamente la situazione "italiana".

Personalmente, dato che la realtà in italia è questa, penso che non dovremmo che esserne felici tutti dato che così, sarà estremamente semplice distinguersi dalla massa, anche a colpo d'occhio.

Io non mi mescolo nei locali pubblici, non guardo certi programmi televisivi (anzi non uso la televisione come mezzo di informazione personale) e scelgo le mie frequentazioni col rischio di rimanere il più delle volte solamente con un pugno di amici. Gli altri li lascio vivere nelle loro "tane" con i loro "idoli".

Le classi sociali sono sempre esistite, oggi la democrazia e il socialismo hanno permesso di mettere nelle mani del più simpatico una nazione. In passato il potere lo si otteneva combattendo. Oggi chi combatte è deriso, chi fa ridere invece è amato, ascoltato e preso come esempio.

L'italia è una nazione giovane, invece esistono i popoli che vivono nella penisola cosiddetta italia, e francamente mi torna difficile pensare che oggi qualcuno sia disposto a combattere veramente per migliorare le cose nel nome di popoli con origini diverse. A morire nel nome di qualcuno che sta sopra di lui e sopra tutti.

Io combatto tutti i giorni perchè i miei figli e la mia famiglia capiscano che non è tutto oro ciò che brilla e che il valore delle idee e degli oggetti è intrinseco e non visivo o deciso dalla massa. Cerco di spiegare, alla mia famiglia, che non sempre le comodità e la vita facile sono la via giusta, cerco di spiegare che è combattendo per ciò in cui si crede, senza farsi influenzare o deridere, sia la via giusta. E non bisogna arrendersi.

Poi chi è stato al potere, chi ha avuto famigliari che hanno combattuto per un ideale, chi ha sofferto sconfitte ect ect, come tutti, è liberissimo di comportarsi come lui vuole, io lo rispetterò per ciò che ha dentro e non per come si veste o come riesce a cercare di vivere (si spera al meglio) in quella che oggi è la "sua" nazione.

Con queste poche righe esprimo solo il mio personale parere e sono sicuro che pochi lo condividano.

Meglio così...

Cordiali saluti a tutti.
Stefano
Wapro
 
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Messaggioda T.G.Cravarezza » giovedì 6 aprile 2006, 12:37

Gentili Signori,
l'articolo riportato precedentemente ha degli spunti che devono essere analizzati.
Concordo con i gentilissimi Mic ed Alessio: l'Italia sarà volgarotta, malvestita, maleducata et cetera, come viene correttamente fatto notare nell'articolo (ormai indossare la giacca e la cravatta solo per fare una passeggiata non è nemmeno pensabile; smoking, frac e tight sono scomparsi; prevalgono jeans, felpe e tute con gli orli sfilacciati), ma allo stesso tempo, rispetto all'estero, rimaniamo ancora un punto di riferimento per la moda e per l'eleganza. L'unico aspetto che abbiamo totalmente perso riguarda la formalità in determinate circostanze. Mentre per un inglese, sempre in linea generale, presentarsi davanti ad un'istituzione senza giacca e cravatta è inconcepibile, per noi italiani ormai, questo è totalmente scomparso. Abbiamo perso quella formalità che ci distingueva, almeno in passato.

Altro punto interessante di riflessione riguarda il ruolo del ceto nobiliare. Io penso che il ceto nobiliare abbia quella responsabilità che gli viene addossata dall'articolo. La responsabilità cioè, di essere esempio per virtù, eleganza, forma, moralità e, appunto, nobiltà. Il nobile deve "guadagnarsi", "meritarsi" il suo nome e la sua storia mantenedo quelle virtù che furono dei suoi avi e che permisero la loro ascesa. Ha una maggiore responsabilità: essere degno della gloria dei propri avi. Questo non significa, come ha inteso il gentile Conti, che "solo" i nobili detengano tali virtù. I nobili hanno il dovere, più degli altri, di rappresentare tali virtù. Infatti, più degli altri, vengono duramente criticati se tali virtù non seguono (si sono citati quei giovani pargoli di famiglie nobili che appaiono nella cronaca rosa assolutamente scialbi e senza responsabilità). Quindi, pur essendo valori che tutti gli esseri umani devono ricercare, coloro che sono nati nobili hanno una doppia responsabilità: essere virtuosi come tutti gli esseri umani ed essere degni del loro glorioso passato.

Consentitemi un'ultima battuta che non rientra nella questione, ma è mio dovere proporre. Non mi trovo assolutamente concorde con il giudizio dato nei confronti di S.M. Vittorio Emanuele III. Come l'articolo spiegava che i due peggiori mali della nobiltà furono l'orgoglio e la superbia, bisogna riconoscere che solo un orgoglioso ed un superbo sarebbe rimasto a Roma a fronteggiare i tedeschi, causando distruzione nella capitale, facendosi catturare ed impedendo la continuazione del Regno d'Italia. Senza contare che il Re non scappò all'estero, come fa intendere l'articolo, ma si spostò semplicemente in un'altra zona d'Italia, in modo molto più corretto rispetto a quello che fece il Re di Norvegia (non rammento se fu il Re di Norvegia o di Svezia a scappare in Inghilterra quando il Suo stato fu invaso dai tedeschi).

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Messaggioda Alessio Bruno Bedini » giovedì 6 aprile 2006, 12:55

T.G.Cravarezza ha scritto:[...]Consentitemi un'ultima battuta che non rientra nella questione, ma è mio dovere proporre. Non mi trovo assolutamente concorde con il giudizio dato nei confronti di S.M. Vittorio Emanuele III. Come l'articolo spiegava che i due peggiori mali della nobiltà furono l'orgoglio e la superbia, bisogna riconoscere che solo un orgoglioso ed un superbo sarebbe rimasto a Roma a fronteggiare i tedeschi, causando distruzione nella capitale, facendosi catturare ed impedendo la continuazione del Regno d'Italia. Senza contare che il Re non scappò all'estero, come fa intendere l'articolo, ma si spostò semplicemente in un'altra zona d'Italia, in modo molto più corretto rispetto a quello che fece il Re di Norvegia (non rammento se fu il Re di Norvegia o di Svezia a scappare in Inghilterra quando il Suo stato fu invaso dai tedeschi).


Senza scendere in inutile e spiacevoli dettagli, sarai daccordo anche tu che il conte verde, Emanuele Filiberto e Vittorio Amedeo sono distanti anni luce .. :roll:
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Messaggioda T.G.Cravarezza » giovedì 6 aprile 2006, 17:22

Alessio Bruno Bedini ha scritto:
T.G.Cravarezza ha scritto:[...]Consentitemi un'ultima battuta che non rientra nella questione, ma è mio dovere proporre. Non mi trovo assolutamente concorde con il giudizio dato nei confronti di S.M. Vittorio Emanuele III. Come l'articolo spiegava che i due peggiori mali della nobiltà furono l'orgoglio e la superbia, bisogna riconoscere che solo un orgoglioso ed un superbo sarebbe rimasto a Roma a fronteggiare i tedeschi, causando distruzione nella capitale, facendosi catturare ed impedendo la continuazione del Regno d'Italia. Senza contare che il Re non scappò all'estero, come fa intendere l'articolo, ma si spostò semplicemente in un'altra zona d'Italia, in modo molto più corretto rispetto a quello che fece il Re di Norvegia (non rammento se fu il Re di Norvegia o di Svezia a scappare in Inghilterra quando il Suo stato fu invaso dai tedeschi).


Senza scendere in inutile e spiacevoli dettagli, sarai daccordo anche tu che il conte verde, Emanuele Filiberto e Vittorio Amedeo sono distanti anni luce .. :roll:

Si potrebbe rispondere che erano altri tempi, che era più facile apparire grandi condottieri in quelle epoche et cetera. Ma sarebbe una risposta troppo semplice. Io non discuto sul valore di S.M. Vittorio Emanuele III e non lo paragono ad altri sovrani. Sbagli ne ha compiuti, compreso quello di avere dei collaboratori così inefficienti da non riuscire a preparare una trasferimento meno burrascoso e meno similare ad una fuga. Specificato ciò, però, io sindaco sull'inutilità di rimanere a Roma (il trasferimento si sarebbe potuto organizzare in altro modo). Come non accuso di vigliaccheria i sovrani di Belgio, Olanda, Norvegia per essersi trasferiti in Inghilterra durante l'occupazione. Dovevano cercare, giustamente, di mantenere i contatti con il mondo libero e farsi catturare insieme al proprio popolo poteva apparire molto romantico, ma totalmente inutile, oltre che dannoso per la stessa nazione.
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